martedì, dicembre 30, 2008

Un anno utile

Siamo giunti alla fine di questo anno bisestile. Anno bisesto anno funesto, se non altro perché portatore di una crisi economica della quale ancora non conosciamo le proporzioni e le conseguenze. Ed è il momento degli auguri. Gli auguri di fine anno per un felice, o almeno sereno, anno nuovo. Difficile credere che sia sufficiente una semplice anche se sentita e partecipata frase augurale per scongiurare eventuali difficoltà; tuttavia la ritualità s’impone e anche se non dovessero essere realmente propiziatori, meglio scambiarci gli auguri, non sia mai. Nell’antica Roma il Collegio degli Auguri era una istituzione, un consiglio di saggi istruiti all’arte della divinazione; una pratica ereditata dagli Etruschi, popolo misterioso e affascinante, ma che non riuscì a fuggire la mala ventura di aver incrociato i Romani, così rivela la Storia.
Proviamo a ripartire ancora una volta con il massimo dell’ottimismo e auguriamoci che il 2009 sia un anno prezioso, come lo è la vita, e favorevole. Favorevole nel senso di utile per riscoprire una dimensione più umana, meno virtuale. Una riscoperta delle radici e della saggezza delle nostre terre, dove tutto era basato sulla concretezza del fare e non dell’essere. Intanto auguriamoci un ritorno all’economia reale, dopo che quella della speculazione finanziaria ci ha portato sull’orlo del precipizio. Auguriamoci che il Governo, dopo aver tranquillizzato le banche, imponga loro la rinegoziazione dei mutui per una rata più sopportabile per chi non ce la fa, fino alla momentanea sospensione del pagamento per chi disgraziatamente, nonostante gli auguri ricevuti, dovesse perdere il lavoro. Esigere, sempre dalle banche, il sostegno alle imprese. E auguriamoci anche concreti interventi per il rilancio dei consumi, quindi della domanda interna, attraverso la defiscalizzazione di salari e stipendi. All’inizio di un nuovo anno è anche usanza farsi carico di promesse o impegni. Promettiamo a noi stessi che cominceremo a pretendere, perché niente diventa reale se non con il nostro consenso. Come dire: “Tutto quello che è accaduto e che accade, dipende anche da noi”.
Buon anno utile.

d.t.

lunedì, dicembre 22, 2008

I ragazzi della Col di Lana

Giorni fa, ho visitato la caserma Col di Lana di via Brescia. Una breve visita. La caserma è sede del X Reggimento Genio Guastatori, comandato dal colonnello Giuseppe Poccia. L’ho conosciuto, mi ha ricevuto nel suo ufficio, un breve colloquio ma tanto mi è bastato: un uomo pieno di energia,
dinamismo e motivazione, le fisique du rol del comandante. Nel suo ufficio c’è la teca che custodisce e preserva “La Bandiera”, il prezioso e storico drappo che il Reggimento ha ereditato dal 3° battaglione Genio Pionieri Lario. Bandiera pluridecorata sia al valor militare sia al merito civile. Confesso il fascino che ho subito e una grande mal celata emozione. La storia mi affascina e in quel luogo se ne respira. Un’emotività, la mia, forse dovuta anche al fatto che non ho prestato il servizio militare come avrei voluto. Nell’anno in cui decisi di non presentare domanda di rinvio del servizio di leva per motivi di studio, come avevo fatto negli anni precedenti, ecco che mi arriva il congedo: Articolo 100, ossia eccedenza rispetto al fabbisogno di personale. Immaginate il commento colorito degli amici. Il colonnello, tramite Il capitano Marco Mannino, mi ha chiesto se potevo fornire settimanalmente copie de Il Piccolo Giornale per i trecento militari che dimorano nella caserma. “Può consentire loro di conoscere meglio la città di Cremona e favorire una frequentazione e un migliore inserimento”. Questo l’obiettivo. Ho accolto la richiesta con piacere, riceveranno regolarmente tutte le copie che occorrono. Oggi non c’è più la leva obbligatoria e vestire l’uniforme è una libera scelta. Per questo, a mio parere, è un atto responsabile degno di considerazione e sostegno. Anche Cremona deve essere vicina a questi ragazzi che giungono da ogni parte d’Italia, considerando che Gian Carlo Corada ha conferito loro la cittadinanza onoraria. Era il dicembre del 2004: “Per l’impegno umanitario e sociale profuso nel servizio, contribuendo a mantenere alto il prestigio di Cremona…”,questa la motivazione. “Da oggi voi siete cittadini cremonesi a tutti gli effetti, qualunque sia la vostra provenienza”, disse il Sindaco.
Buon Natale ragazzi.

d.e.
Venerdi 19 dicembre 2008

giovedì, dicembre 11, 2008

Così non si salva, ma si uccide l'economia

Non ci voleva. Cittadini e aziende del settore masticano amaro: il giro di vite imposto dal governo alle detrazioni del 55% sugli interventi del risparmio energetico (serramenti, solare termico, caldaie) nel 2009 e 2010 è un danno al portafogli di molti italiani e di questo settore produttivo. Inizialmente, l’obiettivo era anche quello di contenere gli interventi per il 2008 con effetti retroattivi. Poi la retromarcia del ministro Giulio Tremonti ha salvato le tasche dei cittadini (50mila circa solo in Lombardia) che avevano già realizzato gli interventi. Non ci voleva. Perché il prossimo anno, come ci dice Enrico Ferla, imprenditore, profondo conoscitore del settore, se non ci sarà un arresto, sicuramente ci sarà una flessione di questo comparto. Non potendo, infatti, più contare sul bonus del risparmio energetico, molti lasceranno perdere. O cercheranno di spendere il meno possibile posizionandosi su interventi di fascia bassa. O, ancora, saranno nuovamente tentati da comportamenti opachi, per risparmiare. Invece, è proprio in questo momento di crisi che il governo deve incentivare cittadini e aziende a investire. Soprattutto in un settore come quello del risparmio energetico nelle costruzioni. Uno dei pochi comparti che, in una fase economica d’emergenza, sta tenendo. Oggi, invece, il pericolo è che anche questo mercato si impoverisca. Con il rischio di rendere addirittura controproducenti gli investimenti già fatti da molte aziende attive nel settore. E’ l’ennesima dimostrazione che il governo, nei confronti della crisi, non abbia le idee molto chiare sulle armi per fronteggiarla. Spara spesso nel mucchio cercando di raschiare il barile. E la doccia gelata lanciata sul risparmio energetico in edilizia è preoccupante. Già le case non si vendono. Se ora si abbatte la scure anche su chi vuole risanare e riqualificare la propria abitazione, il colpo per il settore edile sarà ancora più duro. Così non si salva, ma si uccide l’economia.

s.c.
venerdì 12 dicembre 2008

venerdì, dicembre 05, 2008

L’età e la visione del futuro

E' piuttosto difficile affrontare il tema del futuro con 1800 battute. Il futuro oggi non esiste, va immaginato. Ognuno di noi deve immaginarselo. Di questi tempi difficoltà e paura del presente rendono difficile prevedere un futuro se non con orizzonti foschi e pieni d’incognite. La mia immagine del futuro è influenzata dalla mia condizione attuale, dalla mia esperienza, dalle mie prospettive ed è anche limitata dalla mia età. Mio figlio Niccolò che ha diciotto anni ed è prossimo alla maturità, intravede altro: è ovvio. In America anche il presidente eletto Barack Obama, 47 anni, immagina il futuro del suo paese. Immagina di affrontare la crisi e la recessione dando inizio alla terza rivoluzione: dopo l’era del carbone, dopo l’era del petrolio, prevede e scommette sull’era delle energie rinnovabili. Non si tratta solo di ecologia e di difesa dell’ambiente, c’è molto di più. C’è la prospettiva concreta di rilancio dell’economia degli Stati Uniti e probabilmente la riconquista della leadership economica mondiale. Così come ieri, quando la locomotiva alimentata a carbone prima e il motore a scoppio alimentato a petrolio poi, favorirono la crescita e lo sviluppo imponendo la realizzazione delle infrastrutture necessarie, lo stesso accadrà, secondo Obama, investendo nell’energia alternativa: sole, vento, maree, biomasse, motori elettrici, pannelli solari e altro. Così la riconversione all’economia verde, in America, creerà 5 milioni di nuovi posti di lavoro,150 miliardi di dollari saranno investiti nei prossimi cinque anni, circoleranno un milione di auto tra ibride e totalmente elettriche, un quarto dell’energia elettrica sarà prodotta da tecnologia pulita, forti gli investimenti previsti nell’edilizia pubblica per edifici ad alta efficienza energetica con sconti e agevolazioni per quella privata. Soldi, tanti soldi alla ricerca. L'obiettivo? Entro il 2018 azzeramento delle importazioni di petrolio dal Medio Oriente. Sembra un bel futuro.
E in Italia? Da noi, per adesso, è tutta un’altra storia.

d.e.
Venerdì 5 dicembre 2008

venerdì, novembre 28, 2008

L’abitudine e l’assuefazione

E' vero, ci si abitua a tutto o quasi. L’abitudine ha in sè un enorme potere, la storia ci insegna che non c’è niente cui l’uomo non finisca per abituarsi, fino a considerare inevitabili e ineluttabili le più aberranti crudeltà e ingiustizie. Oggi siamo arrivati alla totale assuefazione, come animali onnivori fagocitiamo e digeriamo tutto e di tutto. Anche questa grave crisi economica e finanziaria rischia di diventare quasi normalità. Per assuefazione alle vacuità niente fa più veramente notizia. Accettiamo, senza meravigliarci più di tanto, lo stesso esperto che dopo averci detto, poche settimane fa, che il prezzo del petrolio sarebbe salito fino a 200 dollari al barile spingendoci verso una profonda crisi energetica mondiale, ci dica oggi che sono del tutto normali i 50 dollari al barile e che non siamo più dipendenti dall’oro nero; ovviamente tutto da lui già previsto. Assuefazione anche verso questo nostro quotidiano teatrino della politica, un teatrino televisivo dove attori da avanspettacolo recitano da politici, insultando continuamente, spesso senza ritegno e senza dignità, affermando oggi con convinzione una cosa salvo domani smentire con sdegno. Difficile, almeno per me, trovare dignità in un Daniele Capezzone faccia da bravo ragazzo, da bamboccione, segretario del Partito Radicale fino a pochi mesi fa: abortista, antiproibizionista, anticlericale, a favore della liberalizzazione delle droghe leggere e per le coppie di fatto, che aveva definito Berlusconi un matto. Oggi è portavoce di Forza Italia avendo intravisto nel Popolo delle Libertà “una grande opportunità”. Per lui certamente. Che dire del signor Riccardo Villari, eletto per scherzo alla presidenza della Commissione di Vigilanza Rai. Nonostante avesse giurato e spergiurato che avrebbe rassegnato le dimissioni di fronte ad un candidato condiviso, Sergio Zavoli, una volta sedutosi sulla sedia presidenziale, non ha inteso più lasciarla, quasi avesse il sedere impiastricciato di un mix di coccoina, vinavil, attack e bostik. E invece dovremmo ritrovare la forza di indignarci. Forse soltanto ritrovando le passioni politiche di una volta, con o senza ideologia non importa, e la capacità di riconoscere le persone perbene (non è poi così difficile, la coerenza spesso è un buon indizio) potremmo scuotere l’arroganza di certi politici. Mio nonno mi diceva: “A volte facciamo come le pecore, ci accodiamo per istinto”. Non rassegniamoci.

a.b.
venerdi 28 novembre 2008

lunedì, novembre 17, 2008

Windows, nozze d’argento

Venticinque anni fa nasceva il sistema operativo per computer Windows. Era l’undici novembre del 1983 quando il giovane Bill Gates annunciava, non senza compiacimento e con un atteggiamento che a molti sembrò fin troppo spavaldo, la nascita di una nuova interfaccia grafica per PC: Windows 1.0. “Questo nuovo sistema operativo, fornito di un’interfaccia grafica nuova e unica, diventerà il sistema operativo del 90% dei personal computer” dichiarò Bill in quell’occasione. A molti sembrò una “spacconata”. Oggi la quota di mercato detenuta da Windows è esattamente quella ed è leader assoluto e indiscusso nel settore. Chi non conosce Windows? Nelle case, negli uffici, in ogni angolo della Terra, dove c’è un PC, che sia usato per diletto o per professione, c’è anche Windows con le sue “finestre”. Dopo un quarto di secolo non solo è il sistema di gran lunga più utilizzato, ma non se ne intravede la fine e forte è l’aspettativa per l’imminente uscita del nuovo Windows 7. La prima versione di Microsoft Windows non disponeva di un gran numero di funzionalità e a dire il vero non ebbe nemmeno un grande successo. Era un’estensione del mitico MS-DOS, il primo S.O. di grande diffusione che determinò lo sviluppo e l’espansione vertiginosa dei personal computers. Con grande acume e intuito i fondatori della Microsoft offrivano, allora, il DOS a un prezzo molto contenuto rispetto alla concorrenza e soprattutto, volutamente e astutamente, permisero che il programma potesse essere copiato e istallato senza problemi o limitazioni, consentendo così una facile e velocissima propagazione, a discapito degli altri sistemi difficilmente clonabili. Anni fa un amico di origine iraniana, che adesso lavora per un’importante azienda milanese, mi passava, sui quasi leggendari floppy disk, gli aggiornamenti del DOS che erano ovviamente e inevitabilmente taroccati. Oggi laMicrosoft Corporation fondata nel 1975 è una delle più importanti aziende produttrici di software del mondo con un capitale di oltre 270 miliardi di dollari. Bill Gates, fondatore con Paul Allen, è uno degli uomini più ricchi del pianeta. Quattro mesi fa Gates ha lasciato la presidenza della società dichiarando di volersi dedicare alla filantropia, invocando una nuova era all’insegna di quello che lui chiama: “Il capitalismo creativo”, un sistema in cui i progressi tecnologici compiuti dalle aziende contribuiscono allo sviluppo delle aree più povere del mondo indipendentemente dalla possibilità di profitto. Questo il commento alle sue parole di alcuni industriali perplessi: “E’ andato, l’è sciupà”.

venerdi 14 novembre 2008

lunedì, novembre 10, 2008

Un mondo a colori

E' Barack Obama il 44° presidente degli Stati Uniti d’America. Dopo una lunga campagna elettorale, dura, senza esclusione di colpi, Obama ha trionfalmente vinto, per lui quasi un plebiscito. Anch’io, come tanti, ho ricevuto la sua mail, alle 6 e 53 di mercoledì mattina: “How this happened” (com’è potuto accadere) è il titolo del messaggio, che continua: “Friend… we just made history…” (abbiamo appena fatto la storia), “… Thank you, Barack”. 47 anni, una vita che è un romanzo, Obama è l’interprete perfetto del sogno americano; uomo colto, intelligente, grande oratore ha saputo risvegliare la coscienza politica degli americani. E’ stato votato dal 66% dei giovani, molti dei quali si sono avvicinati alla politica per la prima volta, affascinati da un uomo capace di infondere speranza, coraggio e voglia di cambiamento: “Yes we can”, (possiamo farcela), è stato il suo leit motiv. Nella notte di martedì scorso feste spontanee sono esplose in ogni dove d’America, decine di migliaia di persone di ogni età, razza e religione sono scese in strada per festeggiare una vittoria che è da considerarsi a mio parere epocale. La convinzione è quella di aver assistito a un momento che passerà alla storia, non solo perché forse è finita un’era, ma perché Obama è nero! Un altro muro è caduto, dopo 230 anni un afroamericano prende possesso della Casa Bianca e diventa il presidente della nazione più potente al mondo. Impensabile fino a qualche decennio fa. La grande maggioranza del popolo statunitense è tornata partecipe e ha anche scritto la parola fine alla discriminazione razziale, almeno in America. Circa dieci anni fa ero a New York, percorrevo il largo marciapiede della Broadway diretto verso Time Square. Time Square è la piazza dove i newyorkesi festeggiano il capodanno, spesso la vediamo in televisione con i palazzi ricoperti di pubblicità luminosa e le scritte scorrevoli delle quotazioni della borsa americana; nei paraggi c’è la sede del New York Times. Ricordo una fiumana di gente che mi viene incontro, il mondo intero davanti a me: ispanici, andini, scandinavi, caucasici, africani, asiatici, mediorientali, un miscuglio di razze, di colori; figure frenetiche, indaffarate, incontenibili.
Ero affascinato. Ho immaginato che, indipendentemente dal colore della pelle, ognuna di quelle persone avesse più o meno gli stessi problemi, più o meno le stesse aspirazioni, più o meno gli stessi pensieri. L’umanità: bianchi, gialli, rossi, neri, olivastri … è evidente che è così che piace a Dio.

a.b.

Venerdì 7 novembre 2008


lunedì, novembre 03, 2008

Si sta alzando una leggera brezza

Non si era mai visto prima d’ora Il mondo della scuola così unito nella protesta: studenti, insegnanti, bidelli, personale amministrativo, universitari e persino alcuni rettori aggregati e coesi nel manifestare il proprio dissenso contro il decreto del ministro Gelmini; una legge che a loro dire apporta tagli di spesa pesantissimi all’istruzione. Al dissenso si sono aggiunti i ricercatori, i precari, i genitori degli alunni delle scuole elementari, le associazioni di genitori cattolici anche loro molto preoccupati per la riduzione delle risorse destinate alle scuole paritarie. Persino Famiglia Cristiana e il quotidiano Avvenire si schierano a fianco della protesta: “Colpire la scuola e l’università significa colpire il cuore pulsante di una nazione” scrive il settimanale cattolico. Nonostante le rimostranze e le numerose richieste giunte al governo per un ripensamento, il decreto è diventato legge. Questo decisionismo risoluto, questo: “Noi tiriamo dritto”, sembra piacere alla maggioranza degli italiani, così almeno rilevano i sondaggi. Tuttavia stiamo assistendo a un fatto nuovo, a mio parere non trascurabile, forse poco prevedibile: migliaia e migliaia di ragazzi che manifestano, che chiedono di essere ascoltati e che intendono farsi sentire. Ragazzi che vogliono difendere non tanto la scuola così com’è ma l’istruzione, intesa come investimento nella formazione e quindi nel futuro loro e del Paese. Non si tratta d’imbecillotti facinorosi, fannulloni strumentalizzati, si tratta di studenti che si mobilitano senza etichette e senza partiti. Non è un movimento partiticizzato, ma un movimento politico, perché l’oggetto della protesta è il loro futuro. La mia professoressa di matematica al liceo mi diceva: “Anche il lattante quando piange, perché ha fame, fa politica”. Gli studenti hanno dalla loro la facilità e la velocità nel comunicare, sono padroni delle nuove tecnologie e della rete, hanno saputo conquistare con disinvoltura un grande spazio con creatività e senza violenza. Sono stati capaci di evitare le provocazioni che purtroppo fatalmente e in maniera ineluttabile continueranno ad arrivare se la protesta dovesse continuare. Molti immaginavano i ragazzi di oggi, appagati e compiaciuti, davanti alla playstation o sintonizzati su Amici di Maria De Filippi. Io no, almeno non tutti.

a.b.
venerdi 31 ottobre 2008

lunedì, ottobre 27, 2008

Sarti, Burnich, Facchetti...

Ascoltavo alcuni tifosi di ritorno dallo stadio Voltini di Crema che commentavano il cosiddetto derby tra Pergo e Cremonese. Ho immaginato che avessero assistito a una partita brutta, monotona, povera di emozioni. Non sono sorpreso, salvo alcune eccezioni, le partite di calcio sono, a mio parere, noiosissime. Quante volte abbiamo visto incontri dove, nell’arco di un’ora e mezza, al massimo sono tre o quattro le azioni degne di nota. Ma accade che per il tifo e per l’attaccamento alla squadra, spesso, vediamo un’altra partita. Se fossimo scevri dalla passione e dalla conseguente tensione prenderemmo atto invece, di uno spettacolo molto spesso monotono e noioso; uno spettacolo che non regge il confronto, ad esempio, con il basket o il volley, dove le azioni si susseguono una dopo l’altra, velocissime e senza soluzione di continuità. Ho giocato a calcio e sono stato appassionato e tifoso, ancora mi piace guardare gli incontri tra squadre blasonate oltre alle partite della Nazionale, ma sono rare le occasioni in cui si possono ammirare giocate spettacolari. Molti tifosi dissentiranno ed è giusto, siamo nella sfera del soggettivo, ma c’era un tale che sosteneva che la partita di calcio perfetta è quella che finisce zero a zero, il ché è tutto dire. Pensandoci bene, forse, è il calcio visto allo stadio o peggio ancora in televisione che, rappresentando se stesso, mi annoia. Da ragazzo ascoltavo le partite alla radio. Le radiocronache del commentatore lasciavano spazio alla mia immaginazione e all’emozione: un’azione o un goal, arricchiti dalla mia fantasia, diventavano gesta eroiche. Ricordo, avevo nove anni: “Amici sportivi in ascolto, qui è Nicolò Carosio che vi parla e vi saluta... Internazionale: Sarti, Burnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso”. E i brividi correvano lungo la schiena.

Daniele Tamburini.
venerdì 24 ottobre 2008

lunedì, ottobre 20, 2008

Si salvi chi può

Salviamo le banche, ma salviamo anche i cittadini che hanno sottoscritto un mutuo. Tutti d’accordo: è necessario salvare le banche per impedire il crollo del sistema. Al punto in cui siamo è inevitabile, anche se forse è un rimediare all’effetto, ma non alla causa. Dopo anni di mancanza di regole e decenni di scarsi controlli, la crisi del credito è scoppiata, implacabile. Tutto è iniziato negli Stati Uniti e l’origine è chiara: gli istituti americani hanno concesso credito, principalmente per l’acquisto di una casa, a tutti, anche a chi non poteva permetterselo. Il denaro costava poco, il rischio era considerato basso e poi c’era l’immobile sui cui eventualmente rivalersi. Ma è successo che l’aumento del costo del denaro e la crisi economica - che ha espulso le classi economicamente e professionalmente più deboli - hanno fatto scoppiare la bomba: chi si è trovato senza lavoro e con un mutuo salito alle stelle non è più riuscito a pagare le rate del prestito. Le banche si sono, allora, rivalse confiscando le case e mettendole all’asta; ma l’eccesso di offerta ha fatto crollare il mercato immobiliare impedendo agli istituiti di credito di rientrare dei soldi erogati. Ci sono stati istituti di credito che si erano esposti anche per trenta volte il valore del loro capitale. Inoltre, questi mutui divenuti ad alto rischio erano stati impacchettati in titoli cosiddetti strutturati e venduti ad altri istituti di tutto il mondo, i quali candidamente li hanno propinati ai propri clienti. Il virus ha infettato il mercato e la crisi è diventata planetaria. E’ cominciata a mancare la liquidità nel sistema bancario, conseguentemente il costo del denaro è salito ancora e le insolvenze sono iniziate anche da noi. Rate dei mutui sempre più alte, famiglie in difficoltà, paura e sfiducia (ma anche
speculazione) sui mercati, crollo delle Borse. Mio nonno diceva che periodicamente le Borse presentano una crisi profonda, endemica: “La tosatura delle pecore” la chiamava, le pecore erano i piccoli risparmiatori, e aggiungeva, che visto l’interesse offerto dalle banche: “Sotto il materasso, i soldi sono al sicuro”. Oggi in Gran Bretagna c’è il boom delle vendite di casseforti. Per ridare fiducia bisognerebbe avere il coraggio di andare alla radice del problema e affrontare il problema dei mutui. Aiutare le persone a far fronte alle rate, abbassare i tassi d’interesse, prevedere agevolazioni immobiliari per le famiglie, rinegoziazioni dei mutui che effettivamente producano una rata più sostenibile. Questo consentirebbe forse di eliminare una prima causa della crisi, darebbe un po’ di ossigeno ai budget familiari e infonderebbe speranza e maggiore fiducia nella gente. In caso contrario sempre mio nonno che, come molti, non amava le banche avrebbe detto: ” Muoia Sansone con tutti i Filistei”.
a.b.

lunedì, ottobre 13, 2008

Pro Domo Nostra

In questi giorni una buona parte della stampa italiana è in subbuglio per effetto del decreto del Governo che prevede una riduzione del contributo pubblico destinato ai giornali editi dalle cooperative di giornalisti e ai giornali politici. Preciso subito che Il Piccolo Giornale è un settimanale a diffusione gratuita che non gode, non avendone titolo, di alcun contributo statale o di altra sovvenzione di qualsiasi natura, eccezion fatta della riduzione sulla tariffa postale per la spedizione delle copie agli abbonati. Riduzione che si traduce in un risparmio annuo di poche centinaia di euro. Pertanto la questione non ci riguarda direttamente.
Il Piccolo vive soltanto di pubblicità. Sono i nostri inserzionisti, ai quali va la nostra infinita gratitudine, che permettono la pubblicazione settimanale e consentono a migliaia e migliaia di persone la lettura gratuita del giornale. A seguito dei tagli decisi dal Ministro dell’economia diverse aziende editoriali hanno già annunciato la richiesta dello stato di crisi, dichiarando che la riduzione, ma soprattutto l’incertezza dell’eventuale contributo e del suo ammontare, comporterà la loro chiusura. Da qualche tempo, da più parti, si chiedeva al Parlamento una riforma dell'editoria che prevedesse un riordino dei criteri di erogazione dei contributi per evitare discriminazioni e abusi se non vere e proprie truffe. Fino a ieri erano tanti quei giornali che attingevano ai fondi pubblici sulla base di tirature gonfiate o aggirando la legge; pertanto siamo favorevoli a una razionalizzazione del sistema dei contributi evitando però di mortificare o peggio ancora “soggiogare” la libertà e il pluralismo dell’informazione. Il pluralismo dell’informazione è condizione indispensabile per una vera democrazia; una democrazia non è tale se viene meno la possibilità di scelta. Il poter scegliere ha come presupposto la conoscenza delle alternative e quindi delle diverse opinioni. Questo è anche uno dei compiti dell’informazione: dare voce alle diverse opinioni. La diversità delle idee e il poterle diffondere sono la base di una convivenza democratica e lo Stato dovrebbe esserne garante.

Daniele Tamburini
Venerdi 10 Ottobre 2008

giovedì, ottobre 02, 2008

Beluzzi, l’agone e il malvezzo

Beluzzi ha rinunciato: “… ritengo sia venuto il momento di togliere il disturbo”.
E’ certo che di disturbo ne ha arrecato tanto e a tanti viste le reazioni, spesso scomposte, scatenatesi dopo la presentazione della sua candidatura a sindaco della Città.
Certezze non ne ho, ne potrò averne ma la sensazione è che Cremona abbia perso un’occasione. Leggendo la lettera con la quale annuncia il suo ritiro e che contiene una prima stesura di quello che sarebbe stato il suo programma politico, aumenta in me la persuasione che dietro la scelta della sua candidatura ci fosse veramente un progetto di rinnovamento della politica e una concreta prospettiva di rilancio per Cremona affidata a persona competente. Non soltanto un’abile mossa politica per erodere consensi al centrodestra. Forse si, forse no; manca la riprova.
Più “certezze” di me devono averne avute gli avversari politici che ambiscono a sconfiggere il centrosinistra e a conquistare il governo della Città, se è vero che (confidenze di amici) tra i militanti della coalizione di centrodestra si ipotizzava di andare a votare in massa alle primarie l’attuale sindaco, spacciandosi per sostenitori del PD, ritenendo il candidato Beluzzi più pericoloso. L’unico freno, per alcuni, poteva essere il dover donare un euro agli odiati avversari.
Ammesso e non concesso che Cremona abbia perso un’occasione, di sicuro l’ha persa il PD. Un’accoppiata Beluzzi-Corada: rinnovamento e innovazione associati a carisma ed esperienza amministrativa forse avrebbe sbaragliato il campo. Rilevante il fatto che i contestatori di Beluzzi, tutti, abbiano fatto la seguente premessa: ” Io Beluzzi non lo conosco, però…” E giù botte da orbi.
Pietro Aretino poeta, scrittore e drammaturgo nato nel 1492, anno della scoperta dell’America, aveva fama di spregiudicato e arrogante dissacratore ma: “ … l'Aretin, poeta tosco; di tutti parlò mal, fuor che di Cristo, scusandosi col dir: non lo conosco.”

a.b.
venerdì 3 ottobre 2008

lunedì, settembre 29, 2008

Al lè, ghare's maai crediit…

Questa settimana avrei voluto soprassedere alle vicende politiche nostrane e alla disputa Corada- Beluzzi con tanto di colpi di scena preannunciati poi rientrati. Ma non si può. Mi ha sorpreso la determinazione del sindaco Gian Carlo Corada che ha detto no al tentativo di mediazione e di ricomposizione della spaccatura nel PD, rifiutando incarichi diversi e altri progetti. Stimo molto Corada come politico e come uomo, ma mi hanno confuso le sue dichiarazioni. La scelta di candidarsi è più che legittima, comprensibile e rispettabile, ma giustificarla con il timore che i concittadini potessero interpretare un suo eventuale ritiro come il massimo dell’opportunismo… mi lascia perplesso. Così come mi lascia perplesso l’assoluta irrinunciabilità alle primarie. Ma tant’è. Per quest’ultime mi aspetto un confronto ricco di contenuti e di proposte per la Città. Da spettatore auguro ai due candidati, il professor Gian Carlo Corada e il dottor Pierpaolo Beluzzi, un imparziale in bocca al lupo. Registro poi, roba non da poco, la grande novità dello “strappo”, in area centrodestra, del consigliere Ferdinando Quinzani, eletto nelle liste di Forza Italia, ma che insieme ad altri ha dato vita a una lista civica autonoma che si presenterà alle prossime elezioni amministrative con l’ambizione di rappresentare la maggioranza degli elettori di centrodestra, e la convinzione di andare al ballottaggio finale con quello che sarà il candidato del Partito Democratico.
Dimostrazione che se in casa PD le acque sono agitate, in casa PdL, forse, si annuncia un fortunale. Per approfondimenti rimandiamo alle pagine interne. E poi, roba da non credere, Cremona è la sesta città in Europa per numero di anziani: per ogni 100 giovani ci sono 226 ultra sessantacinquenni. Ma è un dato positivo, o no? Se son tutti come il mio amico Luigi, Dio ce ne scampi e liberi.

a.b.
venerdi 26 settembre

lunedì, settembre 22, 2008

UN PASSO INDIETRO, UN PASSO AVANTI

Le prossime elezioni amministrative sono, in questi giorni, uno tra gli argomenti più dibattuti sui media e tra la gente; in particolare tra coloro che s’interessano della vita pubblica cittadina. Molto ha influito la diatriba, all’interno del Partito Democratico, per la candidatura a sindaco. Il tema non è marginale, perché riguarda il governo e il futuro della città per i prossimi cinque anni. Le occasioni per discutere, anche animatamente, non mancano. Il candidato della destra non si conosce ancora e se c’è è tenuto nascosto. E’ una scelta strategica dei partiti che compongono la coalizione, è conveniente attendere ancora, prima di scoprire le carte; meglio aspettare gli sviluppi in casa democratica e muoversi conseguentemente. Nel PD gli animi sono accesi e la discussione, per usare un eufemismo, è calorosa. Pur tuttavia abbiamo ascoltato dichiarazioni che coltivano la speranza o forse meglio l’auspicio (inteso come desiderio) che sia ancora possibile evitare il pericoloso duello delle primarie, e scongiurare anche il rischio che: “Chi vince vince, chi perde perde”, con tanto di partito spaccato. Nonostante le ruvide dichiarazioni di questi giorni, il tempo e lo spazio, perché ciò avvenga, potrebbe esserci. Poiché, per la teoria della relatività anche lo spazio e il tempo possono mutare, così possono modificarsi le posizioni. Il tema in discussione nel PD è il cambiamento, che però non è motivo di critica, tutti si dichiarano favorevoli e ne convengono; il busillis piuttosto è chi è chiamato a interpretarlo. Il disegno dei vertici del PD era che il dottor Beluzzi ne fosse il soggetto principale e il professor Corada la guida spirituale. Dante e Virgilio, insomma. Corada non c’è stato, forse perché, al tempo, Dante era vivo, Virgilio no. Scherzi a parte, per evitare lo scontro qualcuno dovrebbe fare un passo indietro. Chi? Questioni loro. Certo è che per fare un balzo in avanti, occorre fare passi indietro e prendere, così, una buona rincorsa. Orazio, poeta latino, scriveva: “Sapere aude”, che si può tradurre in: abbiate il coraggio di essere saggi.

a.b.
venerdì 19 settembre 2008

lunedì, settembre 15, 2008

TANTO TUONO’ CHE PIOVVE

Niente da fare. Nemmeno l’On. Luciano Pizzetti è riuscito a persuadere Gian Carlo Corada a rinunciare alle primarie. “Ho deciso di ricandidarmi perché credo, in tutta onestà, di fare il bene della Città”, dichiara il nostro sindaco. Confesso che avrei scommesso cinque euro su l’esito opposto. Ma così è, e il 14 dicembre prossimo gli elettori e i simpatizzanti del Partito Democratico saranno chiamati a scegliere tra il professor Gian Carlo Corada e il dottor Pierpaolo Beluzzi, il loro candidato alle prossime elezioni comunali. Le primarie: una spaccatura nel PD? Probabile. Uno strumento partecipativo, altamente democratico, che potrebbe rinvigorire gli entusiasmi? Forse. Possono essere l’una e l’altra cosa, dipenderà dallo spirito con cui ci arriveranno e se ci sarà una regia oppure no. Certo è che, oggi, l’amarezza e la delusione dei quadri dirigenti del partito, Mauro Fanti e Gerardo Paloschi in testa, è tangibile. La controversa decisione dell’attuale sindaco non è un fulmine a ciel sereno e, per rimanere in campo meteorologico, è presto per dire se scatenerà una tempesta (con tanto di dimissioni) o un debole temporale. La sensazione è che comunque stia piovendo sul bagnato. E si sa, quando piove “chi si ripara sotto la frasca prende quella che piove e quella che casca”.
A destra? S’ode uno squillo di tromba? Macché, niente di niente. C’è tempo, ci dicono. Ed è logico che sia così. Conviene stare alla finestra per due motivi: uno, perché in questo momento il proscenio è tutto occupato dalle vicende del PD; due, perché il candidato andrà scelto conseguentemente al risultato delle primarie dei Democratici. Pertanto mettiamoci l’animo in pace e tiriamo fuori l’ombrello perché tra un po’ comincerà a piovere.

Aldemario Bentini
Venerdi 12 settembre 2008

lunedì, settembre 08, 2008

Io Sindaco, tu Sindaci, egli Sindaca

Elezioni primarie del PD? Il sindaco Gian Carlo Corada, per il momento non scioglie la riserva, e tiene in apprensione una parte del vertice del Partito Democratico. Per alcuni la speranza è che il ritorno, dalle ferie agostane dell’ On. Luciano Pizzetti, sereno e rilassato, possa convincere l’attuale primo cittadino a desistere dall’autocandidarsi, e persuaderlo a posizionarsi, invece, alla “guida del processo di rinnovamento”. Il candidato ufficiale Pierpaolo Beluzzi dice la sua, anche se è probabilmente turbato da tanto inaspettato can-can. Sta meditando. Il rischio è che anche lui inizi a sospettare che possa essere più facile vincere le elezioni amministrative piuttosto che la democratica tenzone con il sindaco uscente. Le primarie: tutti le vogliono, ma per tutti è meglio evitarle. Dall’altra sponda, per adesso, nessun squillo di tromba. Nomi tanti ma niente di concreto. Il possibile candidato, che ultimamente godeva di maggior attenzione, era Andrea Pasquali (Giovani Industriali), candidatura tramontata forse già al momento in cui, lui stesso, e alcuni associati alla categoria hanno storto il naso. La ricerca da parte del centrodestra di un nome autorevole, di spessore e convincente, sembra indirizzarsi, al momento, verso una donna. Perché no? Benvenga una sindaca purché competente. La signora Adriana Conti Rinaldi, alla quale Forza Italia ha chiesto la disponibilità a candidarsi, ha gentilmente e cortesemente rifiutato. L’auspicio è che si faccia in fretta a individuare i candidati, in modo che i cittadini possano conoscere e confrontare, soprattutto, i programmi; scegliere l’uomo o la donna idonei a metterli in pratica e governare il civico convivere con tutto quello che ne consegue. Si tratta di una scelta importante per la Città, che tutti riguarda e coinvolge.

Aldemario Bentini

lunedì, settembre 01, 2008

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DI VIA IPPOCASTANI

L’esecutivo provinciale del Partito Democratico ha offerto la candidatura a sindaco, per le prossime elezioni amministrative, al giudice Pierpaolo Beluzzi. Con parole più semplici: il dottor Beluzzi è il candidato sindaco del PD. Giovane, quarantatrenne, nato a Bologna, laureato in giurisprudenza, uno stage presso la School of Law di New York, carriera da magistrato, sposato. Il giudice, coordinatore della sezione Gip del Tribunale di Cremona, è un autorevole esperto di materie per la modernizzazione delle pratiche relative alle attività amministrative e vanta un ottimo e ammirabile curriculum vitae. Potrebbe essere il candidato rispondente alle esigenze di rinnovamento, appartiene alla società civile, non è un politico di professione, probabilmente l’uomo adeguato a dare risposte alle richieste di sicurezza e di modernizzazione avanzate dai cittadini. A prima vista il candidato “perfetto”, una scelta che ricorda quella vincente di Paolo Bodini di qualche anno fa; questa, almeno, deve essere stata la convinzione di coloro che l’hanno proposto.
Tuttavia alla ciambella è mancato il buco, ossia l’assenso e la benedizione del sindaco uscente Gian Carlo Corada. Questo è l’incredibile pasticcio: senza questo imprimatur, l’operazione assume una connotazione verticistica, poco democratica, antipatica, ma soprattutto irriconoscente verso una persona che, per molti, si è spesa alla politica in alcuni casi più per dovere che per scelta. La scelta, forse affrettata, dell’esecutivo del Pd appare come un errore che vede increduli e perplessi molti militanti e simpatizzanti di questo partito, soprattutto quando Corada lascia intendere che sarebbe sua intenzione presentarsi alle primarie appellandosi alla scelta degli elettori e dei militanti pidiini. Forse la situazione è più complessa di come appare, a noi non tutto è dato sapere, ma in politica la forma ha valore, e la forma non è sembrata impeccabile.
Aldemario Bentini
venerdi 29 agosto 2008

giovedì, agosto 07, 2008

La Cremonese in Coppa UEFA.

Per telefono arriva la notizia: un’amica se n'é andata, si dice così, aveva più o meno la mia età. Mi è stata prodiga di consigli durante la mia prima importante esperienza lavorativa in Pavia, dove lei lavorava al Teatro Fraschini, pezzo forte della città universitaria. Era competente e per bene… ciao Rosanella.
Cominciano a esser tanti gli amici e i colleghi che se ne sono andati, forse prima del dovuto, troppi.
Sono sempre i migliori che se ne vanno”: l’ho sempre considerata una frase fatta, ma comincio a convincermi che sia vero. I farabutti, i voltagabbana, i pezzi di merenda, invece sono tanti e sono sempre in giro. Alla mia lista si è aggiunto, di recente, un tale: mi era stato presentato da un politico, una persona seria che stimo. Non me l’aspettavo… ci sono rimasto male. Continuo, comunque, a restare ancorato al detto: “Chi si comporta male, prima o poi ne paga il fio”, è un mio principio.
Ricordati ragazzo, se non v’è giustizia terrena v’è di certo quella divina” mi diceva nonna Adele con il suo dignitoso parlare tosco e schietto.
Va beh, pensiamo alle vacanze. Godiamocele fino in fondo perché dicono che l’autunno sarà caldo, e gravido di problemi. Non ci prospettano niente di buono, c’è solo da rimboccarsi le maniche e penare, dura è la congiuntura.
Però è di vitale importanza restare ottimisti e fiduciosi: non s’è mai visto un pessimista ottenete risultati.
L’ottimismo è il profumo della vita diceva Tonino Guerra poeta in uno spot pubblicitario, poco efficace perché ricordo lo slogan ma non il prodotto. Ottimismo e convinzione, ecco quello che ci vuole perché com’è il detto? “Gente allegra il Ciel l’aiuta". Con ottimismo convinto potremmo anche confidare che al rientro ci possa essere di che compiacersi e vedere ribaltate le previsioni, perché no?
Potremmo riscontrare un’inflazione scesa ai livelli minimi, il tasso d’interesse sui mutui all’1%, scoprire che alla fine del mese alle famiglie restano dei soldi e il 31 ottobre è di nuovo la giornata del risparmio. Magari al ritorno dalle vacanze potremmo costatare che il premier Silvio Berlusconi sta facendo anche l’interesse del Paese. Ascoltare, euforici, le dichiarazioni dei petrolieri che, presi da una improvvisa crisi di coscienza per la vergogna di aver tanto speculato sul prezzo del greggio, hanno deciso di riportare il prezzo della benzina al 1990: 0,75 euro al litro. In più il Governo, resosi conto che non è più tempo di chiedere finanziamenti per la guerra in Abissinia e per la crisi di Suez del ’56, ha ulteriormente ridotto il prezzo di dieci centesimi al gallone. Potremmo trovare, di ritorno dal breve soggiorno al mare o ai monti, che il valore del denaro è, più o meno, lo stesso sia quando lo depositiamo sia nel momento in cui lo prendiamo in prestito: sempre denaro è. Che le coalizioni politiche nostrane hanno trovato l’unanimità nell’individuare i candidati alle prossime elezioni amministrative, che la Tamoil si è trasformata e produce un antizanzara ecologico e che la Cremonese disputerà la Coppa UEFA.
Serene vacanze e buon rientro.

Aldemario Bentini
Venerdi 8 agosto 2008

lunedì, agosto 04, 2008

Debiti pubblici e debiti privati

Le famiglie italiane, non escluse quelle cremonesi, sono sempre più indebitate e faticano a traguardare la fine del mese. Con le rate del mutuo, macchina, Tv al plasma, o per il finanziamento chiesto per affrontare le spese impreviste, capitate maledettamente tra capo e collo, ci indebitiamo sempre di più e in modo costante. Una famiglia su tre ha serie difficoltà
economiche, nel 15 per cento dei casi non si arriva a fine mese. La situazione è andata peggiorando con l’innalzamento dei tassi d’interesse sui mutui. Per molte famiglie, una su due, il risparmio è una chimera.
Quasi impossibile mettere soldi da parte, si moltiplicano piuttosto i nuclei costretti a ricorrere ai prestiti. Ci s'indebita per beni di prima necessità, per imprevisti relativi alla salute, ma anche per mandare i figli all’università. Mano a mano il credito al consumo è diventato un mezzo al quale si fa sempre più ricorso in certi casi anche per fare la spesa. Non siamo ai livelli delle famiglie americane, per fortuna, ma certo è che il trend è preoccupante. Gli italiani, se non bastasse, sono gravati, questa volta tutti e indistintamente, di un debito indiretto e ereditato, Il debito pubblico, che pesa come un macigno sulle possibilità di crescita e di sviluppo del nostro Paese. L’ammontare del debito complessivo è una cifra spaventosa che tradotta pro capite significa circa 27.500 euro per ciascun italiano neonati compresi. Il debito pubblico è il debito dello Stato nei confronti d’individui, imprese, banche, che hanno sottoscritto obbligazioni (BOT e CCT) destinate a coprire il fabbisogno finanziario statale. Su questo debito, ovviamente, lo Stato paga gli interessi che concorrono ad aggravare la situazione. Il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo (PIL) costituisce un importante indice della solidità finanziaria ed economica di uno Stato. Nel 1980 il rapporto tra debito e Pil era ancora sotto il 60 per cento, nel 1994 ha toccato il picco massimo: 121,5 per cento. La maggiore crescita dell’ammontare del debito pubblico, una vera e propria esplosione, si è avuta negli anni ’80, gli anni del penta partito e di Bettino Craxi, gli anni della Milano da bere, del benessere diffuso, degli yuppies rampanti, della moda, della nave che va. Chi ha vissuto quel momento egoisticamente lo rimpiange. Oggi siamo costretti a pagarne il fio. A onor del vero alla crescita esponenziale del debito ha contribuito anche il fatto che, prima del 1980, il tasso ufficiale di sconto, che determina i tassi d’interesse, è sempre stato sotto il tasso d’inflazione.
Dal 1980 in poi, quando il TUS è diventato di esclusiva competenza della Banca d’Italia, è sempre stato ampiamente sopra il tasso d’inflazione contribuendo a far lievitare il nostro debito pubblico. Oggi siamo al 105 per cento circa, ancora un’enormità e un pericoloso freno alla crescita e alla ripresa. Scendere è maledettamente complicato e faticoso. Nessun governo recentemente ha affrontato il problema con determinazione perché inevitabilmente gli interventi strutturali risulterebbero fortemente impopolari. Non a caso anche l’ultima manovra triennale del ministro Tremonti è stata inesorabilmente bocciata da una famosa agenzia internazionale di rating: “L’effetto della manovra sulla spesa pubblica sarà lieve e il debito pubblico rimarrà elevato”. Purtroppo al punto in cui siamo giunti, per diminuire il debito è necessario tagliare pesantemente non solo gli sprechi e il superfluo ma anche la spesa pubblica, non c'è scampo. Nessuna parte politica ha il coraggio di farlo. Non lo ha fatto il precedente governo e nemmeno questo lo farà. L’unica possibilità a mio parere potrà essere un governo di "larghe intese", con le responsabilità condivise. Oggi, anche questo, sembra essere una chimera: siamo ancora al muro contro muro.

Aldemario Bentini

venerdì, luglio 25, 2008

Mandami una cartolina

Andrea Taracchini ventitreenne di Casalmaggiore non fa a tempo a laurearsi in fisica, all’Università di Trieste, con il massimo dei voti e la lode che viene selezionato da una prestigiosa università americana. L’Università del Maryland gli offre un contratto di cinque anni per un dottorato di ricerca ed una cattedra dalla quale dovrà insegnare quello che lui sa agli studenti. Tra pochi giorni partirà per Washington verso l’oceano Atlantico e verso il suo futuro.
Può sembrare una bella storia e certamente lo è per il nostro Andrea, un po’ meno per il Paese. Ogni anno migliaia di nostri giovani talentuosi, alcuni definiti geni, in ogni caso teste fini, lasciano l’Italia alimentando quel paradosso che va sotto il nome di “fuga di cervelli”: un movimento migratorio caratteristico del nostro Belpaese. Un patrimonio di risorse e di potenzialità che trasloca, ad un costo difficilmente calcolabile, un danno per le nostre università che perdono inesorabilmente capacità di produrre innovazione e conoscenza. E’ questo il paradosso: tutti sono convinti che le economie moderne dipendano in misura sempre maggiore dai frutti della ricerca, ricerca significa, infatti, conoscenze, tecnologie, progresso e sviluppo, ma come possiamo pensare di competere economicamente quando i nostri migliori cervelli vanno a rafforzare i nostri competitors? Gli investimenti sono inferiori alla metà di quelli stanziati dagli altri Stati e di fronte a governi poco sensibili che continuano a penalizzare la ricerca facendo venire meno le risorse necessarie per mantenere elevati standard qualitativi (è notizia di questi giorni di ulteriori tagli alle università italiane) l’unica possibilità che rimane ai nostri giovani ricercatori è emigrare.
L’Italia ha da sempre regalato fulgide menti al mondo intero. I nostri premi Nobel per la ricerca Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Renato Dulbecco, Carlo Rubbia, Rita Levi Montalcini hanno studiato e fatto ricerca grazie a finanziamenti ottenuti fuori dall’Italia. Dovrebbe essere compito dello Stato sostenere la sperimentazione scientifica e la formazione di eccellenza, nel proprio interesse. Investire nelle università significa investire nel e per il futuro, guardare avanti, mirare lontano. Forse è proprio questo il nodo, l’empasse: una classe politica nazionale che guarda più all’oggi, alla propria sopravvivenza, che non di rado vive di sparate spesso demagogiche che servono ad ottenere un immediato consenso e godere del sondaggio del giorno dopo. Manca, a mio parere, chi intende occuparsi del futuro affrontando i problemi e le criticità con idee e progetti di lungo respiro immaginando quello che dovrebbe essere il Paese almeno da qui a trentanni. Spero di sbagliarmi.
In bocca al lupo Andrea, mandaci una cartolina da Washington (Vosintòne, al tempo di Mussolini nella battaglia all’esterofilia).


Daniele Tamburini

Venerdi 25 luglio 2008