venerdì, marzo 25, 2011

Vorremmo onestà e verità

Vorremmo onestà e verità: nelle cose che ci vengono dette, nelle spiegazioni ufficiali di quanto sta avvenendo nel mondo. Da diversi giorni, un’Italia che assisteva sonnacchiosa ad una scena politica nazionale bloccata nella ripetizione di parole e slogan si è trovata a confrontarsi con la crisi nordafricana, con lo tsunami giapponese e la tragedia della centrale nucleare di Fukushima e l’intervento in Libia. Fatti sicuramente epocali. È per questo che vorremmo onestà e verità. Sono avvenimenti che ci mettono di fronte a quanto sia drammaticamente incerto il nostro mondo, e a quanta prudenza, lungimiranza, ricerca ci vogliano. Pensiamo all’acqua contaminata di Tokio, e ci chiediamo se sia possibile che nessuno abbia potuto pensare a questi rischi. Pensiamo che, se non ci fosse stato questo incidente, il programma nucleare sarebbe ripreso anche da noi, in un territorio fortemente sismico, colpito da frane ed alluvioni. Pensiamo a quanto sia stato osteggiato, poi blandito, poi accolto con amicizia, negli anni, il colonnello Gheddafi, dappertutto e in particolare da noi. Adesso lo stiamo bombardando, per un intervento umanitario. Vorremmo onestà e verità: perché l’intervento in Iraq, in Afghanistan ed in Libia, e non a Sarajevo, a suo tempo, non in Ruanda, non in Eritrea, luoghi in cui le violazioni dei diritti umani sono state terribili? C’è un grande bisogno di onestà. Lo ha richiamato anche il governatore della Banca d’Italia Draghi, quando ha detto che un aumento dell’imposizione fiscale colpirebbe solo il contribuente onesto, quando il problema è colpire elusione ed evasione. Sono domande che è giusto, è importante continuare a fare. Mi ricordo un detto, molte volte citato da una persona che oggi non c’è più, alla quale rendo omaggio: «non occorre sperare per intraprendere, non occorre riuscire per perseverare». È quanto fanno, tutti i giorni, le persone oneste: lavorano e intraprendono, anche se la situazione è dura, e continuano a perseverare. È l’Italia migliore, l’Italia che amiamo.

Daniele Tamburini

sabato, marzo 19, 2011

L’uranio è come un diamante: è per sempre

Se si dice che, nell’era della globalizzazione, il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo, chissà cosa provocherà lo sconquasso di terra e mare che è avvenuto in Giappone. Già abbiamo visto la distruzione, il dolore, le migliaia di morti; poi, le crisi di Borsa in tutto il mondo. Ma la cosa che più impressiona, e che ancora non sappiamo come evolverà, è il dramma che si sta consumando nella centrale nucleare di Fukushima. Abbiamo negli occhi la foto di un bambino impaurito, sul cui corpo un addetto in tuta protettiva sta passando un misuratore di radioattività. Che termine spaventoso, questo, e poi proprio in Giappone, dove è ancora viva la memoria dell’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Non da ora pensiamo che sia troppo pericoloso affidarsi a tecnologie e produzioni dall’impatto irreversibile. L’uranio è per sempre. La memoria corre a Three Miles Island e a Chernobyl, i due incidenti nucleari più grandi, tra quelli conosciuti. Nel primo, avvenuto negli Stati Uniti, la fusione totale del nocciolo fu evitata all’ultimo momento; a Chernobyl, si sprigionò una nube radioattiva, i cui effetti disastrosi ancora non riusciamo a valutare fino in fondo. Si disse che la prima era di vecchia generazione; per la seconda, si chiamò in causa il gap tecnologico dell’allora Unione Sovietica. Eppure, oggi è successo nella patria dell’avanguardia tecnologica, il Giappone. Che valutazioni possiamo fare? Che non possiamo pensare di controllare la natura; che è troppo rischioso affidarsi a scelte irreversibili, dalle conseguenze eterne per noi esseri umani. Last, but not least: come possiamo pensare di costruire centrali in un Paese, come il nostro, in cui i terremoti fanno cadere i palazzi e si trova la sabbia nei pilastri? Un Paese costellato di zone a rischio sismico? La conclusione non può che essere una sola: nucleare? No, grazie!.

Daniele Tamburini

venerdì, marzo 11, 2011

150°: la Patria, l’educazione, la libertà

" Senza educazione voi non potete scegliere giustamente fra il bene e il male; non potete acquistare coscienza dei vostri diritti, non potete ottenere quella partecipazione nella vita politica senza della quale non riuscirete ad emanciparvi: non potete definire a voi stessi la vostra missione. L’Educazione è il pane delle anime vostre”. Lo scrisse Giuseppe Mazzini. Un ragionamento in controtendenza con quello che sta avvenendo oggi? Lo temiamo. I giovani italiani sembra che non credano più all’università pubblica. Secondo i dati del Consiglio universitario nazionale, il numero degli immatricolati è sceso del 5%. Una tendenza pericolosa, che rischia di generare una massa di giovani non in grado di competere con i ragazzi degli altri Paesi europei. E, in tempi di globalizzazione, questo è molto grave. Non bisognerebbe mai dimenticare l’importanza primaria che la Repubblica italiana e le sue istituzioni attribuiscono alla cultura e alla ricerca scientifica. Entrambe, infatti, sono valori collettivi che la nostra Costituzione repubblicana riconosce, impegnandosi a promuoverne lo sviluppo e ad assicurarne la tutela. Altri dati di Alma-Laurea dicono che l’università è sempre un buon investimento: rispetto a chi è diplomato, il tasso di occupazione sale dal 66 al 77%, mentre lo stipendio aumenta del 55%. Quindi, si tratta di una crisi di sfiducia. Bisogna intervenire su questo piano, inoculando nella percezione pubblica robuste dosi di fiducia. Come quella che si ricava dalle parole del presidente Napolitano: la ricerca scientifica è una priorità, sulla quale le istituzioni devono investire con coraggio. Come quella che esprime il presidente emerito Ciampi: “Sono stato molte ore sui libri […] Ma ne è valsa la pena. Lo rifarei. Rifarei tutto. Credo molto nello studio e nella possibilità che lo studio dà a ognuno di seguire una sua strada, di emanciparsi. L’idea di Patria passa anche da qui, dall’identità delle culture che, per essere conosciute, vanno studiate. Lo studio è impegno serio, ma anche esercizio di libertà, conquista, perché allarga le nostre conoscenze e consente di affermare la nostra persona”.
Viva l’Italia. Compie gli anni, si merita gli auguri.

Daniele Tamburini

venerdì, febbraio 11, 2011

Il ritratto di Dorian Gray

Hanno tutti paura di invecchiare, a cominciare dal capo in testa. Vogliono restare giovani, magari eternamente giovani: un misto tra il sogno di Narciso e il ritratto di Dorian Gray. Rimanere giovani e belli, mentre è il tuo ritratto che si carica di anni, invecchia e decade al posto tuo. In quanti sarebbero disposti  a scendere a patti, come il protagonista del libro, facendo finta di dimenticarne l’orribile conclusione. In mancanza dello specchio di Dorian, si ricorre alla chirurgia estetica, alla plastica alle fattezze. Oscar Wilde scrisse che l'unico modo per liberarsi di una tentazione è di abbandonarvisi. Quale tentazione più forte può esistere, dello sconfiggere le leggi di natura? Ed è per questo che non mi scandalizzo. Eppure, c’è qualcosa che non va. Che società è mai la nostra, composta da individui che non si accettano, e però si rendono, a volte, ridicoli pur di apparire giovani e pimpanti. Disposti a caricarsi di una immagine, finta pur di “vendersi” agli altri per quello che non sono. Capelli, viso, labbra, seno tutto rigorosamente falso, più falso delle monete romane che Totò cercava di piazzare ai turisti americani. Per non parlare della ostentazione di machismo a dispetto dell’età… Ci sono leggi della natura che è inutile e poco dignitoso combattere: arriva sempre il momento in cui il ritratto di Dorian grida la sua orribile verità. Diceva Anna Magnani al suo truccatore: le rughe non coprirle, che ci ho messo una vita a farmele venire. Aveva ragione: come era bello il volto segnato dal tempo e dalla esperienza di mia nonna Adele.

Daniele Tamburini

sabato, gennaio 22, 2011

Il cavallo e il Cavaliere

Ancora una volta, nel Paese prevalgono la divisione, il tifo, le barricate. Inutile girare intorno al problema: al centro della vita politica stanno le vicende degli ultimi giorni, con protagonista ancora una volta lui, il Cavaliere, un Silvio Berlusconi agli onori della cronaca forse, ora, in maniera un po’ più sovraesposta di quanto possa gradirlo, lui che comunque non si è mai sottratto alla luce dei riflettori ed alla presenza sui media (anzi, è questo parte della sua forza). Il fatto è che ovunque, come emerge anche da una nostra inchiesta che trovate in questo numero del giornale, sulla scacchiera dell’opinione pubblica i pezzi sembrano ormai fissi: da una parte, chi è indignato dalle accuse rivolte al premier, da quanto risulta dalle intercettazioni, dai giudizi tutt’altro che benevoli della stampa estera, ed è preoccupato dall’ennesimo stallo in cui è bloccato il Paese; dall’altra, chi individua nel cosiddetto “caso Ruby” una manovra, condotta dai “soliti noti”, magistratura e forze di centro-sinistra, per screditare Berlusconi e scardinare il suo governo. Caso mai, si può notare che le persone anziane, nate e cresciute in un epoca in cui morale privata e pubblica imponevano certi comportamenti, giudicano in modo più pesante feste e festini, mentre tra i più giovani – cresciuti tra veline e tronisti in TV - si fa strada un atteggiamento giustificatorio o che comunque richiama il diritto alla libertà di scelta nell’ambito privato. Prevale l’eterna storia italiana di opposte fazioni, con nessuno che riesca ad avere un potere unificante. Intanto la Banca d’Italia ha lanciato un ulteriore allarme: la ripresa non viaggia come dovrebbe. Non ci sarebbe neppure bisogno di analisi sofisticate per capirlo, basta vivere nella realtà. Vivere nella realtà: forse è questo che manca alla classe politica. Come ho letto da qualche parte, il problema probabilmente non sta nel Cavaliere, ma nel cavallo...
Daniele Tamburini

domenica, gennaio 16, 2011

Sondaggi: è così, se ci pare

I sondaggi impazzano, sono di moda, fanno discutere e a volte sono anche divertenti. Ne piovono in continuazione, non solo prima delle elezioni: oramai, si sonda ovunque e per qualunque cosa, alla scoperta di giacimenti inesplorati di desideri, opinioni, critiche. Ci sono i sondaggi alla TV con i tasti interattivi, sui giornali on-line e non; si partecipa con l’invio di SMS o al telefono. L’intervista telefonica non sempre è molto articolata, manca il tempo, c’è il rischio che l’intervistato si spazientisca. Qualche mese fa sono stato intervistato telefonicamente riguardo al gradimento di una certa banca: ho approfittato e mi sono sfogato, esagerando, come è ovvio. I maggiori committenti dei sondaggi, oltre ai giornali, sono i partiti politici. Il politico che si avvale di un sondaggio lo fa, presumibilmente, per calibrare le proprie scelte, oppure per capire se una strategia è vincente. Già questo pone infiniti dubbi: perche' non dovrebbero essere le opinioni ad orientare la politica, ma piuttosto il contrario. Ho visto i dati sul consenso agli amministratori locali, pubblicati dal Sole 24 ore. Il nostro sindaco sembra uscirne non troppo bene: 93° in classifica, perde posizioni rispetto ad un anno fa, con il 2,6% di gradimento in meno. Ora è vero che, ultimamente, il sindaco ha a che fare con non pochi problemi all’interno della sua giunta, ma la sensazione percepita, onestamente, è che in città sia ancora molto amato dalla gente. Di contro, invece, il presidente Salini sale, e alla grande: 2,5% di gradimento in più rispetto alla rilevazione dello scorso anno. Addirittura Salini risulta essere il presidente di Provincia che ottiene la migliore performance in assoluto: 3,4% rispetto al risultato elettorale con il quale ha vinto le elezioni due anni fa. Sono andato a leggere il documento informativo sulla metodologia usata dalla società di rilevazione: l’istituto precisa che l’indagine può avere un margine di errore pari al 3,5% in più o in meno. Eh? Ma allora è come dire: può essere tutto vero, ma anche no.

Daniele Tamburini

venerdì, gennaio 07, 2011

Il messaggio di Giorgio Napolitano

Ho ascoltato il messaggio di fine anno del presidente Giorgio Napolitano; messaggio rivolto ai giovani, ai giovani che cercano la propria strada e che rappresentano il nostro futuro: "Il futuro è dei giovani o l'Italia è persa", ha detto il Presidente. Un messaggio che è un monito e che andrebbe da tutti condiviso. Ho personalmente apprezzato la capacita' di Napolitano di entrare in sintonia con le preoccupazioni più profonde del Paese e spinto dalla curiosità sono andato a cercare i messaggi augurali, di fine anno, dei precedenti presidenti d'Italia; da Luigi Einaudi – che fu il primo a tenerlo in TV- in poi: Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Pertini, Scalfaro, Ciampi. Alcuni temi ricorrono, anche a distanza di sessanta anni, e possiamo ascoltare parole come solidarietà, lavoro, impegno, giustizia, coesione. Certo, ciascun discorso risente dei tempi, delle sventure che si sono abbattute, purtroppo numerose, sul nostro Paese, degli argomenti emergenti: l’emigrazione italiana all’estero, le calamità naturali, il terrorismo. Ma allora, mi sono detto, la situazione complicata, difficile, in cui viviamo non è così nuova, se ogni Presidente ha sentito la necessità di rincuorare, di esortare, di sollecitare ad unire le forze, a resistere solidalmente. Nell’anno appena iniziato si celebreranno i centocinquanta anni dell’unità d’Italia. Il nostro inno nazionale, a lungo provvisorio, spesso canzonato, costellato indubbiamente di parole desuete, ad un certo punto dice: “stringiamoci a coorte”. Ho provato a chiederne il significato in giro, c’è stato un certo smarrimento. Certo, la coorte romana ben poco ci incastra con la situazione odierna, ma vale il significato, uguale a quello dei messaggi dei Presidenti che si sono dipanati negli anni: uniamoci. Guardiamoci l’un l’altro con meno sospetti e maggiore fiducia. Siamo nella stessa barca. Se la lasciamo andare in malora, affonderà il nostro vicino, ma noi con lui. Ma sono certo che questo non accadrà, ho fiducia nelle persone, ho fiducia negli italiani.
Auguri per un sereno 2011.

Daniele Tamburini

giovedì, dicembre 30, 2010

Aruspici, oroscopi e auguri.

Finisce un anno in chiaro scuro. Per molti cittadini, più scuro che chiaro. E’ tempo di bilanci, ma soprattutto di previsioni, oltre che di buoni propositi. In questi giorni le previsioni degli esperti di economia si sprecano: la crisi è finita. No, non è finita, ma il peggio è passato. Ma no, siamo ancora in piena crisi. Allora sono andato a leggere l’oroscopo, chissà mai… D’altronde, quella della divinazione è una pratica dai nobili natali: gli aruspici etruschi godevano di un gran ruolo sociale, e quelli romani non erano da meno. Gli aruspici erano una sorta di sacerdoti indovini che, per conto del Senato romano, esaminavano le interiora degli animali, per predire il futuro. Poi, però, ci siamo affidati alla scienza, e, tutto sommato, non siamo diventati più felici … quindi, chissà. Torniamo agli oroscopi e all’influsso che le stelle eserciterebbero sul nostro destino… mah, come potranno mai influire, su di noi, dal momento che sono distanti milioni di anni luce? Posso forse accettare un ruolo della Luna, che, com’è noto, condiziona le maree, e si sa: noi siamo fatti al novanta per cento di acqua. Del resto si dice: “Quel tipo è un po’ lunatico”. Io sono del segno dei Pesci. Ho letto svariati oroscopi ( ma non diciamolo a Margherita Hack), e ne ho trovato uno che mi è piaciuto. Finisce così: “… cerca di sperimentare qualcosa di nuovo per il 2011, hai bisogno di una scossa benigna che ti spinga a passare al livello successivo”. Qualunque sia il “livello successivo”, ho pensato che fosse l’augurio migliore che avrei potuto farmi e farvi. Buon 2011 a tutti. 

Daniele Tamburini

mercoledì, dicembre 29, 2010

Buon Natale

Care lettrici e cari lettori, questa è una letterina di Natale. Rammentate quelle che scrivevamo quando eravamo piccoli? E poi, aspettavamo con trepidazione i doni sotto l’albero? Lo pensavo giusto stamani: in questi nostri incontri settimanali, è raro che parliamo di cose belle, beneauguranti, del positivo che c’è nella vita. Certo i tempi non invogliano in questa direzione, ma potremmo provarci, magari a Natale. Rammento un racconto di Pirandello che lessi a scuola: sono andato a cercarlo. E’centrato sulla ricerca di anime di buona volontà, piuttosto che di anime ingombre di desideri, “di sogni, di comodi”. Ho pensato, allora, a quante donne e quanti uomini di buona volontà agiscono in questo nostro mondo, in modo silenzioso, assicurando cura, solidarietà, civiltà. A chi passerà il Natale pensando alle mense dei bisognosi, curando gli infermi, vigilando sulla nostra sicurezza, senza clamori, lavorando come fa la gente “comune”, facendo il proprio dovere e, spesso, qualcosa di più, senza chiedere niente se non l’appagamento della propria coscienza. Ce ne sono tanti. Perché come ha detto il sindaco, con quel suo modo di esprimersi da “allenatore”, in occasione di un incontro con la stampa: “ Non solo chi arriva primo vince. Nella vita è un vincitore anche quello che si ferma ad aspettare chi è rimasto indietro”. L’augurio che vi faccio e che mi faccio è di riuscire sempre a guardare a queste anime di buona volontà. Buon Natale.

Daniele Tamburini

sabato, dicembre 18, 2010

Il bene del Paese?


Non ci riteniamo commentatori politici né ci sembra di esprimere pareri partigiani. Anzi, cerchiamo sempre di osservare con un punto di vista equilibrato le vicende politiche, anche quelle nazionali. Ma il succedersi di avvenimenti che ha avuto il suo culmine martedì 14, con la rinnovata fiducia al governo Berlusconi, pone alcuni seri elementi di riflessione. Non ci attarderemo sulla questione del posizionamento di alcuni deputati (prima no, poi ni, poi sì), perché, ahimè, di ribalte e ribaltoni, individuali e di gruppo, più o meno spontanei, è piena la nostra storia. Invece, la cosa che più ci preoccupa è l’ennesima riprova di una classe politica spaccata comunque a metà, in perenne conflitto, spesso “a prescindere”, gli uni contro gli altri armati. Solo poco più di un anno fa, per qualcuno, la crisi era una invenzione di una parte politica, oggi, purtroppo, le previsioni che sembravano più nere si stanno rivelando fondate: la crisi è lungi dall’essere risolta, e le sue conseguenze stanno picchiando duro. Invece di lavorare insieme, magari sulle grandi questioni, e insieme significa le forze politiche, economiche, sociali, si tratta da nemico l’avversario politico, con una animosità più vicina al tifo di una curva che ai luoghi istituzionalmente più rappresentativi della Repubblica. Quanto può durare questo perenne conflitto? Quanto ancora possiamo reggerlo? Siamo ancora lì, divisi tra Coppi e Bartali, antica metafora sportiva della divisione del Paese. Ci rimane una speranza, ed un augurio: che possa ripetersi quel gesto bellissimo che fu il passaggio di borraccia. Ma ne dubitiamo...


Daniele Tamburini
daniele.tamburini@fastpiu.it

sabato, dicembre 04, 2010

Prendiamoli sul serio

Il movimento di studenti universitari, ricercatori, docenti che ha percorso il Paese nei giorni scorsi e che continua a protestare, non può essere preso sottogamba. Per molti motivi. Il primo è che gli studenti universitari sono giovani uomini e giovani donne che sono cittadini attivi, godono del diritto di voto e, domani, saranno la classe dirigente del Paese (o almeno si spera). A maggior ragione, i docenti e i ricercatori sono coloro che stanno formando questi ragazzi a ricoprire quel ruolo. A questo serve, l’Università, anche se non solo a questo. Dovrebbe servire, infatti, anche a produrre innovazione, a lanciare idee nuove, a esprimere pensieri e pratiche lungimiranti e appassionanti. Spesso lo fa, ma con sempre maggiore difficoltà. Chi protesta, noi pensiamo, ha a cuore, magari sbagliando, questa dimensione dell’Università. Lo fa da ricercatore precario che sa di rimanere tale chissà ancora per quanto. Lo fa da studente, che non sa cosa, quando e dove lavorerà. Per commentare questo stato di cose non servono le facili battute stile “State a casa a studiare che è meglio”. Un refrain già sentito, spesso ad ogni moto di piazza, ma che non tiene conto della società reale. Per moltissimi, la riforma non è adeguata a rispondere alla questione Università. Una legge realmente innovativa avrebbe dovuto rompere l’attuale schema rigido, basato sul ruolo acquisito e sulla ripartizione in fasce di docenza, e che delega moltissimo a chi, precario, non può avere il senso del proprio futuro, del proprio progetto. Si doveva prevedere l’immissione in ruolo dei tanti precari che da anni lavorano: un’iniezione di forze giovani, attraverso le procedure contemplate dalla legge. Dispiace leggere le parole di chi plaude al blocco dei concorsi per via della scarsa trasparenza con cui negli anni passati si sono svolti: è una resa, nei fatti, all’impossibilità di agire con pulizia e onestà. C’era bisogno di democratizzare i processi di gestione degli atenei, di creare nuovi spazi di innovazione e modernizzazione. Quello che più preoccupa è che, probabilmente, i “cervelli” continueranno a emigrare.

Daniele Tamburini

sabato, novembre 27, 2010

Il sindaco Perri promosso, ma non a pieni voti

Governare non è uno scherzo, né una passeggiata, soprattutto, quando si governa dopo un cambiamento di rotta che giustamente genera molte aspettative. Ma, nei fatti, ricette miracolistiche, specie di questi tempi, non ce l’ha nessuno. Mutatis mutandis, è un po’ ciò che sta succedendo, certamente non in misura eclatante, alla giunta Perri. Personalmente il sindaco gode ancora della stima e della fiducia di molti cremonesi. Qualche settimana fa ha dichiarato al nostro Fabio Varesi, contento che finalmente qualcuno lo stesse intervistando su argomenti diversi rispetto alla politica, che finito il mandato vuole tornare ad occuparsi di sport e di giovani atleti. Per quanto riguarda la sua giunta, nel complesso, emergono, dalle interviste pubblicate questa settimana, giudizi e valutazioni contrastanti. C’è una certa insoddisfazione rispetto alla gestione degli aspetti che il cittadino coglie in maniera più evidente: la manutenzione delle strade, l’arredo urbano, il traffico, i parcheggi. E poi il lavoro, l’occupazione, grandi punti dolenti. Ma, di converso, si riconosce a Perri, ed anche ai suoi assessori, una grande disponibilità all’ascolto, una vicinanza reale, non solo annunciata; oltre al merito della risoluzione di Piazza Marconi, per prima cosa. Gli intervistati insistono molto sulla capacità comunicativa del sindaco: grande dote, oggi, una caratteristica strutturale, con cui chiunque voglia fare politica e amministrare deve fare i conti. Chi sa comunicare sa condividere, sa coinvolgere, sa fare sistema. Nelle pagine speciali dedicate all'economia, abbiamo intervistato, riguardo alla situazione del nostro territorio in tempo di crisi ed alle possibili risposte, le principali associazioni: dell’industria, del commercio, dell’artigianato ed i sindacati. Con valutazioni diverse, emerge tuttavia da tutti gli interventi il bisogno di coesione, di fare sistema, di unire le forze. Da soli non ci si fa, è il messaggio comune: non ce la fa il piccolo negozio, non ce la fa il lavoratore, non ce la fa l’agricoltore, non ce la fa l’impresa. È un messaggio importante per tutti, comprese le amministrazioni locali, che, per essere davvero in sintonia con gli amministrati, dovrebbero raccoglierloe porlo in opera. Da soli non ci si fa.

Daniele Tamburini

sabato, novembre 20, 2010

Facciamo presto che è tardi

Con una metafora un po’ ardita, il consigliere comunale Daniele Soregaroli ha sintetizzato così quel che resterebbe della Tamoil, una volta deciso il piano di chiusura della raffineria: “un osso puzzolente”. In realtà, la vicenda in primo luogo dimostra quanto sia difficile governare scelte di sviluppo economico e produttivo coniugando la salvaguardia della salute delle persone, il rispetto per l’ambiente e il mantenimento dell’occupazione. Una cosa pare certa: la difficoltà del comparto raffinerie, che non riguarda solo la Tamoil della nostra città, è dovuta alla crisi economica, che ha fortemente contratto i consumi, ad una congiuntura internazionale molto complessa collegata al mercato dell’energia, ma anche al fatto che, in passato, non sono stati fatti, evidentemente, gli investimenti che sarebbero stati necessari alla loro modernizzazione. Una miopia generale. È anche certa la presenza di inquinamento da idrocarburi, che provoca da tempo una forte preoccupazione in città. La storia si ripete, e scoppiano e contraddizioni tra chi reclama il sacrosanto diritto al lavoro, e chi si preoccupa, in modo altrettanto sacrosanto, della tutela della salute. Nel giornale pubblichiamo una lettera, semplice, disperata e toccante, della moglie di un lavoratore della raffineria. Oggi, l’emergenza è questa, e a questo bisogna dare risposta. Se le contraddizioni e i problemi a cui abbiamo accennato, e che, anche in passato, abbiamo messo in luce sono reali, tuttavia oggi è prioritario salvaguardare il lavoro e la dignità dei lavoratori e delle famiglie. Adesso è davvero il turno delle istituzioni. Il presidente della Provincia Massimiliano Salini fa autocritica, trasmette il senso d’impotenza suo e dell’amministrazione e chiama in causa il Consiglio dei Ministri. Che la Tamoil vada pure a quel Paese, ma deve bonificare e i lavoratori vanno ricollocati. Non c’è tempo da perdere. A Roma c’è un governo che dovrebbe consentire, agli amministratori ed alle forze politiche del nostro territorio, di farsi ascoltare a voce alta e piena. C’è anche un premier che, io credo, dovrebbe avanzare qualche credito nei confronti della Libia. O no?

Daniele Tamburini

domenica, novembre 14, 2010

Quant’è bella giovinezza…

Probabilmente sollecitati ad un nuovo protagonismo dalla riforma della scuola e dell’università, targata Gelmini, i giovani sono tornati ad essere un soggetto che cerca di farsi ascoltare e pesare, nelle scelte politiche e di governo. Non crediamo che ne avessero perso la voglia: il fatto è che, come emerge anche dall'inchiesta che abbiamo condotto in alcune scuole cremonesi, è difficile, per loro, farsi spazio, e anche solo farsi sentire. Grande demerito di una società bloccata, e di una classe politica molto più centrata sul presente che sul futuro. Eppure, le sfide che aspettano il nostro Paese e tutta l’Europa sono enormi, e sono sfide globali: rendere compatibili ripresa e profitto con il welfare, coniugare la solidarietà sociale con un alto tasso di competitività. Robert Schuman, storico ministro francese, uno dei padri dell’Europa, parlava della necessità di fare, in momenti difficili, “sforzi creativi”. Anche per questo servono i giovani. Il genio è saggezza e gioventù, ha detto un poeta. I giovani hanno bisogno che gli si creino opportunità, che gli venga dato spazio e modo di esprimersi. Non corsie privilegiate, non raccomandazioni, non carità pelosa. Emerge anche questo, dai nostri ragazzi cremonesi: basta con “i soliti noti”, le raccomandazioni, il giro di poltrone. La profonda insoddisfazione che esprimono per la condizione presente è il terreno in cui si può radicare il principio speranza: diamo loro attenzione, spazio, fiducia. Alcuni di loro saranno la classe dirigente di domani. Se questa Terra è l’unica che abbiamo, questi giovani sono l’unico futuro che abbiamo.

Daniele Tamburini

sabato, novembre 06, 2010

Di questi tempi meglio non chinarsi

Non voglio parlare del bunga-bunga. Anche se, cliccando su Internet, c’è la possibilità di vedere quasi 18.000.000 di risultati. Ma non usa certo questa espressione il governatore di Bankitalia Draghi quando parla di economia italiana, tasso di disoccupazione ecc., e non basta che il ministro Sacconi tratti da ignorante una giornalista che gli ha chiesto conto di quell’11% di disoccupazione denunciatdallo stesso Draghi, per cancellare il dato. L’Italia ha accumulato troppo ritardo dice il professore Mario Monti. Emma Marcegaglia fa sapere che il Paese è in preda alla paralisi e che non c’è alcuna iniziativa del Governo, in un momento difficilissimo dell’economia, invitando la politica “riprendere il senso delle istituzioni”. Il presidente di Confindustria non vuole le elezioni anticipate, ma chiede serietà  che si facciano le cose per il Paese. Ci vogliono riforme, per la crescita e l’occupazione. Si sa, in un momento così difficile per un Paese, le elezioni anticipate non sono certo una medicina. Ma la nostra sensazione è che Berlusconi, ormai, si sia davvero incartato, prima con il Lodo Alfano poi in una sequenza di dichiarazioni che, piuttosto che calmare acque agitate da molti marosi, sembrano soffiarvi sopra. L’uomo sembra messo in un angolo: qualcuno dei suoi si distingue, Fini si defila, e Bossi? C’è da fidarsi di Bossi? Se il Senatur soltanto accennasse all’ipotesi di governi diversi, a quel punto, immagino che assisteremmo ad un fuggi fuggi e “tutti a casa”. Intanto la nave Italia, per ora, lotta contro le onde. Lo hanno riconosciuto anche in Europa, la vocazione al risparmio e un certo sano rifiuto del gigantismo hanno evitato al vascello, se non altro, di andare a fondo. Ma non basta più. Lo abbiamo scritto altre volte: servirebbero coesione e unità di intenti, non per essere tutti d’accordo, che non è possibile, ma per trovare soluzioni condivise, per fare, appunto, cose per il Paese. Non ho parlato di bunga-bunga, lo avevo promesso.
P.S. Ragazzi, leggete i giornali e fatevi una opinione tutta vostra.


Daniele Tamburini

venerdì, ottobre 29, 2010

Il Paese, i giovani, il futuro.

Sta aumentando l’allarme per lo stato delle Università: molti corsi sono a rischio, altri subiscono forti ritardi, ovunque crescono le preoccupazioni, di rettori, docenti, ricercatori e studenti, rispetto ad una realtà che dovrebbe costituire un ganglio fondamentale per le prospettive di sviluppo del Paese. Gli errori compiuti nei confronti dell’Università sono di lunga data e, quindi, difficilmente ascrivibili ad uno schieramento politico, piuttosto che ad un altro. Sta di fatto che la palestra in cui dovrebbero maturare le eccellenze del Paese cade a pezzi, e l’intervento di un buon carpentiere sembra assai lontano. C’è, a mio parere, una sostanziale incapacità del sistema Italia di includere e far “fruttare”, fin dal momento della semina e della germinazione, le forze migliori che abbiamo. E le migliori “teste” continuano a fuggire. Anche questo governo ha fallito, e anche questo governo, ancor più dei precedenti, non ritiene che aiutare la “ricerca” possa essere un investimento per il futuro. Un paese che non investe nell’istruzione, nella ricerca e sui giovani è un paese dal futuro incerto. Già oggi la società nel suo complesso è caratterizzata da un grande sentimento di incertezza, e l’incertezza provoca paura. C’è chi si arrocca, e chi preme per conquistare la fortezza. Riprendono piede rivolte di popolo a cui non eravamo più abituati: ne sono un esempio la Francia, la Germania, ma avvengono anche qui da noi, in Campania per la discarica e in Sardegna, con la protesta dei pastori. Non è un buon segnale. Sarebbe meglio ascoltare la gente e trovare soluzioni - non solo per affrontare l’emergenza, ma dare una prospettiva al futuro - piuttosto che trattare quei problemi come se fossero solo di ordine pubblico. Chi scende in piazza per protestare non lo fa per divertimento.

Daniele Tamburini

sabato, ottobre 23, 2010

In perenne conflitto

Voglio porvi, per gioco, qualche domanda: quante sono le leggi vigenti oggi in Italia? Se si mettono insieme leggi statali, regionali, regolamenti ecc., si arriva a circa 200.000 (secondo una ricerca condotta pochi anni fa. Ma il bello è che esiste una legge anche per istituire una commissione bicamerale ad hoc per lo sfoltimento delle leggi!). Quanti deputati e senatori abbiamo? 645, senza contare i senatori a vita. Un apparato enorme, una squadra numerosissima al servizio del Paese, una produzione notevole di norme. Eppure, tutto questo non basta; e anzi, il cittadino comune ha una percezione assai diversa, ormai, dell’utilità di questa macchina. Paradossalmente, al contrario di quanto accade in altri campi, la TV non ha favorito il processo di riconoscimento, se proprio non vogliamo parlare di identificazione, con la classe politica. Certo non aiuta il tono di certi confronti. A differenza di altri paesi, in Italia, il confronto pubblico quasi mai si traduce in civile protesta, ma in scontro tra nemici: alle Camere, nei dibattiti televisivi ma anche al bar e alla guida delle auto. Un conflitto costante, da stadio, come se fossimo sempre in campagna elettorale. Ho osservato con ammirazione, nei giorni scorsi, il recupero dei 33 minatori cileni intrappolati per più di due mesi in una miniera. Quel Paese ha dato prova di una grande determinazione, ma anche di una grande unità: si è stretto intorno a quegli uomini, con orgoglio e con affetto. Eppure, il Cile ha vissuto una storia recente di spaccature profonde, sociali, politiche ed economiche: con la dittatura e, poi, il ritorno alla democrazia. Circola sul web una storiella: se fosse successo in Italia? “già al 3° giorno le prime difficoltà e quindi la ricerca dei colpevoli e delle responsabilità; Berlusconi: colpa dei comunisti; Di Pietro: colpa del conflitto d'interessi; Bersani: ... ma cosa è successo? Bossi: sono tutti terroni, lasciateli là; Capezzone: non è una tragedia è una grande opportunità ed è merito di questo governo e di questo premier; Fini: mio cognato non c'entra”. E’ solo una storiella, ma rende l’idea.

Daniele Tamburini

sabato, ottobre 16, 2010

Italia - Serbia: Stupore, rabbia e brutte figure

Non si tratta di fare il solito discorso, un po’ trito, sulla violenza nello sport, da condannare, da reprimere, ma anche da interpretare. Lo spettacolo pauroso andato in scena lo scorso martedì allo stadio Ferraris di Genova, in occasione della partita tra Serbia e Italia, va più in là. Si può senz’altro discutere in termini sociologici e di costume il fatto che gli stadi siano diventati le nuove arene, in cui sfogare ribellioni e violenza repressa. Si può discutere anche dell’uso, assolutamente poco adatto alle circostanze, ma diffuso, di simbologie o gesti che richiamano ad appartenenze politiche; ma ciò che è successo martedì va oltre. Si va allo stadio, anzi si dovrebbe andare allo stadio per assistere alla partita, per condividere gioia e passione sportiva. Abbiamo assistito ad un’orda di figuri come quello rimasto immortalato in una foto, incappucciato, il braccio teso, maglietta con i simboli nazionalisti, che hanno sfidato, provocato, irriso, devastato, assaltato, lanciato fumogeni. Figli delle tigri di Arkan, il massacratore della guerra dei Balcani, qualcuno ha detto. Epigoni della peggior violenza che si sia scatenata in Europa nel secondo dopoguerra. Sono ultranazionalisti, hanno in mente la Grande Serbia, non vogliono l’indipendenza del Kossovo. Non voglio che il loro paese entri nella comunità europea e forse, per questo, sono stati assoldati da chi non ha convenienza che ciò accada. Ha detto Prandelli: “poteva essere una tragedia”. Erano presenti anche un migliaio di bambini delle scuole calcio: che ricordo ne avranno? Il calcio, la società, la politica non possono permettere che chi va allo stadio viva nella paura di una tragedia annunciata. A che servono tornelli, gabbie, tessera del tifoso, forze dell’ordine schierate e sempre a rischio, la massa di denaro pubblico che tutto questo ci costa, se poi, in uno stadio, un martedì sera, può accadere quel che noi, allibiti e pieni di rabbia, abbiamo visto? Se centinaia di teppisti hanno potuto portare dentro bombe carta, fumogeni, petardi, razzi, coltelli e tronchesi? Di chi la responsabilità? Non certo della polizia che si è comportata responsabilmente, evitando il peggio.

Daniele Tamburini

sabato, ottobre 09, 2010

Perchè la Germania è in forte ripresa?

Qualche giorno fa, con un imprenditore di San Daniele Po, discutevamo, presso la sua azienda che profuma di aceto, di economia e di prospettive future: come va? E soprattutto come andrà nei prossimi anni? Mi raccontava di aver partecipato ad un convegno, in America Latina, sulle prospettive economiche dei vari paesi nei mercati globalizzati. Analisi,trend e stime poco confortantiper i paesi europei e per il nostro in particolare. Forse con una eccezione: la Germania. Così mi diceva. “Sa perché la Germania ha ripreso a correre? Perche là sono capaci, tutti insieme, di rimboccarsi le maniche, di lavorare sodo e certi parassitismi, le caste in genere, non sono tollerati”.In effetti, leggo che il trend di crescita di quel paese è tre volte il nostro. E’ accaduto che, dopo la crisi derivata dalla riunificazione delle due Germanie, Est e Ovest, le grandi imprese tedesche hanno riorganizzato la loro produzione, delocalizzandola in modo massiccio e frammentandola a livello internazionale. Hanno maturato un modello di sviluppo che per effetto del profondo processo di ristrutturazione realizzato dalle imprese e dal sistema produttivo ha riportato il paese ad essere competitivo sui mercati internazionali, in particolare verso l’Asia. E’ un sistema, quello tedesco, in cui esiste una vera economia sociale di mercato, in cui il welfare, storicamente più forte ed equilibrato del nostro, è stato riformato, ridimensionando le spese di assistenza ma rafforzando le politiche attive del lavoro, della formazione e della ricerca. Si riconosce il ruolo del sindacato come attore fondamentale di un sistema in cui è impegno comune delle parti sociali migliorare la competitività dell’impresa e condividerne i risultati: da qui, il legame fra salari e produttività. Tutto un altro mondo, lontano dalle nostre miserie. La sono crucchi, ma a noi le cricche. Che dire? Merito della politica e del loro primoministro? Non c’è mai stata una donna premier, in Italia: cloniamo la Merkel?

Daniele Tamburini

venerdì, ottobre 01, 2010

L’anatra zoppa

C'è aria di bonaccia. il Governo ha ottenuto la fiducia in Parlamento, con un buon margine. Quindi, tutto normale. Almeno così sembrerebbe. Chi, come me, viene dal mare, sa che c’è quiete dopo la tempesta, ma che i venti fan presto a riportare cattivo tempo. E infatti l’equilibrio su cui si basa oggi il Presidente del Consiglio è delicatissimo. Il dibattito politico si accentra sul durissimo scontro con Fini ormai dalla scorsa estate, ed i finiani adesso risultano decisivi. A me sembra che, nel dibattito di mercoledì, Berlusconi, più che parlare al Paese, abbia parlato al Parlamento: piuttosto inconsueto per uno come lui, che ha sempre fatto un punto di forza, e anzi un vanto, della sua capacità di rapportarsi direttamente alla gente, fuori dai vincoli del bon ton istituzionale e dal politichese. Lui, il leader eletto dal popolo, è ora soggetto a verifica. Si apre una stagione in cui dovrà fare attenzione ad assetti, equilibri, bilanciamenti e – forse - manuale Cencelli. Riuscirà a stare in questi panni, per lui poco comodi? Dovrà diventare un capo di governo che discute: non potrà imporre il decreto contro le intercettazioni senza discutere con la Bongiorno, non potrà non preoccuparsi del sud, perché la Sicilia dell’Mpa di Raffaele Lombardo è diventata un laboratorio politico per lui poco gestibile, e anche i voti dell’Mpa sono molto importanti. Dovrà controllare Bossi, che non ha digerito il punto programmatico sul sud, dovrà tornare in Parlamento, centellinare, mediare … tutto contro la sua indole. Secondo voi, per come conosciamo il Cavaliere, tutto questo sarà possibile? Negli Stati Uniti, un uomo politico che, occupando una carica importante, tuttavia non sia in condizione di esercitarne appieno il relativo potere, viene definito un’ ”anatra zoppa”. Non credo che Berlusconi accetterà a lungo questa condizione.

Daniele Tamburini