venerdì, febbraio 10, 2012

Sull’articolo 18 un dibattito di retroguardia - intervista al professor Maurizio Del Conte

di Daniele Tamburini
Pare che attorno alla legislazione sul lavoro si stiano giocando molte delle poste su cui ha puntato il governo Monti. L’assunto, secondo il premier, è che una maggior flessibilità nel mercato del lavoro possa dare fiato alle imprese ed alle loro strategie occupazionali, ancora oggi troppo imbrigliate da una normativa ipergarantista verso coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato. Il totem e il tabù è l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la legge 300 del 1970, che sancisce il divieto di licenziamento senza giusta causa. Se ne parla da molti anni: nel marzo del 2002, la Cgil portò in piazza a Roma tre milioni di lavoratori, per contrastare l’ipotesi di revisione dell’articolo 18. Da allora, e non solo da destra, si insiste sulla necessità, se non dell’abolizione, della revisione. I tempi sono cambiati in profondità: precariato, lavori atipici, crisi, disoccupazione. Ma i sindacati resistono e rilanciano: come si fa a contrastare la recessione, se si pensa a licenziare di più, e non a creare crescita, occupazione, sviluppo? Nel dibattito ampio e articolato, in cui non mancano punte di asprezza, con la ministra Elsa Fornero in prima linea, si è inserita la battuta del premier Monti sulla “noia” del posto fisso. Abbiamo chiesto un parere a Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro e relazioni industriali all’università Bocconi di Milano.
Professor Del Conte, perché il nodo della normativa che regola il lavoro a tempo indeterminato è diventata, oggi, così importante?
«Questo dibattito, in realtà, eccede la sostanza del problema, nel senso che l’articolo 18, come dimostrano i dati sulla scarsa incidenza della reintegrazione sulle cause di licenziamento, non è la vera questione in gioco. Esso ha il solo scopo di prevedere la sanzione nei casi di licenziamenti illegittimi. Il discorso della giusta causa è invece normato da una legge del 1966 (legge 604 del 1966, che definisce il concetto di “giusta causa” e “giustificato motivo”, ndr). Dunque quello in atto è un dibattito sbagliato anche nella sostanza. Un dibattito di retroguardia, che non produce un ammodernamento del mercato del lavoro, ma anzi, comporta un arretramento».
Il punto è, ancora oggi, l’articolo 18, che – a nostro parere – forse riveste un aspetto molto simbolico, oltre che sostanziale. Ci potrebbe presentare, brevemente, i diversi punti di vista?
«In effetti è vero che l’articolo 18 ha un valore simbolico, che è poi quello che si sta cercando di abbattere: si pensa che eliminando tale prescrizione si possa ottenere quella spinta verso la crescita che oggi manca. A questo proposito mi limito a ricordare che la Carta sociale europea, il documento più significativo in materia, stabilisce che il lavoratore ha diritto alla tutela contro il licenziamento illegittimo. Dunque anche in Europa il problema della giusta causa esiste, e non è certo qualcosa che si possa cancellare con un colpo di penna. Nessuna legislazione nazionale degli stati membri dell’Unione europea che privasse il lavoratore della possibilità di far valere l’ingiustificatezza del licenziamento sarebbe conforme ai principi del diritto europeo. Credo che sia molto più interessante discutere della flessibilità organizzativa, ossia la necessità di garantire un posto di lavoro a tempo indeterminato, facendo però in modo che sia più agevole lo spostamento dei lavoratori da una mansione all’altra o da un luogo all’altro all’interno della stessa azienda. Attualmente vi sono troppi blocchi burocratici e procedurali che non lo permettono. In Italia invece ci si incastra in discussioni senza capo né coda sulla flessibilità in uscita. Dico che non esiste un’impresa che investe sul proprio futuro che si ponga il problema di come licenziare. Tutt’altro: l’imperativo è dare più valore al lavoro dei propri dipendenti. La riduzione del costo del lavoro è una volontà propria di imprese che non credono nel proprio futuro e nella propria competitività. Aziende che sono destinate a incontrare una sorte nefasta nel medio periodo. Se esiste un problema di attrattività del nostro paese rispetto alle regole sui licenziamenti, non riguarda certo l’articolo 18, ma piuttosto la scarsa chiarezza delle regole: abbiamo una nozione di “giustificato motivo” talmente ampia che è difficile dare delle risposte in termini di certezza, dal punto di vista giuridico. E’ questo quello che potrebbe bloccare gli investitori stranieri nell’accostarsi al nostro paese. Dunque, premesso che non si può rimuovere l’obbligo di giustificare il licenziamento, si dovrebbe specificare e circoscrivere tutti quei casi in qui il licenziamento è effettivamente illegittimo, e quali sono invece i casi in cui esso è legittimo; quando, ad esempio, è costretta a farlo per motivi economici o perché deve ristrutturarsi e modificare le proprie linee produttive». 
In molti si chiedono: ma perché, in presenza di cassa integrazione, disoccupazione, precariato, sarebbe necessario abbattere ulteriori garanzie? Come fa un licenziato, magari di mezzaetà, a ritrovare lavoro?
«Per un certo periodo di tempo alcuni economisti hanno sostenuto che la rigidità in uscita costituirebbe un freno alle assunzioni, e quindi comporterebbe un calo dell’occupazione. Tuttavia tali teorie non hanno ottenuto riscontri nelle ricerche fatte dagli stessi economisti. Riducendo le protezioni in entrata, in realtà, aumenta il turnover e quindi anche le fasi di intermedia disoccupazione. C’è poi il tema degli ammortizzatori sociali, i quali però devono essere legati a un percorso di rioccupazione, che attualmente nel nostro paese manca. Bisogna mettere in campo percorsi di riqualifica professionale da abbinare al meccanismo degli ammortizzatori sociali per chi resta senza lavoro. Si tratta di una riforma strutturale, di vasto respiro e lungo periodo, che potrebbe portare a risultati importanti. Purtroppo invece l’attuale dibattito mediatico provoca risposte che cercano una soluzione immediata da un lato, e dall’altro un’opposizione a prescindere».
Lei cosa pensa della flessibilità tout court, che parrebbe caldeggiata anche dal premier Monti nella sua ormai celebre battuta sulla “noia” del posto fisso? I giovani dicono: parlatene alle banche, per i mutui, o agli asili, per i posti dei figli…
«Secondo me si è fatta confusione tra la legittima rivendicazione del lavoratore di poter crescere professionalmente, cambiando diverse posizioni nella propria carriera lavorativa, con il problema del lavoratore che non sceglie ma subisce la perdita del posto di lavoro. Sono due cose completamente diverse: in entrambi i casi c’è una discontinuità ma nel primo caso è voluta, programmata e prevede la sicurezza di un’altra prospettiva occupazionale; diverso è invece trovarsi licenziato perché qualcuno mi dice che “altrimenti mi annoio”. Mi pare che vi sia un’invasione di campo nella legittima aspettativa di organizzare la propria carriera. Del resto è vero che nessuno garantisce il posto fisso, ma esso resta un obiettivo di tendenza per tutti. Se tale obiettivo viene eliminato si fisiologizza l’idea della precarietà. Questo non è negativo solo per la disoccupazione che ne consegue, ma lo è anche per lo sviluppo del percorso professionale del lavoratore. Se l’arco di vita lavorativa è continuamente caratterizzato da interruzioni non volute, viene meno l’evoluzione del lavoratore stesso, finché il capitale umano non ne viene impoverito. Se il percorso di crescita professionale può venire interrotto in qualsiasi momento, si finisce per frustrare ogni ipotesi di miglioramento. Questa non è certo una manovra lungimirante per l’economia del paese. Non solo per una questione etica, ma perché di fatto in tutte le società evolute, compresi gli Usa, dove c’è molta più libertà nei licenziamenti, il posto fisso rappresenta l’obiettivo di tendenza di cui parlavo prima. Tutto ciò non si risolve certo con il contratto unico, che è stato ipotizzato al posto dell’articolo 18: i lavoratori dovranno essere assunti a tempo indeterminato, ma saranno licenziabili senza giusta causa o giustificato motivo e, in tal caso, avranno diritto a un semplice indennizzo. Si amplierà il divario tra chi è protetto, gli insiders, e chi non ha alcuna tutela, gli outsiders. Pensiamo a questo: nel corso degli anni la legislazione che ha normato il rapporto contrattuale di lavoro, in cui la merce è una dimensione fondamentale della persona, si è evoluta creando un meccanismo di protezione del posto di lavoro che risulta vantaggioso per la società nel suo complesso. Tutto ciò dà, infatti, una prospettiva di relativa stabilità economica, risultato di decenni di affinamento in cui si è capito che il lavoro dell’impresa funziona in presenza di tale stabilità. Dunque è meglio riflettere bene prima di “buttare a mare” questi decenni di evoluzione. Se ci facciamo spaventare da una crisi economica e pensiamo che ad essa debba corrispondere lo smantellamento di certezze come quella del lavoro stabile, la nostra è una reazione miope a un problema che ci porteremo poi dietro per decenni. Oggi si vive sul dato giornaliero dello spread, perdendo di vista gli obiettivi per il futuro. Non possiamo pensare solo a ciò che accade domani, dobbiamo ragionare anche sulle prospettive che avremo di qui a 10 o 20 anni, specialmente per quanto riguarda il futuro dei giovani».

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