lunedì, novembre 10, 2008

Un mondo a colori

E' Barack Obama il 44° presidente degli Stati Uniti d’America. Dopo una lunga campagna elettorale, dura, senza esclusione di colpi, Obama ha trionfalmente vinto, per lui quasi un plebiscito. Anch’io, come tanti, ho ricevuto la sua mail, alle 6 e 53 di mercoledì mattina: “How this happened” (com’è potuto accadere) è il titolo del messaggio, che continua: “Friend… we just made history…” (abbiamo appena fatto la storia), “… Thank you, Barack”. 47 anni, una vita che è un romanzo, Obama è l’interprete perfetto del sogno americano; uomo colto, intelligente, grande oratore ha saputo risvegliare la coscienza politica degli americani. E’ stato votato dal 66% dei giovani, molti dei quali si sono avvicinati alla politica per la prima volta, affascinati da un uomo capace di infondere speranza, coraggio e voglia di cambiamento: “Yes we can”, (possiamo farcela), è stato il suo leit motiv. Nella notte di martedì scorso feste spontanee sono esplose in ogni dove d’America, decine di migliaia di persone di ogni età, razza e religione sono scese in strada per festeggiare una vittoria che è da considerarsi a mio parere epocale. La convinzione è quella di aver assistito a un momento che passerà alla storia, non solo perché forse è finita un’era, ma perché Obama è nero! Un altro muro è caduto, dopo 230 anni un afroamericano prende possesso della Casa Bianca e diventa il presidente della nazione più potente al mondo. Impensabile fino a qualche decennio fa. La grande maggioranza del popolo statunitense è tornata partecipe e ha anche scritto la parola fine alla discriminazione razziale, almeno in America. Circa dieci anni fa ero a New York, percorrevo il largo marciapiede della Broadway diretto verso Time Square. Time Square è la piazza dove i newyorkesi festeggiano il capodanno, spesso la vediamo in televisione con i palazzi ricoperti di pubblicità luminosa e le scritte scorrevoli delle quotazioni della borsa americana; nei paraggi c’è la sede del New York Times. Ricordo una fiumana di gente che mi viene incontro, il mondo intero davanti a me: ispanici, andini, scandinavi, caucasici, africani, asiatici, mediorientali, un miscuglio di razze, di colori; figure frenetiche, indaffarate, incontenibili.
Ero affascinato. Ho immaginato che, indipendentemente dal colore della pelle, ognuna di quelle persone avesse più o meno gli stessi problemi, più o meno le stesse aspirazioni, più o meno gli stessi pensieri. L’umanità: bianchi, gialli, rossi, neri, olivastri … è evidente che è così che piace a Dio.

a.b.

Venerdì 7 novembre 2008


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