venerdì, maggio 04, 2012

«E’ una crisi studiata a tavolino» Intervista al professor Bruno Amoroso


La dinamica della crisi che affonda le radici in scelte precise, dettate dai colossi della finanza; la trasformazione del sistema bancario, con la scissione tra la banca di risparmio e quella di investimento; la speculazione sui titoli dei singoli Stati dell'area euro; i rischi del populismo in politica; i rischi dell’obbligo di pareggio nei bilanci pubblici. Temi importanti: per parlarne, l’appuntamento è a Cremona, presso Palazzo Cattaneo, venerdì 4 maggio alle 18, in un incontro promosso dal circolo culturale AmbienteScienze. con la partecipazione del professor Bruno Amoroso, docente emerito di economia internazionale dell'Università di Roskilde (Danimarca) e allievo del grande economista Federico Caffè. Prendendo spunto dal fenomeno "Occupiamo Wall Street", un movimento di protesta, nato negli Usa e poi diffusosi anche in Europa, teso a contrastare lo strapotere del capitale finanziario e l’azione delle banche, il docente farà il punto sulla situazione politica ed economica internazionale, sostenendo una tesi interessante ad allarmante: non si tratta di una “tradizionale” crisi del capitalismo, ma un percorso studiato a tavolino. Ne abbiamo parlato con lo stesso professor Amoroso. 
Per quale motivo ha deciso di concentrarsi sul fenomeno “Occupiamo Wall Street? 
«Perché questo tema mette al centro dell’attenzione due fatti sostanzialmente nuovi. Da un lato la specificità di questa crisi, che viene definita come finanziaria ma che in realtà è molto di più; dall’altro, perché “Occupy Wall Street” è una reazione piuttosto originale e inedita al fenomeno della crisi. La tradizionale protesta sociale che viene normalmente rivolta alla politica o al capitalismo, questa volta viene indirizzata nei confronti della finanza, rompendo gli schemi e uscendo dall’involucro del mero dibattito politico. Anche gli attori della protesta sono cambiati; non si tratta più, infatti, di gruppi politici o sociali organizzati: ora a scendere in piazza sono i veri danneggiati dalla crisi, coloro che hanno perso il lavoro, o che si trovano in difficoltà economiche, i quali hanno indirizzato la loro protesta contro quei gruppi di potere che finora si erano nascosti all’ombra dei tecnicismi monetari e dell’autonomia delle istituzioni bancarie e finanziarie. Un movimento che dall’America è giunto anche in Europa e in Italia, due anni dopo, quando abbiamo visto dapprima una protesta degli studenti, e dopo una mobilitazione dei giovani italiani di fronte alla Banca d’Italia; per la prima volta, dunque, i giovani hanno rivolto le loro rimostranze a un soggetto che è il vero centro del potere, dimostrando di riconoscere chi sono i reali fautori della crisi». 
Lei ha accennato al fatto che stiamo vivendo molto più di una crisi finanziaria. Cosa intende? 
«Molti sono convinti che questa fase sia riconducibile alle tradizionali crisi del capitalismo. In realtà ci troviamo di fronte a un vero e proprio percorso organizzato e studiato a tavolino. Questa crisi non rappresenta un fallimento, quindi, ma il successo di chi ha voluto pianificare tale azione, e che ora si trova al potere. Sto parlando dei colossi della finanza. Basta analizzare quanto è accaduto dapprima negli Usa e poi in Europa, per comprendere queste dinamiche: negli Stati Uniti tutto ha preso il via tra gli anni ‘80 e ’90, quando si è voluto trasformare un sistema bancario che all’epoca era basato su regole molto oculate e dotato di vincoli ben precisi sugli investimenti a rischio, che impedivano alle banche di speculare con i fondi dei risparmiatori; ciò è cambiato con la scissione tra la banca di risparmio e quella di investimento. Nel decennio successivo, con Clinton e Bush, si è consentito alle banche di investire in operazioni finanziarie rischiose. Da noi lo stesso percorso è avvenuto qualche anno dopo, a partire dagli anni ’90, con la privatizzazione del sistema bancario italiano: sono quindi spariti i piccoli istituti di credito, sostituiti da grandi gruppi bancari di investimento, che hanno messo in circolo in Italia i titoli spazzatura provenienti dagli Stati Uniti. Da qui il passo verso tracolli e crack finanziari è stato breve. La crisi che stiamo vivendo discende da tutto questo». 
In uno scenario come quello che ha descritto, cosa può accadere all’Europa? 
«Facciamo un passo indietro, a quando fu introdotto l’euro per sopperire alla debolezza delle monete nazionali dei singoli stati europei. Di fatto non tutti i paesi hanno aderito alla moneta unica, così ci troviamo di fronte alla presenza di 11 diverse valute, con il risultato che nel mirino della speculazione non sono finite le monete degli Stati piccoli, ma le debolezze dei titoli dei singoli Stati dell'area Euro i quali, pur essendo espressi nella stessa moneta, vengono valutati diversamente nei mercati finanziari. A peggiorare le cose ci sono le politiche che l'Unione sta portando avanti; emblematico è il caso del pareggio di bilancio: notoriamente per uscire da una crisi di dovrebbe aumentare il debito pubblico, dando così soldi alle imprese e alle famiglie, invece chiedendo il pareggio si fa esattamente il contrario. Inoltre sono convinto sia assurdo pretendere che il bilancio del settore pubblico sia in pareggio, in quanto esso viene comunque controbilanciato dal risparmio privato. Dunque sarebbe corretto chiedere il pareggio del bilancio dell'economia nazionale, che comprende pubblico e privato. Intanto oggi nei posti di potere abbiamo proprio coloro che sono i primi responsabili della crisi. Basti vedere quanto peso hanno assunto le agenzie di rating, i cui pareri vengono accettati a occhi chiusi anche se in realtà esse sono parte integrante del sistema finanziario speculativo che dovrebbero controllare. I sistemi finanziari hanno costruito legami che impediscono ogni forma di competizione interna e hanno anche il pieno controllo dei sistemi monetari (dollaro, sterlina e euro) come dimostra la loro presenza nei posti chiave del governo dell'economia e della moneta sia negli Stati Uniti sia in Europa». 
Cosa stiamo rischiando? 
«Molti pensano di essere già arrivati all'apice della crisi, ma in realtà gli effetti più devastanti, dal punto di vista sociale ed economico, si presenteranno tra il 2012 e il 2013, come conseguenza delle politiche restrittive che l'Europa ha imposto agli Stati membri. Ciò si andrà a sommare ai problemi già esistenti di perdita di lavoro e di reddito, con ripercussioni e conseguenze pesantissime. Avremo infatti due forme diverse di reazione. Da un lato quella degli strati più bassi della popolazione, che reagiscono cercando di riorganizzarsi, incrementando il lavoro sommerso e spesso cadendo nella microcriminalità. Dall'altro lato avremo invece la reazione più "pericolosa", quella del ceto medio. Il sistema di welfare italiano, infatti, è incentrato sulla famiglia e sul sostegno ai figli da parte dei genitori. Dunque chi arriva ad avere magari due o tre appartamenti a sessant’anni non è in realtà un ricco, ma una persona che ha lavorato una vita risparmiando per poter dare una casa ai figli. Le misure del governo Monti, in questo senso, toccano il cuore del sistema familiare italiano, mettendo in discussione i rapporti intergenerazionali. Questo sta scatenando una reazione contro i gruppi sociali più poveri e in difficoltà, come quello degli immigrati. Anche le maxi operazioni che si stanno portando avanti contro l'evasione fiscale rischiano di essere dannose: si colpiscono infatti i piccoli commercianti, che se lavorano in nero lo fanno solo per sopravvivere, mentre nessuno tocca chi ha procurato l'illecito nelle grandi speculazioni, come ad esempio il sistema bancario. Si sta concentrando la rabbia su chi comunque non potrà mai risolvere il problema economico del paese, e in questo modo si fomenta una reazione del ceto medio contro quello povero, fino a cadere in una vera e propria "guerra tra poveri". Conseguenza di ciò sarà un imbarbarimento della politica, che sta scadendo nel populismo. L'avvento del fascismo, negli anni '30, fu generato proprio da uno stato di cose simile: una situazione di disordine sociale che il re volle placare mettendo Mussolini al potere».
«La soluzione? Non tanto il superamento del sistema monetario dell’euro, ma la divisione dell’Eurozona in due parti, con rapporti di cambio concordati e meccanismi di solidarietà»




«Le proposte critiche si sono orientate in due direzioni principali. Gli economisti keynesiani propongono il superamento del sistema monetario dell'euro, che diventa un ostacolo per la ripresa economica. Il precedente sistema monetario europeo era basato sulle valute nazionali, con un sistema di fasce di cambi pre-concordati che consentivano una certa flessibilità e che hanno funzionato per 20 anni. L'euro ha sostituito la cooperazione tra monete nazionali, ma ha avuto l'effetto di dividere l'Europa. Basandosi su queste riflessioni, i keynesiani propongono di ristabilire le condizioni pre-euro. Inoltre si propone un fondo di solidarietà al quale dovrebbero concorrere sia i paesi con un eccesso di surplus sia quelli con un eccesso di deficit nella bilancia dei pagamenti. Il fondo dovrebbe aiutare in modo mirato i paesi in difficoltà. Si tratta di una proposta di buon senso, ma ha una debolezza: presuppone l'esistenza di governi nazionali autonomi, che invece in Europa non esistono più, in quanto tutti sono occupati dal sistema delle banche. La mia proposta è invece quella di tentare di risolvere i problemi prodotti dall'euro dentro questo sistema. I problemi nascono da una divisione tra i paesi dell’area tedesca e quelli dell’Europa del sud. Per questo è ipotizzabile una divisione dell'euro in due zone, con rapporti di cambio concordati e meccanismi di solidarietà. La divisione della zona euro costringerebbe i governi e i movimenti politici dell’Europa del sud a riprendere una propria iniziativa più aderente alla realtà dei propri sistemi produttivi e sociali e consentirebbe uno spazio d’intervento ai movimenti sociali, politici e sindacali di questi Paesi. In secondo luogo, si riaprirebbe un processo di rifondazione dell'assetto istituzionale europeo, nella direzione di una struttura federale europea costruita non su singoli Stati e Paesi, ma su aree mesoregionali omogenee. Questo è quanto di fatto già avviene nell'area dei paesi baltici e dell'Europa centrale. Ricordo che, ad esempio,nel '700 esisteva una "moneta latina", che veniva identificata con il franco. Tale sistema venne sciolto dopo alcuni anni, ma ancora oggi esistono il franco svizzero, quello francese, quello belga, e così via. Un fenomeno simile accadde nei paesi scandinavi, con la corona. Lo stesso dovrebbe accadere con l'euro, nel momento in cui non ha più la funzione di unire”.



sabato, aprile 28, 2012

Intervista al professor Alessandro Volpi: "I partiti devono rilegittimare la propria funzione" Serve un profondo bagno di umiltà



di Daniele Tamburini 
I partiti non sono un optional. Sono previsti esplicitamente dalla Costituzione, all’art. 49 («Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere in modo democratico a determinare la politica nazionale»). Il nostro ordinamento, quindi, li riconosce quali strumenti fondamentali della progettazione e della gestione della cosa pubblica. Furono protagonisti della lotta al fascismo, della Resistenza e della Costituzione, della rinascita del nostro Paese. Sono stati luoghi di formazione, di acculturazione, di partecipazione per i cittadini. Ma sono stati, e sono, soggetti travolti da avvenimenti di portata epocale (i partiti della Prima Repubblica finirono a causa di Tangentopoli, ma anche e soprattutto perché la caduta del Muro di Berlino e dei regimi dell’Est cambiò in profondità il quadro politico, istituzionale e anche culturale in cui si erano sviluppati, dopo la Resistenza e la Carta costituzionale), oltre al vulnus provocato, in troppe occasioni, dall’occupazione della cosa pubblica, dagli scandali, dai finanziamenti illeciti o dall’illecito o improprio uso dei finanziamenti pubblici. Gli ultimi scandali, in ordine di tempo (quelli che hanno coinvolto l’amministratore della ex Margherita e la Lega), hanno sollevato una grande indignazione, complici la crisi economica e l’impoverimento generale, e hanno riportato in evidenza la questione del denaro pubblico ai partiti, ora erogato sotto forma di rimborso, dopo che un referendum, nel 1993, aveva sancito l’abrogazione del contributo statale al finanziamento dei partiti stessi, con più del 90% dei voti. Ma è giusto che i partiti godano comunque di finanziamento pubblico? E quali dovrebbero essere le norme di garanzia e trasparenza, per impedire gli scandali? Ne abbiamo parlato con il professor Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea e geografia politica ed economica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Pisa. 

Professore, una domanda diretta: lei pensa che i partiti debbano godere o meno di una forma di sostegno pubblico? 
«Il finanziamento pubblico ai partiti è riconducibile ad un'idea di organizzazione partitica "pesante", dotata di un gran numero di funzionari, di sedi, che produceva iniziative politiche e sosteneva campagne elettorali con mezzi di comunicazione tradizionali e molto costosi. Ora questo quadro in gran parte non esiste più, come del resto testimoniano le valutazione stesse delle spese sostenute dai partiti; si tratta di realtà molto più snelle, che hanno minore bisogno di risorse e che quindi sono di fatto sovra finanziate rispetto alle loro esigenze reali. Peraltro, alcune delle formazioni partitiche che hanno rappresentanti eletti nelle amministrazioni locali e in Parlamento hanno scelto di chiedere a tali eletti un contributo finanziario. Dunque il problema si porrebbe per le formazioni che non hanno eletti. Il tema centrale, è evidente, è quello della quantità dei finanziamenti che non possono certo più essere misurati in centinaia di milioni di euro perché la natura stessa dei partiti non ha bisogno di tali cifre». 
Chi sostiene il “no” ai fondi pubblici pensa ad un modello di tipo statunitense, con contribuzioni private. Dall’altra parte, si dice che, così, potrebbero vivere solo i partiti che alle spalle hanno o grandi patrimoni o una grande platea di sostenitori … 
«Penso che il modello del finanziamento pubblico debba essere drasticamente ridotto nel suo ammontare e debba essere sopposto ad una trasparenza più concreta, soprattutto attraverso bilanci chiaramente leggibili nelle diverse voci, finalmente declinate in maniera pienamente comprensibile e debbano essere rigorosamente pubblicati. E' importante poi che vengano smontate le strutture barocche attraverso cui rimangono in vita partiti defunti e serve un maggior controllo, una governance diversa rispetto al ruolo troppo "monocratico" del tesoriere. Queste regole debbono valere, in maniera ancora più stringente, per i contributi da parte dei privati che devono essere assolutamente visibili, magari utilizzando percorsi come quelli del 5 per mille, con dei limiti, anche dimensionali assolutamente stringenti». 
Secondo lei, è possibile ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e partiti? Su quali basi? Con quali regole? 
«Penso sia indispensabile uno sforzo, da parte dei partiti stessi, di rilegittimazione della propria funzione: la dichiarazione secondo cui i partiti sono indispensabile per la democrazia non può più essere considerato un assunto della scienza politica. Occorre che questa rilegittimazione della loro sostanza e del loro ruolo passi attraverso un profondo bagno di umiltà che li porti ad aprirsi alle diverse forme della partecipazione politiche. Serve che accettino una ricostituzione dal basso, dal senso civico, dalle competenze e dalla responsabilità che esistono nei territori perché la dimensione locale è fondamentale per ricomporre il quadro generale. Pensare ipotesi verticistiche, di rifondazione dall'alto dei partiti, è assolutamente perdente e non farà che rafforzare l'antipolitica. Al contrario, partiti rifondati dal basso, con reti comunicative e partecipative, che sappiano solidificarsi graduatamente in strutture aperte e regolate può essere la strada per ridare fiato alla politica e risolvere almeno in parte l'esigenza del finanziamento perché "partiti volontari e orizzontali" costano certamente di meno».

martedì, aprile 24, 2012

Intervista al professor Paolo Pezzino: «La nostra Costituzione è nata dall’antifascismo e dalla Resistenza"

«La Resistenza: un’esperienza di massa, non di élites»


di Daniele Tamburini 
La Resistenza non deve essere ricordata in modo agiografico: fu un fatto grandioso e complesso, glorioso, doloroso, colmo di eroismi e anche di errori. E' indubbio che la nostra storia repubblicana affondi lì le sue radici. Ma questi 70 anni di storia (e certa cronaca dei nostri giorni) compongono molte domande: quelle radici sono ancora presenti? Cosa resta di quella stagione, cosa è stato "tradito"? Ne abbiamo parlato con il professor Paolo Pezzino, docente ordinario di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa. 


Professor Pezzino, Calamandrei definì la Resistenza un "monumento". Questo monumento, oggi, ha ancora fondamenta solide? 
"L'antifascismo è indubbiamente uno dei valori fondanti la nostra convivenza civile, perché i diritti di cittadinanza in questo paese sono stati l'esito di una lotta combattuta contro un regime totalitario. E la memoria che ogni 25 aprile celebriamo è quella della sconfitta dall'esercito della Germania nazista ad opera di quelli alleati, coadiuvati dai partigiani e dal Corpo italiano di liberazione, è quella di una guerra civile vittoriosa contro il fascismo, di cui va rivendicata con forza, come italiani, contro ogni tentativo di sminuirne il valore, la legittimità nazionale e l'orgoglio di averla combattuta e vinta. E' indubbio, tuttavia, che fra i cittadini, nell'opinione pubblica, fra i giovani quel monumento sia ormai poco conosciuto, ricoperto dalla polvere del tempo ed anche, va detto, da una visione agiografica, retorica, antistorica della resistenza. E i giovani, quando fiutano la retorica, giustamente si allontanano."
Dalla Resistenza, dalla lotta contro il regime e l'ideologia fascista e nazista e contro l'occupazione tedesca, nasce l'Italia repubblicana, con la sua Costituzione democratica. Ora, la nostra Carta fondamentale ha subito, negli ultimi anni, pressioni, modifiche, quando non veri e propri attacchi. Perché?
"Dal punto di vista istituzionale, è indubbio che la nostra Costituzione sia nata dall'antifascismo e dalla Resistenza. La stessa unità delle forze politiche che la elaborarono e la approvarono anche quando, si noti, a livello politico ormai quell'unità non esisteva più, richiama l'unità che si realizzò nei Comitati di Liberazione Nazionale. Tuttavia l'architettura istituzionale delineata dalla nostra costituzione è indubbiamente datata: reduci dall'esperienza fascista, i padri costituzionali vollero un regime nel quale fosse evidente la preminenza del parlamento (e quindi dei partiti politici che vi erano rappresentati, su base proporzionale fino alle riforme elettorali più recenti) sull'esecutivo, e nella quale i Presidente della repubblica avesse un ruolo più che altro simbolico. Oggi pare evidente che alcune di queste scelte sono incompatibili con la necessità di sveltire e rafforzare il processo decisionale. Così il bicameralismo puro, i rapporti fra esecutivo e Camere, lo stesso ruolo del Presidente della repubblica, molto più dinamico e interventista nell'interpretazione che ne dà, ad esempio, il Presidente in carica, vengono rimessi in discussione. Personalmente non ci vedo niente di male, purché i processi di revisione costituzionale avvengano in maniera equilibrata ed avendo di mira il funzionamento complessivo del sistema, non interessi di parte o la volontà di ridimensionare i propri avversari politici."
La Resistenza fu veramente un fatto di popolo? "
Bisogna intendersi. Non tutti gli Italiani erano antifascisti e sostennero con entusiasmo e attivamente la Resistenza: c'erano non pochi fascisti convinti, e molti indifferenti. E tuttavia, il periodo dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 è stato uno di quelli nei quali i cittadini, volenti o nolenti, si sono trovati a compiere scelte "politiche", dalle quali dipendeva non solo la loro sorte personale, ma anche, in ultima analisi, quella della patria. E i comportamenti che oggi colleghiamo al termine di resistenza hanno coinvolto ampi strati popolari. Se proviamo a declinare al plurale la parola “resistenza”, per comprendervi tutta la varietà di comportamenti e vissuti che il popolo italiano mise in atto nei mesi dall’armistizio dell’8 settembre 1943 alla liberazione, vedremo che, accanto alla lotta in armi di decine di migliaia di partigiani e, in minor misura, partigiane per opporsi all’occupazione tedesca e alla continuazione di una guerra che aveva perso, se mai l’aveva avuto, qualsiasi carattere patriotico e si rivelava per quello che veramente era, il frutto avvelenato della dittatura fascista. Vi furono i gesti e i comportamenti di coloro che si opposero comunque all’occupazione tedesca e al fascismo, a partire dalle donne, in prima fila nell’accogliere, proteggere e accudire gli uomini, sempre più ricercati e braccati in quei mesi, a partire dai soldati sbandati dopo l’8 settembre, spogliatisi della divisa e rivestiti dalle donne italiane: atteggiamenti, questi, che le storiche hanno definito "maternage" di massa, riduzione del danno, manutenzione della vita, invitandoci a non declinare solo al maschile la “resistenza”. Ricorderemo anche i sacerdoti, rimasti accanto ai loro fedeli in una situazione di disgregazione delle strutture istituzionali, i quali seppero opporsi con coraggio, e spesso con la semplice arma dell’abito talare, alla politica del terrore che investì le loro comunità. Ricorderemo i contadini, che nutrirono militari alleati, sbandati o fuggiti dai campi di prigionia, e partigiani, dividendo con loro un pane sempre più scarso anche per le loro famiglie, e mai denunciandoli a tedeschi e fascisti repubblicani. In questo quadro di atteggiamenti di consapevole disobbedienza, spesso in nome di un antifascismo esistenziale e prepolitico, ma comunque sempre pericoloso per chi lo praticava, troveranno collocazione le centinai di migliaia di soldati italiani internati, dopo l’8 settembre, nei campi tedeschi, senza che venisse loro riconosciuta la qualifica di prigionieri di guerra, che in maggioranza si rifiutarono di barattare la propria libertà con l’adesione al regime di Salò. Se sommiamo tutti questi comportamenti, vedremo che le "resistenze" di italiane e italiano furono effettivamente un'esperienza di massa, e non di poche élites politiche."
Una domanda sui partiti. Ebbero un ruolo fondamentale nella lotta antifascista e nella nascita dell'Italia libera. Ora, sono sentiti spesso come corpi estranei e spesso delegittimati da scandali e malversazioni. Che è successo? 
"La "Repubblica dei partiti", come lo storico cattolico Scoppola ha chiamato la repubblica italiana, è andata in crisi, a partire dagli anni Ottanta, perché i partiti hanno perso la capacità di programmare il futuro d'Italia. La crescita del debito pubblico, conseguenza di politiche assistenziali, clientelari, il consociativismo, che ha unito l'intero arco politico nella richiesta di benefici per i ceti sociali rappresentati, senza che si definissi un quadro di compatibilità finanziarie, l'occupazione dello Stato e della pubblica amministrazione, infine la crisi delle ideologie, che ha colpito soprattutto comunisti e democristiani, ha ridotto progressivamente il ruolo dei partiti politici. La società inoltre è cambiata, e i partiti non sono stati in grado di intercettare le richieste dei nuovi ceti sociali, mentre i tradizionali (contadini, operai, impiegati pubblici) o declinavano o riducevano comunque il loro peso. E tuttavia la mediazione politica non può che essere assicurata da soggetti politici quali i partiti, sia pure in modalità diverse rispetto al passato. I partiti hanno bisogno di una robusta cura dimagrante, devono ridurre pretese di egemonia e occupazioni di ogni spazio disponibile, lasciare spazi autonomi all'amministrazione e agli amministratori della cosa pubblica, una volta elaborate le scelte politiche di fondo. E recuperare il senso della politica come "servizio", e non come "privilegio"."

domenica, aprile 22, 2012

Sembra solo che vogliano farci paura


Uno sbocco, un futuro. Un po' di respiro. Una prospettiva. Riscoprire una vocazione di impresa, il desiderio di costruire il proprio futuro. Lo diceva qui a Cremona, qualche giorno fa, il presidente della Ferrari Montezemolo. Leggiamo che ci sono tre milioni di persone, nel nostro Paese, che hanno smesso di cercare lavoro. E' un dato sconcertante e molto preoccupante. Tre milioni, non possono essere tutti vagabondi. Verrebbe da dire: proviamo a metterli insieme, intorno a un tavolo sterminato, in un gigantesco brainstorming. Sono convinto che ne uscirebbero altrettanti milioni di idee, forse anche di più. Tra quelle idee, molte sarebbero vincenti e originali. Poi, dovremmo trovare chi ha fiducia in loro, chi concede finanziamenti, chi fa da garante, chi fa da "nurse" all'impresa. Cose impossibili? No, accade ovunque. I fondi europei non dovrebbero servire anche a questo? E, se proprio non trovassimo misure ed assi adeguati, non potremmo iniziare un confronto con l'Europa per questo? Dobbiamo stare in Europa solo per sentirci dire che dobbiamo risanare i bilanci? Dice, in queste pagine, il consigliere Angelo Zanibelli: nonostante tutti i nostri guai, l'Italia è il secondo paese manifatturiero in Europa, ed il quinto nel mondo, con un potenziale enorme che non può essere disperso. Ma allora, se tutto questo è vero, perché spesso, troppo spesso, sembra solo che vogliano farci paura? Parole come lo spettro della Grecia, il default, il precipizio. Ministri che troppo spesso parlano di licenziamenti, invece che di lavoro. Che senso ha? Perché? Che senso ha che il ministro della Funzione Pubblica Patroni Griffi paventi il licenziamento anche per i dipendenti pubblici, invece di lavorare perché i ritardi della Pubblica amministrazione non contribuiscano – come succede adesso - ad alimentare la spirale della crisi? Che senso ha che la ministro Fornero insista a parlare di licenziamenti per motivi economici, quando si dovrebbe parlare di assunzioni per motivi economici? Per forza che anche la spinta montiana sembri destinata a esaurirsi in breve tempo. Con la paura non si intraprende, non si inizia, non si spende. Con la paura ci si rinchiude in angolo, a parare i colpi. Noi non abbiamo bisogno di spiare lo spread che cresce, in preda al timore. Ci vogliono idee, per il Paese, per Cremona. E per riprendere Zanibelli: è ora che anche le istituzioni locali diano risposte e non si tirino indietro. Forza, il tempo è adesso.

Daniele Tamburini

sabato, aprile 21, 2012

«Dobbiamo prendere atto che il ‘post-Tangentopoli’ è fallito»



Crisi della partecipazione e crisi dei partiti? Abbiamo intervistato Damiano Palano docente di Scienza politica alla Cattolica

di Daniele Tamburini
I partiti subiscono una vertiginosa crisi di credibilità e di fiducia: lo dice la cronaca, lo dicono i vari sondaggi che si svolgono sull’argomento. Una crisi che affonda le radici non tanto e non solo negli episodi di corruzione, peculato, uso improprio del finanziamento pubblico, ma nel progressivo svuotamento del loro ruolo storico e costituzionale: la mediazione tra la partecipazione politica dei cittadini ed il sistema di governo, a tutti i livelli. Una perdita di ruolo che, insieme alla percezione diffusa di essere ormai luoghi di mero potere, sorta di “cerchi magici” in cui si distribuiscono poltrone e prebende, alimenta la cosiddetta “antipolitica”. Una questione molto attuale, inoltre, è quella del finanziamento pubblico o rimborso elettorale, che dir si voglia. I rischi sono tanti: dal crescente sviluppo del populismo deteriore, ad una partecipazione ai momenti elettorali sempre più scarsa (l’astensionismo alle urne sta crescendo), alla sostituzione della politica da parte della tecnica. Una strada potenzialmente pericolosa. Ne parliamo con Damiano Palano, docente di Scienza politica presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il professor Palano ha partecipato a ricerche sulla riconfigurazione dello spazio politico e sta portando a termine un progetto di ricerca sulle trasformazioni della democrazia.
Professor Palano, che cosa sono i partiti nel nostro ordinamento repubblicano?
«In linea generale, i partiti sono associazioni di cittadini che puntano a influire sulle decisioni delle istituzioni di governo. In un contesto democratico come quello italiano, il canale principale attraverso cui i partiti cercano di accedere alle cariche politiche sono le elezioni, e proprio il fatto di partecipare alla competizione elettorale distingue i partiti da altre forme associative che pure hanno un ruolo significativo, come per esempio i sindacati o le associazioni di categoria. A differenza di quanto avveniva nelle costituzioni prebelliche, la nostra Carta costituzionale riconosce esplicitamente il ruolo fondamentale che hanno i partiti come strumento di espressione e di organizzazione della società. L’articolo 49 afferma infatti che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Nel nostro ordinamento, i partiti non sono dunque semplicemente attori ‘privati’, ma in qualche misura anche soggetti ‘pubblici’, perché sono considerati come organi essenziali per la dinamica democratica. Il riferimento al «metodo democratico» è stato però al centro di alcune controversie. I primi critici della ‘partitocrazia’, già negli anni Cinquanta, ritenevano infatti che fosse necessario stabilire controlli pubblici anche sull’organizzazione interna dei partiti, e non solo sulle modalità di propaganda e azione esterna. In realtà, questo tipo di controllo in Italia non è mai stato attivato, per motivi piuttosto comprensibili e in fondo non del tutto deprecabili. Per questo motivi, i partiti si trovano sempre al confine tra ‘pubblico’ e ‘privato’. E la questione del loro finanziamento riflette proprio questa ambivalenza: da un lato, si ritiene che i partiti svolgano una funzione pubblica essenziale, e per questo vengono sostenuti da risorse pubbliche; dall’altro, sono organizzazioni ‘private’, perché rimangono esterne allo Stato (e al suo controllo)».
La crisi della partecipazione nel nostro Paese è da mettere in relazione con la crisi dei partiti?
«Crisi della partecipazione e crisi dei partiti sono ovviamente legate, ma è difficile dire quale sia la vera ‘causa’. Si tratta piuttosto di un circolo vizioso, in cui entrambe le crisi si rafforzano a vicenda. Il calo delle iscrizioni ai partiti inizia a registrarsi (in tutta Europa, seppur con differenze tra Paese e Paese) già negli anni Ottanta. I motivi sono al tempo stesso politici e culturali. L’esaurimento delle grandi ideologie novecentesche ha indebolito (seppur non annullato) le identità collettive su cui i partiti di massa si fondavano. E la fine della Guerra fredda ha influito non poco in questo processo. Al tempo stesso, le trasformazioni culturali delle società ‘postmoderne’ hanno favorito forme di mobilitazione diverse da quelle novecentesche. Ma ciò non significa che la partecipazione venga meno. Piuttosto, si tratta di una partecipazione che non si svolge prevalentemente all’interno dei partiti. Al tempo stesso, la fiducia nei confronti dei partiti e della classe politica si riduce a livelli bassissimi. Proprio la sfiducia verso la politica, che in Italia raggiunge punte molto elevate, accomuna d’altronde tutte le democrazie occidentali ».
Quali sono le radici di tale crisi?
«La crisi dei partiti ha molte radici. Alcune sono specificamente organizzative, e non sono certo esclusive dell’Italia. Sono legate alla trasformazione della competizione politica, alla crescente mediatizzazione e alla personalizzazione. Tutti questi processi tendono a cambiare l’organizzazione interna del partito, perché il potere reale tende a concentrarsi verso il piccolo gruppo di vertice (se non nel ‘capo’), e perché i partiti tendono a ricercare nella spartizione di cariche pubbliche le risorse finanziarie per la loro sopravvivenza. Al tempo stesso, tende a indebolirsi molto il rapporto fra il partito e la base dei militanti. Un po’ perché la società cambia, e un po’ perché i militanti (e le loro risorse umane) non sono più così importanti nella strategia comunicativa. Non si tratta soltanto di una degenerazione: è anche un risultato innescato dalle trasformazioni della competizione elettorale e dalla necessità di ottenere ‘visibilità’ nel panorama ipertrofico della comunicazione contemporanea. Anche per questo, quasi tutti i partiti italiani sono oggi, di fatto, ‘partiti personali’. E in questo quadro i controlli diventano molto più difficili. A questi fattori, se ne aggiunge almeno un altro. Negli ultimi vent’anni, per far fronte alla crisi di fiducia nei partiti, quasi tutte le nuove formazioni politiche hanno utilizzato a piene mani la retorica anti-politica. Così, hanno acceso speranze puntualmente deluse. Ma hanno anche compiuto una straordinaria opera di auto-delegittimazione, che ha esteso ulteriormente i margini della disillusione, della sfiducia, del disgusto nei confronti della classe politica».
La forma-partito è riformabile, o ci dovranno essere sempre di più nuovi strumenti di partecipazione politica?
«In teoria tutto è riformabile, ma è molto improbabile che i partiti possano mutare in modo sostanziale. Le trasformazioni che hanno subito sono dovute non soltanto alla pessima qualità della classe politica odierna, ma anche alle condizioni strutturali del confronto politico nelle democrazie occidentali. Al tempo stesso, è difficile immaginare che il ruolo del partito possa essere sostituito da altre forme di partecipazione. Certo ci sono margini per un maggiore coinvolgimento dei cittadini, in forme diverse rispetto al passato. Ma per incidere realmente e stabilmente sulle decisioni politiche, e anche per costruire progetti politici di lungo periodo, il ‘partito’ rimane probabilmente l’unico strumento adeguato. Anche se al partito sono legate – inevitabilmente – quelle tendenze degenerative che conosciamo, e anche se i partiti di oggi hanno radici molto deboli nella società».
E la questione del finanziamento pubblico, o rimborso elettorale che si voglia dire?
«Le polemiche contro la ‘partitocrazia’ sono vecchie quanto la Repubblica, e quella contro i ‘rimborsi elettorali’ è solo l’ultima variante. È chiaro che siamo dinanzi a un meccanismo perverso, costruito per aggirare le volontà espressa dal referendum del 1993 sul finanziamento pubblico dei partiti. Ma si tratta solo di uno degli aspetti più evidenti di un processo più ampio. Negli ultimi vent’anni, il potere di discrezionalità della politica si è ulteriormente accresciuto, ed è sufficiente pensare al ruolo giocato dallo spoil system a tutti i livelli della macchina amministrativa. Probabilmente, la legge sui rimborsi elettorali verrà modificata, ma per affrontare il problema del ruolo dei partiti sarebbe necessario un ripensamento ben più radicale. Innanzitutto, dovremmo prendere atto del fallimento delle grandi speranze di ‘moralizzazione’ alimentate dal crollo della ‘Prima Repubblica’ e cercare di scoprirne le cause. Ma dovremmo anche riconoscere che le riforme degli ultimi vent’anni, al di là della retorica anti-statalista, hanno implicato soltanto un enorme rafforzamento del clientelismo. Se non prendiamo atto del fallimento del ‘post-Tangentopoli’, e se non cerchiamo di capirne le ragioni più profonde, ogni riforma si rivelerà solo un’operazione del tutto simbolica, ma priva di reali conseguenze. Così, avrà ragione ancora una volta il principe di Salina. Dietro la facciata di un cambiamento radicale le cose continueranno a rimanere immutate, e la classe politica assomiglierà sempre di più a una casta di parassiti».

sabato, aprile 14, 2012

Contro l’ingordigia del potere servono teste pensanti e cuori onesti

Non può essere un caso. Non è più questione di una mela marcia tra quelle sane. Ad essere infettata è l'intera cassetta: o almeno, così parrebbe. Lo pensa sicuramente l'opinione pubblica: il tasso di fiducia nei partiti è sprofondato. Partiti che hanno gettato via, dilapidato, nel corso della storia repubblicana, una partecipazione popolare davvero straordinaria. Intere generazioni, frequentando le sedi di partito, si sono formate, hanno aperto relazioni, hanno capito la realtà. Poi, un declino inarrestabile: ed ecco i vari “mariuoli” (ricordate? Lo disse Craxi di Mario Chiesa). Ma non è questione di Prima o Seconda Repubblica. Lo dice il professor Feltrin, in una importante analisi dell’identità politica della Lega che pubblichiamo in questa pagina: al di là dei singoli episodi, il problema sono le regole e il ricambio della classe dirigente dei partiti. Certo che passare da Roma ladrona a Lega ladrona è un bel salto. E i più furenti sono proprio i leghisti. Il rischio è che prevalga l’idea per cui occorra “privatizzare” la politica, considerandola un servizio alla comunità, senza oneri per lo Stato (come ha scritto Fabrizio Rondolino). I partiti dovrebbero dare soldi agli eletti a spese loro; i partiti dovrebbero essere finanziati volontariamente dai cittadini (magari con contributi fiscalmente deducibili). Dico subito che tutto questo mi fa paura. Indovinate quali partiti avrebbero più soldi, più visibilità, più tutto … Bisogna invece che la politica riscopra uno spirito di servizio che non le appartiene più. E che rispetti i cittadini, che hanno voglia di farsi sentire e farsi valere. Se la politica è un servizio pubblico, conta la qualità del servizio, e l’interesse primario deve essere quello dei cittadini. L'ingordigia di potere, di simboli di potere, di denaro per avere sempre più potere fa perdere la misura: e un Trota, bocciato tre volte all'esame di maturità, diviene consigliere regionale e “delfino” del padre. Senza fare facili ironie, invece di trote e delfini scegliamo teste pensanti e cuori onesti.

Daniele Tamburini

La bufera nella Lega Nord Intervista al professor Paolo Feltrin: «La vera difficoltà della Lega è la prospettiva politica»

di Daniele Tamburini
Un vero e proprio terremoto, dagli esiti imprevedibili: lo scandalo che ha colpito la Lega può avere effetti sia negli equilibri politici nazionali, che nelle amministrazioni regionali e locali. Il colpo è duro: coinvolto in prima persona il capo carismatico di sempre, Umberto Bossi, i cui figli sono travolti dalle accuse; coinvolta la vicepresidente del Senato della Repubblica, Rosy Mauro. Voci su possibili transazioni di affari all’insegna del riciclaggio e dell’appropriazione indebita, in cui sarebbe coinvolto il tesoriere Belsito. Il “cerchio magico” di chi era vicino a Bossi: si parla di lauree comprate, fattucchiere, autisti “bancomat”. Ma dove è finito il partito “diverso”? E soprattutto, come reagirà la “pancia” del partito, la base, unita per tanti anni dalla polemica contro “Roma ladrona”? Abbiamo rivolto alcune domande a Paolo Feltrin, docente alla facoltà di Scienze politiche presso l’Università di Trieste.
La Lega è, probabilmente, uno dei fenomeni veramente nuovi del panorama politico degli ultimi anni in Italia. Un partito molto composito, difficilmente definibile a senso unico. Lei come sintetizzerebbe questa novità? 
«In realtà vi sono state diverse leghe, in diversi momenti storici. Il fenomeno leghista nasce 40 anni fa nella seconda metà degli anni 70 dalla crisi delle mobilitazioni collettive di classe. Tale periodo si caratterizza con la propensione al localismo, la riscoperta delle culture e delle tradizioni del passato, la valorizzazione dei dialetti. Questa parte della Lega, tuttavia, non poteva durare a lungo, e infatti si è conclusa a circa metà degli anni '80. E' stato poi Umberto Bossi ad avere un'intuizione, nel 1989: egli, creando la Lega Nord, ha deciso di politicizzare una delle più antiche fratture del nostro Paese, quella tra Nord e Sud. Su questo si basa, di fatto, il movimento, ed è questa la vera novità. Il resto è folklore. Anche questo successo, tuttavia, ha dei limiti: se sono il partito del Nord, infatti, non posso essere, per definizione, un partito regionale, in quanto "il Nord" rappresenta il 45% del Paese. Era questa quindi la grande contraddizione della Lega: troppo grande per essere un partito regionale, troppo piccola per essere nazionale. A questo punto, le scelte erano due: o diventare un partito del Nord ma con la volontà di prendere voti in tutta Italia, rappresentando quindi tutto il Paese, o diventare il partito secessionista, che rivendica l'autonomia del Nord. E' in questa direzione che ha voluto andare Bossi, e questo è anche il tallone d'Achille del movimento. Più recentemente, la Lega ha avuto la capacità di intercettare dei malesseri che sono propri di tutto il Paese, raccogliendo consensi: la questione degli immigrati, che le ha permesso di prendere voti anche sotto il Po; il tema della sicurezza; il tema delle tasse, con la sparata "Roma ladrona". Tuttavia si tratta di tematiche che fanno da corollario a quello che è l'originario pensiero leghista che è, come detto, la frattura tra il Nord e il Sud. A tutto questo, peraltro, l'unica soluzione che da sempre propone Bossi è l'indipendenza del Nord. Dunque i problemi e la crisi del leader leghista non sono i soldi - in realtà solo un pretesto - ma la difficoltà di prospettiva politica del movimento stesso».
Una difficoltà, quindi, non contingente... 
Le rispondo con una domanda: può reggere altri vent'anni solo come partito della secessione? In questo si inserisce Maroni, che ha fatto emergere una diversa impostazione: quella di partito del Nord ma con vocazione nazionale. Tuttavia ci si chiede se è in grado di portare l'intero "corpo" della Lega a pensarla in questo modo».
Le note accuse degli ultimi giorni (uso del finanziamento pubblico a scopi privati, che ha coinvolto la stessa famiglia Bossi; riciclaggio ed appropriazione indebita nella cerchia di contatti del tesoriere Belsito) hanno provocato un moto di indignazione nella base. Maroni sostiene che bisogna fare pulizia, e che il corpo della Lega è sano. Lei è d’accordo con questa analisi? 
«Maroni dice una banalità, perché in tutti i partiti, per definizione, il "corpo" è sano, in quanto non viene a contatto con i soldi. D'altro canto i partiti che diventano di grandi dimensioni non possono essere partiti della virtù, in quanto non esiste ragione al mondo per pensare che in un movimento si possano concentrare tutti i buoni o tutti i cattivi. Bisogna allora trovare dei meccanismi per separare le mele marce da quelle buone. Questo è possibile solo introducendo regole certe e un maggior ricambio delle classi dirigenti, per cui le mele marce vengono sostituite il prima possibile. Ciò, tuttavia, non accade mai nei movimenti come la Lega. Non a caso l'attuale organismo dirigente del partito è ancora quello delle origini: basti vedere che anche in una fase di cambiamento come quella attuale si propone, come sostituto di Bossi, un Maroni che era comunque nella Lega fin dall'inizio. Tra l'altro la lunga permanenza delle stesse persone alle più alte cariche ha portato inimicizie e rancori che si sono ormai incrostati e che rischiano di finire nell'onda dei ricatti reciproci e delle diffamazioni, come già sta accadendo. Maroni riuscirà a fermare questa tendenza? Riuscirà ad evitare che le varie anime del partito continuino a darsi battaglia con armi improprie? Solo in questo modo, infatti, potrà bloccare la crisi. Ma soprattutto: nel momento in cui Maroni si farà interprete di una svolta nordica nazionale della Lega, la base dei militanti che inneggiano alla Padania libera sarà d'accordo? In sostanza, quindi, sono quattro le fratture interne al partito che sono da sanare: quella interna dei vertici, quella tra moderati e radicali, quella generazionale e quella territoriale (tra Veneto e Lombardia). Il compito di Maroni è gestire tutti questi problemi».
La Lega è un partito nato anche dall’antipolitica (intendendo, con questo, il rifiuto dei partiti “storici”) che pare accodarsi alle abitudini deteriori del passato. Non è il solo a farlo, anche nella Seconda Repubblica. Ma allora, il rinnovamento dei partiti è proprio impossibile? 
«Questo è un punto delicato nella vicenda italiana, frutto di un paese da sempre fortemente diviso: Nord e Sud, cattolici e laici, ecc. Tutto ciò lo ha portato ad avere un meccanismo di politicizzazione eccessiva. E' forte, infatti, la pervasione della politica in ogni ambito della vita quotidiana dell'italiano medio; essa è lo sport nazionale del nostro Paese, ancora prima del calcio e delle donne. In tutto questo l'antipolitica è ancora una forma della politicizzazione eccessiva propria dell'Italia. Tutti i giornalisti e i conduttori televisivi si lamentano che da quando è arrivato Monti è drasticamente diminuita l'attenzione della gente nei confronti del dibattito politico. Eppure questa dovrebbe essere la normalità. A tutto questo l'unica soluzione, se si vuole un vero rinnovamento, è far passare il concetto di "meno politica" e di "meno partiti". Nella Lega purtroppo questo non esiste: ci sono troppi politici "di professione", che nella loro vita non hanno mai fatto altro e che non hanno alcuna esperienza di tipo tecnico».
La Lega è un partito che ha accentuato moltissimo il carattere personalistico della leadership. Ora il capo storico, Bossi, è colpito dallo scandalo in prima persona. Questo può far mutare paradigma politico? 
«Finché resta un partito-movimento, come è stato per altre esperienze di questo tipo (fascismo, socialismo, ecc), si identificherà come una seconda pelle sul leader storico, e avrà difficoltà a stabilire delle regole di successione. Anche in questo frangente ora la palla è in mano a Maroni: sarà in grado di trasformare la Lega in un partito normale? Secondo me è difficile che possa riuscirci, e il partito rischia quindi di disgregarsi».
E, se si verificasse questo scenario, come si comporterebbe l'elettorato leghista? 
«Per ora le linee di uscita dalla Lega sono in chiave antipolitica: una parte verso Beppe Grillo, un'altra verso formazioni di estrema destra. E' invece più difficile che vi sia un partito pronto a ereditare la maggioranza dell'elettorato leghista. Come dicevamo prima, infatti, servirebbe un partito del Nord a vocazione nazionale che però sappia anche assorbire le volontà secessionistiche, ma dubito sia possibile».

sabato, aprile 07, 2012

La Seconda Repubblica? E’ peggiore della Prima

Verrebbe quasi da dire: una sorpresa pasquale. Le dimissioni di Bossi: davvero uno sconquasso. Chi lo avrebbe detto, anche solo qualche mese fa? Giulio Andreotti, con una battuta famosissima, disse che il potere logora chi non ce l'ha. Ma non è del tutto vero, a quanto pare: prima Berlusconi, ora Bossi. Sembravano inattaccabili. La loro coalizione aveva vinto le ultime elezioni politiche con un vantaggio di dieci punti. Adesso, sono caduti. Che botta. Dice il giovane rampante del Pd Matteo Renzi che i partiti, per come sono, non servono più. Certo che sì (anche se Renzi diventa fumoso al momento di spiegare che cosa, invece, dovrebbero essere). Forse perché i partiti, per come sono, non sono più una associazione di cittadini “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, come detterebbe l’articolo 49 della Costituzione. Il partito “personale”: il partito di Berlusconi, il partito di Bossi, ma anche di Di Pietro. In taluni casi sembrano, oggi, strumenti nelle mani di qualcuno: di una persona con il suo "cerchio magico", di una cupola o una cupoletta, di una casta piccola o grande, quando non, purtroppo, un comitato d’affari. E', questa, la mia amara constatazione: quella che definiamo la Seconda repubblica è certamente peggiore della Prima. E se, invece, i partiti tornassero ad essere strumento di partecipazione, luoghi in cui i cittadini possano dire la loro? A Monti, come si fa a dire qualcosa? Se invece il tuo deputato partecipasse ad una discussione collettiva e aperta, mediata appunto dal partito di appartenenza, come accadeva prima del disfacimento della Prima repubblica, forse questo servirebbe a lui, a chi lo sollecita sulle questioni, ai cittadini, alla democrazia e al Paese. 
Buona Pasqua.

Daniele Tamburini

Intervista al professor Salvatore Settis «Investire in cultura vuol dire pensare al futuro»

«Lo sviluppo? È il progresso generale del Paese, nel segno dell’utilità sociale e del pubblico interesse»

Ha scritto, nel suo libro “Paesaggio Costituzione cemento”, che la devastazione dello spazio in cui viviamo, la «progressiva trasformazione delle pianure e delle coste italiane in un'unica immensa periferia», troverebbe un ostacolo se vi fosse «una chiara percezione del valore della risorsa e dell'irreversibilità del suo consumo». Parliamo di Salvatore Settis, docente di archeologia e storico dell’arte di chiara fama, direttore per più di un decennio della Scuola Normale Superiore di Pisa. Con interventi puntuali e mirati, Settis conduce da anni una battaglia tesa a contrastare il degrado del territorio, del paesaggio, del bene comune. In un recente intervento a L’Aquila, città devasta dal sisma di tre anni fa e sostanzialmente abbandonata, ha detto che si tratta della «metafora di un processo di degrado civile che nel degrado del patrimonio paesaggistico e culturale si incarna e si manifesta». E ancora: «Per crescere, si dice, bisogna costruire, occupare suoli, fare grandi opere. Dovremmo perseguire lo sviluppo che porta al bene comune, mentre è invalsa la pessima abitudine, ed è una trappola in cui siamo cascati tutti, di chiamare sviluppo l’opera stessa: l’autostrada, il condominio, la new town». In un momento in cui è molto acceso il dibattito sulle grandi opere, anche qui da noi, abbiamo rivolto al professor Settis alcune domande. 
Professore, lei pensa che le cosiddette “grandi opere” possano costituire un volano per un nuovo sviluppo del Paese? Il riferimento è alla Tav, ma non solo… 
«Su questo punto c'è un enorme equivoco. Identificare le "grandi opere" come il principale volano dello sviluppo mostra prima di tutto una sorprendente mancanza di fantasia. Davvero non sappiamo inventarci nient'altro? Per "sviluppo" dovremmo intendere il progresso generale del Paese, dominato (come vuole la Costituzione) dall'utilità sociale e dal pubblico interesse. Invece, come si è visto nella recente polemica sulla Tav, lo sviluppo viene identificato non con i benefici (nella fattispecie, più che dubbi) che da una "grande opera" possono derivare al Paese e alla società, bensì dall'opera stessa, cioè dalla servile scelta di fare sempre e comunque l'interesse non dei cittadini inermi, ma delle potenti imprese e dei gruppi bancari che sono alle loro spalle. Questa è la filosofia della deludentissima risposta agli argomenti anti-Tav che con grande dispiacere ci è toccato leggere sul sito di Palazzo Chigi». 
Vi sono economisti che sostengono che le vere grandi opere pubbliche essenziali al Paese sarebbero la messa in sicurezza del territorio, il ripristino e la cura del paesaggio, la cura del patrimonio storico, artistico e culturale: tutte azioni capaci di creare occupazione e dare impulso ad una economia “vera”, non drogata. Secondo lei, è una strada percorribile? 
«Io non ho dubbi che questa sarebbe la strada giusta. Ma la perversa insistenza nelle "grandi opere" si misura, per esempio, sull'ostinazione a proposito del Ponte sullo Stretto. Quando vi fu la frana di Giampilieri presso Messina, in cui morirono poco meno di quaranta persone, Bertolaso disse che contrastare le frane non si può, costerebbe troppo, due o tre miliardi di euro. Il giorno dopo Prestigiacomo dichiarò che per il Ponte si doveva andare avanti, nulla era cambiato. Insomma, 10 miliardi per il Ponte si trovano, 2 miliardi per mettere in sicurezza il territorio no. La priorità è "far lavorare le imprese", non il pubblico interesse né la vita dei cittadini». 
 Il degrado del paesaggio, la cementificazione (con i conseguenti disastri “naturali”), l’abbandono della tutela dei beni artistici e culturali (Pompei che cade a pezzi ne è una chiara metafora): sono conseguenze di una idea sbagliata di “sviluppo”, oppure di ignoranza, o di che altro? 
«Un'idea sbagliata di sviluppo, certo, ma non solo. In Italia, a ogni crisi vera o falsa, si reagisce con tagli alla cultura. I disastri di Pompei (anzi di tutta Italia) sono la conseguenza di una politica dissennata, che ha tagliato nel 2008 un miliardo e mezzo circa al bilancio dei Beni Culturali, e che da decenni non ne rinnova il personale, sempre più anziano e scoraggiato. Eppure siamo stati il primo Paese al mondo a mettere la tutela del paesaggio e del patrimonio fra i principi fondamentali dello Stato! Duole vedere che su questo fronte il governo Monti appare assolutamente immobile. Qualcuno dovrebbe spiegare ai suoi ministri che in altri Paesi (per esempio la Francia) le spese in cultura non sono state tagliate con la crisi; anzi, sono cresciute in alcuni settori, come la ricerca. Investire in cultura vuol dire pensare al futuro. E non pensare al futuro è un suicidio». Qual è, per lei, il significato di “bene comune”? come possiamo costruire una cultura del “bene comune”? «"Bene comune” vuol dire coltivare una visione lungimirante, vuol dire investire sul futuro, vuol dire preoccuparsi della comunità dei cittadini, vuol dire prestare prioritaria attenzione ai giovani, alla loro formazione e alle loro necessità. In Italia è questo un tema assai antico, che prese la forma della publica utilitas, del “pubblico interesse” o del bonum commune, incarnandosi negli statuti di cento città e generando, prima di ogni costrizione mediante le norme, qualcosa di molto più importante: un costume diffuso, un’etica condivisa, un sistema di valori civili, che ogni generazione, per secoli, consegnò alle successive. Culmine di questo percorso di civiltà è la nostra Costituzione: è ad essa che dovremmo saper tornare, per (ri)costruire una cultura del bene comune. Non a caso Calamandrei diceva che la Costituzione è una polemica contro il presente. Perché è il progetto (ad oggi irrealizzato) per un futuro migliore».

Daniele Tamburini

sabato, marzo 31, 2012

Il desiderio di protagonismo giovanile. Carmen Leccardi, sociologa:«I writers non sono un fenomeno di devianza, ma una forma di espressione della propria soggettività»

Writers e non solo: per uno sguardo di insieme sui giovani di oggi, abbiamo parlato con la sociologa Carmen Leccardi, docente ordinario alla Bicocca ed esperta del mondo giovanile. Nei giorni scorsi, infatti, è uscito il libro "Sentirsi a casa. I giovani e la riconquista degli spazi-tempi della casa e della metropoli", che la professoressa Leccardi ha scritto insieme a Marita Rampanzi e Maria Grazia Gambardella. Un volume in cui si esamina la silenziosa lotta del mondo giovanile per affermare la propria presenza nella società. Professoressa Leccardi, il tema degli atti vandalici da parte di giovani è spesso occasione di dibattito, anche acceso, sul mondo giovanile. Potrebbe spiegarci cosa spinge questi ragazzi ad imbrattare muri e monumenti? 
«Alla luce della ricerca che recentemente ho condotto a Milano, e che è culminata nella pubblicazione del mio libro, rispetto alle forme di espressione della soggettività dei giovani, ritengo che il fenomeno dei writers e degli street artist non sia una forma di devianza, bensì una forma di espressione della propria soggettività. I giovani oggi vogliono riconquistare i propri spazi e i propri tempi, in una città che per loro è sempre più sconosciuta. Il loro desiderio è di sentirsi protagonisti della vita pubblica, che invece spesso li mette ai margini». 
In cosa sbaglia allora la società? 
«Invece di costruire delle stigmatizzazioni nei loro confronti, dovremmo cercare di comprendere tali pratiche urbane, e soprattutto di capire quale tipo di messaggio essi vogliono far pervenire. E' forte, da parte loro, la volontà di far sentire la propria voce. Sta poi all'ente locale il compito di trovare il modo di dare loro quello che cercano: l'essere protagonisti dello spazio pubblico, l'avere una cittadinanza culturale e il non essere messi ai margini». 
Come dovrebbe rispondere, quindi, l'ente locale? 
«Dovrebbe permettere loro di accedere alle forme di espressione culturale che invece solitamente gli vengono negate. E non come consumatori o fruitori di opere artistiche, ma nel ruolo di veri protagonisti. Invece questo non accade, anzi: nel momento in cui i giovani chiedono di poter passare a forme di protagonismo diverse, si trovano davanti un muro invalicabile. Oggi la loro condizione è già resa problematica dalla difficoltà, se non addirittura impossibilità, di progettare non solo il proprio futuro, ma anche il presente. In questo scenario si rivela indispensabile permettergli di esprimersi con i propri mezzi, a visto che questo non accade loro tendono a riprendersi come possono questo diritto. E lo fanno appunto con le tag e con le immagini sui muri. Per loro è un vero e proprio codice, a cui il mondo adulto dovrebbe dare ascolto. Ad esempio, se le amministrazioni comunali individuassero degli spazi appositi in cui permettergli di esprimere la propria creatività, loro non andrebbero a imbrattare i muri. Ad esempio in certe città vengono individuati degli spazi urbani anonimi, da lasciare ai writers affinché li abbelliscano, e i risultati sono molto buoni». 
Per quale motivo si tende a stigmatizzare così tanto i comportamenti dei giovani? 
«La comunicazione intergenerazionale è sempre più difficile, per svariati motivi. A partire dal fatto che gli stessi sistemi di comunicazione e le tecnologie utilizzate sono differenti da una generazione all'altra, tanto che a volte si creano delle vere e proprie barriere tra persone di età differenti. Bisognerebbe quindi trovare degli spazi in cui le differenti generazioni possano davvero comunicare tra loro. Oggi i giovani non parlano a scuola, non parlano in famiglia e ancora meno negli spazi pubblici». 
E in politica? 
«Purtroppo oggi è difficile vedere giovani e donne politicamente impegnati, in quanto spesso vengono messi ai margini. Fino a qualche anno fa, il giovane arrivava abbastanza in fretta ad avere un'autonomia psicologica e sociale, e la transizione dal mondo giovanile a quello adulto era abbastanza rapida e ben definita. Oggi non è più così: la condizione di "giovane" tende a protrarsi nel tempo, tanto che per assurdo si è ancora considerati giovani anche a 35-38 anni. Dall'altro lato, il prolungamento della fase formativa e la precarizzazione sempre più marcata del mondo del lavoro porta i giovani alla necessità di fermarsi sempre più a lungo in famiglia. Sono quindi persone autonome e adulte dal punto di vista psicologico, ma non da quello sociale. Questo crea una situazione di parziale marginalità: nonostante essi abbiano le energie da impiegare nella vita sociale, non possono farlo. In questo modo ogni giorno la nostra società spreca grandi quantità di energia, che invece potrebbero essere impiegate per crescere».

martedì, marzo 27, 2012

Intervista al professor Andrea Fumagalli: «Così la Costituzione è condizionata dalle esigenze di bilancio dettate dai mercati finanziari»

Riforma dell’articolo 81 sull’obbligo di pareggio del bilancio statale in Costituzione: la legge in discussione. Sarà utile per il Paese? «Mai»
In questi giorni, il Parlamento sta decidendo sulla riforma dell’articolo 81 della Costituzione: una scelta che ha ben poco di “tecnico”, ma con evidenti ricadute in termini di politica economica e sociale. In sostanza, si introduce l’obbligo del pareggio del bilancio dello Stato nella legge fondamentale della Repubblica. Il dibattito, anche se piuttosto in sordina, in un momento in cui prevale quello sulla riforma del mercato del lavoro, è fra chi sostiene che anche una spesa pubblica in disavanzo produce un aumento del Pil maggiore ed è più efficace di una riduzione della pressione fiscale, e tra chi ritiene che “i conti in ordine” siano una priorità assoluta, anche a costo di comprimere ulteriormente la spesa e, quindi, gli investimenti. Senza contare che le politiche di welfare sono finanziate dalla spesa pubblica: che ne sarà del sistema di garanzie per i cittadini? Come si finanzieranno gli interventi peraltro necessari anche nel quadro dell’attuale riforma del mercato del lavoro? Per capire la reale portata di questa scelta, abbiamo intervistato il professor Andrea Fumagalli, docente di economia presso l’Università di Pavia.
Professor Fumagalli, vorremmo che ci illustrasse il significato della riforma dell’articolo 81 della Costituzione, quello che si chiama, un po’ semplificando, l’obbligo di pareggio del bilancio statale. 
«L’articolo 81 della Costituzione italiana disciplina le regole essenziali del bilancio dello Stato che rappresenta il documento contabile in cui vengono elencate le entrate e le spese relative all’attività finanziaria dello stato in un periodo di tempo determinato (di solito l’anno). Tale documento è l’esito della legge finanziaria (ora chiamata legge di stabilità) dove si enunciano i principi di politica fiscale (gestione delle entrate fiscali e della spesa pubblica) che il governo intende perseguire nel corso dell’anno. Il 30 gennaio 2012 a Bruxelles è stato siglato da parte di 25 capi di Stato e di governo il Trattato su stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria. In questo accordo, per la prima volta in Europa, è stato siglato un Patto Fiscale (Fiscal Compact), come era stato chiesto esplicitamente dal governatore della Bce, Mario Draghi, nel suo discorso al Parlamento Europeo il 1° dicembre 2011. In esso, si è deciso l’obbligo di inserire in Costituzione il ‘pareggio di bilancio’, ciò che istituisce una nuova ‘costituzione economica’, comportando la cancellazione della possibilità da parte delle istituzioni pubbliche di intervenire nella gestione dell’economia con provvedimenti anticiclici. Si afferma all’art. 3, comma 2, che le regole del pareggio di bilancio: “devono avere effetto nelle leggi nazionali delle Parti contraenti al massimo entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato attraverso previsioni con forza vincolante e di carattere permanente, preferibilmente costituzionale”. Con un trattato di carattere internazionale si interviene per modificare le Costituzioni, così da legittimare nella legge madre di tutte le leggi, il primato del pensiero economico neoliberista. Il Parlamento italiano ha già votato, in prima lettura, la modifica dell’articolo 81 per imporre una camicia di forza alle politiche di bilancio. Sarà la Corte di Giustizia dell’UE a verificare l’avvenuto inserimento e a comminare eventuali sanzioni (art. 8): la Costituzione è, così, condizionata e vassalla delle esigenze di bilancio dettate dai mercati finanziari. 
Questa riforma non appare centrale, nel dibattito pubblico, come quella dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Eppure, ci sono studiosi e commentatori che ne sostengono la pericolosità, concordando sulla convenienza della spesa in disavanzo in situazioni di recessione o crescita lenta del Pil. Lei che ne pensa? 
«Concordo. Con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio si elimina la possibilità discrezionale da parte della politica fiscale di poter operare in funzione anti-ciclica. Keynes probabilmente si sta rivoltando nella tomba. In tal modo, proprio quando si pretendono iniezioni di ulteriore flessibilità nel mercato del lavoro (leggi, precarizzazione), si introducono elementi di forte rigidità nella gestione della politica economica. Già con l’art. 105 del Trattato di Maastricht (che vincola l’operato della Banca Centrale Europea a perseguire unicamente l’obiettivo di un tasso d’inflazione inferiore al 2% annuo), si era di fatto ingabbiata la politica monetaria per evitare che potesse svolgere una funzione di intervento congiunturale a sostegno della produzione e dell’occupazione; ora, con tale misura, si elimina un ulteriore di grado di libertà per la gestione delle politiche economiche. Il tutto viene giustificato nel nome dell’autonomia della politica monetaria e ora della politica fiscale da possibili condizionamenti della “politica”. In realtà, l’obiettivo, neanche troppo malcelato, è consentire che solo i poteri economici e finanziari possano decidere quale politica economica deve essere adottata. 
E la questione della spesa per il welfare? 
«Due sono gli effetti perversi che tale misura può comportare. Il primo deriva dall’ovvia constatazione (che ogni economista serio e indipendente sa bene) che in un sistema capitalistico di libero mercato condizione necessaria perché ci possa essere attività di accumulazione (ovvero produzione di ricchezza) è che vi sia un atto preventivo di indebitamento. L’indebitamento dello Stato è quindi funzionale al processo di accumulazione e venendo meno, anche la capacità di crescita e di accumulazione si riduce. Il secondo effetto, relativo al bilancio dello Stato, è che se vi è l’obbligo del pareggio di bilancio, per mantenerlo sarà sempre più necessario intervenire (a meno che non si voglia aumentare la pressione fiscale, ipotesi politicamente da scartare) sulle spese variabili dello Stato, ovvero le spese sociali (previdenza, istruzione, sanita, ammortizzatori sociali) e sui salari dei dipendenti pubblici. Esattamente quello che sta già accadendo e che è già accaduto in Grecia. 
La scelta del pareggio inserito in Costituzione è stata veramente dettata dall’Europa? 
Secondo alcune opinioni, questo lede il concetto stesso di sovranità nazionale. La sovranità economica nazionale è un concetto (come quello di democrazia) che non esiste più da almeno 20 anni. I cambiamenti nell’organizzazione tecnologica, della produzione/accumulazione e del lavoro che si sono succeduti negli ultimi trent’anni hanno ridefinito gli assetti geo-economici e geo-politici internazionali. Il processo di finanziarizzazione ne è stato uno degli effetti e tale processo determina oggi la scala gerarchica del comando economico. Oggi 10 multinazionali della finanza sono in grado di imporre i propri interessi economici a intere comunità nazionali e sovranazionali. La novità che la crisi europea ci offre è che ora sono tali poteri a scegliere direttamente i capi di governo, mentre sino a pochi anni si limitavano a condizionare indirettamente le scelte economiche». 
Posto che la modifica venga approvata, quando se ne potranno apprezzare gli effetti? 
 «Mai».

Daniele Tamburini

sabato, marzo 17, 2012

Che sia destra o sia sinistra: più competenze, meno poltrone

Il governo Monti è – legittimamente – soddisfatto: lo spread continua a scendere, nonostante che, a gennaio, il debito pubblico sia aumentato. Ma i mercati, questa volta, non hanno reagito scompostamente. Eppure, il quarto trimestre del 2011 registra un ulteriore calo del PIL italiano, e lo stesso Monti dice: attenzione, l’emergenza non è finita. Abbiamo solo rimesso la barca nella giusta direzione. Allora, sorge una considerazione: che cosa ha fatto e sta facendo, Monti? Primo, ha dato l'impressione di voler mettere mano davvero alle cose. Secondo, ha l'aria di uno competente, di uno che non parla a vanvera o per sentito dire, né per oscure allusioni, né cercando di piacere a tutti i costi. Allora, la rivoluzione è questa: faccia le cose chi sa farle. È così? E come si ottiene questo? Mettendo le persone giuste al posto giusto. Incredibile: c’è voluto un quasi default, per capirlo. Eppure, circola molto meno denaro, i consumi si sono ridotti, la disoccupazione è alta, la precarietà è la regola. Ma sembra che stia nascendo una sorta di nuovo buon senso. Mi sto illudendo? A questo proposito, mi viene da pensare ad una frase dell’assessore Demicheli, nell’intervista che ospitiamo su questo numero, rispetto all’atteggiamento della Lega verso l’Amministrazione comunale, culminata nella espulsione sua e di Jane Alquati: si è trattato di una guerra di poltrone. Al di là del merito, non vorremmo mai ascoltare queste parole, in qualsiasi contesto vengano pronunciate. È davvero ora che tutti, da destra e da sinistra, ragionino in termini di competenze e non di poltrone. La crescita presuppone competenze e meriti. Le poltrone, lasciamole nei salotti. 

Daniele Tamburini

venerdì, marzo 09, 2012

Chi decide, in democrazia?

Ascolto sempre molto volentieri Luca Mercalli: parla della sua materia, la meteorologia, con competenza ed equilibrio, non tralasciando di utilizzare i fenomeni climatici per aprire il discorso a molti problemi emergenti: per esempio, la qualità dello sviluppo, della crescita, delle infrastrutture. Mercalli, con molti altri scienziati e ricercatori (sono in tutto 360), ha sottoscritto una lettera aperta al premier Monti sulla questione TAV. Nella sostanza si dice: chiediamo un ascolto attento e privo di pregiudizi ad una serie di osservazioni critiche sul progetto. Non voglio entrare nel merito, ma mi pare che quelle parole (ascolto attento e privo di pregiudizi) dovrebbero essere utilizzate sempre, quando si tratta di compiere delle scelte che impattano fortemente sulla vita dei cittadini e dei territori. Ma c’è la capacità di ascoltare? I cittadini, spesso, pensano di no: per la TAV, piuttosto che per la Strada sud e alcuni anche per il terzo ponte, qui da noi. Sorgono, allora, i comitati. La domanda è: chi decide, in democrazia? È una domanda difficile, nel nostro mondo complesso. La Francia ha “inventato” il cosiddetto débat public, il mondo anglosassone il “public engagement”: la partecipazione alla discussione degli interessi del territorio è formalizzata e le procedure ed i tempi sono definiti. Non so se è il modello migliore, ma quello che strema, in Italia, sono i lustri, i decenni che sono necessari, che dico per la realizzazione, ma per lo stesso avvio di un progetto. Intanto, gli animi si scaldano, le posizioni si irrigidiscono. Tutto diventa una questione ideologica. Se la gente oppone resistenza a certi progetti, un motivo ci sarà: andrebbe ascoltata. Se c’è un corto circuito tra chi decide (i decisori pubblici: governi locali, governo nazionale) e chi ha dato loro mandato di decidere (con il voto), è sicuro che esiste un problema. Torna, allora, il tema dell’ascolto, da parte di chi decide, e anche, certamente, di chi contesta. Si può ascoltare e non condividere, e magari rimanere della propria idea, ma è difficile che un qualcosa non si sposti, e non si possano trovare punti di mediazione. Sapete quante energie in meno si sprecherebbero, quante risorse, quanto tempo, soprattutto. Il tempo oggi è prezioso. Rispettare l’uso del tempo è sintomo di serietà. L’Italia non può più permettersi di trascinare le questioni all’infinito. Quindi: che si progetti, si ascolti, si cerchino le mediazioni necessarie, e poi si decida. Magari avendo come obiettivo l’interesse comune. Un’utopia? Dipende. Da che cosa? Indovinate un po’… Dalle persone che sono chiamate a decidere, che sono state elette. Quindi…

sabato, marzo 03, 2012

Nessun sconto

Un nostro autorevole columnist e opinion leader, Renato Ancorotti, ha accettato la richiesta del Pdl cremasco di scendere in campo per la carica di sindaco di Crema. Di questo partito e di altri al governo della città ne ha fustigato, giustamente, i vizi per lungo tempo. Ora sta cercando di vincere una sua scommessa. Qualche altro nostro opinion maker ha deciso, invece, di spendersi per il centrosinistra. E’ questo un problema per il giornale, come ci è stato maliziosamente suggerito? Neppure per sogno. Anzi. Da una parte, c’è l’indubbia soddisfazione per il «Cremasco » di avere scelto gli opinionisti giusti che, articolo dopo articolo, hanno saputo catturare l’attenzione, la stima e il gradimento dei lettori. E poiché piacciono alla gente perché sanno parlare alla gente, la politica si è fatta avanti. Ma la soddisfazione è anche un’altra. Questo giornale è stato una scommessa da autentici liberal: vive, infatti, solo per le risorse che raccoglie dal mercato e mette al centro l’impresa. Convinto che senza le aziende (artigianali, industriali e commerciali), gli imprenditori (piccoli, medi e grandi) e lo svilupparsi di un’imprenditoria di massa non ci sarà lavoro, progresso, migliore qualità della vita e libertà. Da questa idea base, il «Cremasco» è diventato un laboratorio di opinioni economico-sociali liberali che, speriamo, possano conquistare un pubblico sempre più vasto. Idee, principi, convincimenti che i nostri opinion leader ora hanno la possibilità di seminare nei programmi elettorali sia di centrodestra che di centrosinistra. E poi di realizzarli. Se infatti, da una parte sentiamo dire che «al centro di ogni pensiero ci deve essere lavoro, occupazione, sviluppo», e dall’altra che «chi sarà chiamato a governare Crema deve mettere in campo non solo proposte in campo socio assistenziale, ma soprattutto iniziative per favorire le imprese esistenti, attirarne delle nuove, contribuire alla creazione di posti di lavoro…», significa che pur stando in campi politici differenti, l’obiettivo sarà lo stesso. E il giornale, a sua volta? Come al solito non farà sconti a nessuno. 
Cuti

Coraggio, il tempo stringe

Quello spread che ha iniziato a tormentarci la scorsa estate, il cui incremento vertiginoso era sparato dai giornali in prima pagina, quasi in assonanza con lo spettro non più del comunismo, ma del default, adesso sembra addomesticato. Da interventi pesanti sulle pensioni, dall'introduzione di nuove tasse o dall'incremento di quelle precedenti, dalle liberalizzazioni, da una rinnovata lotta all'evasione e all'elusione fiscale, dalla indubbia considerazione di cui Monti gode in Europa (non risulta che Merkel e Sarkozy ridano di lui). E' vero che, nel frattempo, le varie lobbies si sono fatte sentire: è recentissima la - scandalosa - presa di posizione dell'ABI: o cambia la decisione del governo sulla riduzione delle commissioni bancarie, oppure finiremo per strozzare il credito per imprese e famiglie. Proprio quel che ci voleva, in tempi di crisi. Una “chiara” risposta all’appello fatto nei giorni scorsi dal ministro per lo sviluppo Corrado Passera, che aveva chiesto alle banche di sostenere il sistema Italia. Lo scontro è sull’emendamento al decreto liberalizzazioni, che vorrebbe imporre alle banche l’eliminazione di tutte le commissioni previste quando viene concesso un credito. Già bastano e avanzano gli esosi tassi di interesse. O no? Comunque sia, il governo ha fatto cassa. E forse non poteva far altro, vista la situazione in cui ci eravamo cacciati. Ma le imprese e i lavoratori, dipendenti o autonomi che siano, sono sempre più in difficoltà. I segnali si moltiplicano. Misure di sviluppo e creazione di lavoro sono urgenti, dai Super Mario, le attendiamo con impazienza. E' difficile pagare in maniera convinta le tasse, se ti dicono in eterno che l'obiettivo è la lotta allo spread, al default, elementi impalpabili e remoti. Sarebbe diverso se si vedesse che i giovani iniziano a trovare lavori dignitosi, se rinascessero le aziende, se qualche cassintegrato venisse riassunto, se si tornasse, insomma, a respirare. Forza e coraggio, che il tempo stringe.

Daniele Tamburini


sabato, febbraio 25, 2012

L’aria è cambiata

Che l’aria sia cambiata lo dicono molte cose, comprese le parole non proprio benevole del ministro Fornero su come vengano rappresentate le donne in TV, e il riferimento, ovvio, non poteva che essere alla discesa di Belen, non in campo, per fortuna, ma della scala, con tanto di farfalla galeotta. Ma, per andare su un terreno diverso, non passa giorno che non ci siano notizie di una sistematica e paziente opera di individuazione dell’evasione e dell’elusione fiscale. Ne parla, in questo numero, il comandante della Guardia di Finanza di Cremona, Alfonso Ghiraldini. L’avevamo capito già dai blitz di Cortina e di Napoli che questo Governo, se voleva avere credibilità non solo in Europa, ma tra i cittadini, poteva chiedere molto solo se dimostrava anche di stringere su chi si era sempre sottratto. Ovvio, la pressione fiscale è diventata davvero insostenibile, soffocante, nonostante tutte le promesse fatte nelle varie campagne elettorali, e molti tra gli evasori si trincerano dietro questa giustificazione. Ma, e gli altri, cosa dovrebbero dire? Chi paga le tasse, coraggiosamente, onestamente o inevitabilmente? Un dato balza agli occhi: sono aumentate le denunce nei confronti dell’evasione, e le denunce non anonime, ma con nome e cognome. Significa che sta crescendo la percezione che evadere le tasse non sia una furbata, ma tolga risorse a tutti, a noi, alle nostre famiglie, ai nostri figli? Significa che ci stiamo allontanando dai tempi in cui chi aveva grandi responsabilità diceva di “comprendere” le ragioni di chi evadeva? Ora, però, bisogna andare oltre. Le risorse recuperate devono essere investite per far decollare di nuovo il Paese. Puntando su ricerca e innovazione, sulla scuola. Investendo sui giovani, aiutando le imprese: cominciando già ad allentare la pressione fiscale su chi lavora, su chi intraprende.

Daniele Tamburini

domenica, febbraio 19, 2012

“Il Piccolo” raddoppia

Il modo migliore per uscire dalla crisi è vivere. Vuol dire rilanciare, non farsi catturare dalla depressione, non lasciarsi impaurire dall’ineluttabilità dei tempi. Rischiare, anche; certamente, con oculatezza. Come dico ai miei collaboratori, “Usate il colino”: fate passare le cose negative, trattenete quelle positive e lavorate su quelle. Bisogna valorizzare ciò che si ha, il proprio brand, la propria marca. Tentare territori nuovi. Ebbene, ci proviamo. Dalla prossima settimana, care lettrici e cari lettori, “Il Piccolo” raddoppia e diventa bisettimanale. Lo trovate il mercoledì mattina ed il sabato mattina, nei consueti punti di distribuzione. Anzi no: più che nei consueti punti. Perché siamo sbarcati anche nel casalasco, con due pagine dedicate, e così anche i casalesi, e non solo, potranno diventare nostri affezionati lettori. Non è facile, soprattutto per noi che facciamo un prodotto gratuito e che non godiamo assolutamente di alcun contributo né pubblico né di altro genere, ma viviamo solo grazie alla pubblicità dei nostri (numerosi) inserzionisti, della passione di un gruppo di lavoro ormai consolidato e affiatato, e di tanti amici e di tante amiche che ci sostengono suggerendo, scrivendo, puntualizzando, aiutandoci a crescere. Certo, chiudono testate consolidate e prestigiose, e questo ci dispiace, anzi ci fa male, così come fa male alla qualità dell’informazione e della democrazia, dimensioni in cui la concorrenza e la pluralità sono elementi importantissimi. Ma torniamo a noi: siamo convinti di poter vincere la sfida. Però voi, care lettrici e cari lettori, siete un elemento fondamentale: se ci leggerete, se continuerete a sostenerci, se ci suggerirete come correggere gli errori, se vi farete sentire vicini a noi, noi ci sforzeremo di dare un prodotto sempre migliore, cercando contributi qualificati, come già stiamo facendo, fornendo approfondimenti, venendo incontro alle esigenze di informazione e di intrattenimento. Davvero: abbiamo bisogno di voi. Cominciate, intanto, con l’ augurarci “In bocca al lupo”. Grazie.

venerdì, febbraio 10, 2012

«La classe dirigente cremonese non è adeguata» intervista a Titta Magnoli, segretario provinciale Pd

di Daniele Tamburini
La relazione che Titta Magnoli ha svolto all’assemblea provinciale del Pd di Cremona, di cui è segretario, contiene valutazioni di grande durezza e un giudizio, articolato ma per molti versi impietoso, sulla situazione del Paese, ma anche, e soprattutto, del nostro territorio. Salta gli occhi una frase: “Io credo che la nostra classe dirigente non sia adeguata, non tanto nelle singole intelligenze, ma per l’incapacità di orgoglio e di reazione”. Valutazione pesante, in specie se espressa dal segretario del maggior partito di opposizione, che ha retto il governo locale fino allo scorso mandato e che si ricandida per ottenere la maggioranza alla prossima tornata elettorale. Ne abbiamo parlato con lo stesso Magnoli, in un'intervista in cui gli argomenti toccati sono molteplici e l'approccio mai banale.
«Voglio fare una premessa» esordisce il segretario Pd: «la relazione era finalizzata a una discussione politica, per cui, più che dura era diretta. Lei si immagina un dibattito politico in cui la premessa è che viviamo nel migliore dei mondi possibile? Ma non c’era alcuna volontà di giudicare ‘da fuori’ bensì di prendersi cura di ciò che si pensa non vada. In politica non dovrebbe esserci posto per i permalosi…».
Senta Magnoli, cominciamo con una cosa che mi ha incuriosito. Cremona è città di musei. Lei ha raccontato di uno studente cinese che chiedeva se l’Europa fosse un laboratorio o un museo. Non crede che si possa essere sia museo che laboratorio?
«Io non amo chi dice che all’Italia basta il suo patrimonio artistico. L’economia non può basarsi solo sul passato, su un terziario di mero sfruttamento. E’ importante, ma non basta. I musei sono fondamentali ma svolgono la loro funzione in pieno se sono fonte di cultura e di ispirazione: se una persona, vedendo il bello, riflette e si commuove. Altrimenti sono dei magazzini con dei quadri appesi alle pareti. Io credo quindi che ci debbano essere musei che ispirino laboratori, che muovano le persone. In questo senso credo che la sfida sia imponente, cioè usare il grande passato per un grande futuro. Questa è la sfida dell’Europa. E questo si fa investendo in ricerca e in formazione, non facendo cadere a pezzi Pompei».
La sua analisi è: un territorio che va a fondo in un Paese che va a fondo in un’Europa che va a fondo. Ma se la crisi è continentale, che spazio possono avere le energie locali?
«Le energie locali non hanno alcuna possibilità di contare. Questo è il dato di fatto. Ma ciò non toglie che se non posso nulla contro la tempesta, almeno apro l’ombrello e mi metto al riparo. E’ questo che si sta iniziando a fare con il Governo Monti. E’ questo che si dovrebbe fare anche a Cremona. Noi abbiamo una realtà che sta subendo colpi pesanti già oggi e che rischia di non reagire per eccesso di tranquillità. Di autocompiacimento. Se una nave affonda preferisco chi ordinatamente va verso le scialuppe e cerca di salvarsi a chi dice “sarà un falso allarme” e prende un tranquillante per dormire meglio. Cosa si può fare a Cremona? Moltissimo. Innanzitutto capire che la crisi si supera insieme, e non andando sparsi come galline spaventate».
Ad un certo punto lei dice: il problema non è, o non è più, la frattura fra capitale e lavoro, ma tra lavoratore italiano e lavoratore cinese, tra imprenditore italiano e imprenditore cinese. C’è sicuramente una grossa questione legata alla competitività, ma, in questo quadro, come si inseriscono i diritti? Il riferimento è anche, ma non solo, all’articolo 18…
«La crisi ci costringe a rivedere il nostro rapporto con i diritti. Ovviamente parliamo di valori che non vanno negoziati, che devono essere difesi. Ma con intelligenza. I diritti di un lavoratore sono sacri finchè questo può dirsi tale. Se non lavora più, se la sua azienda ha chiuso perché incapace di competere, ha perso tutti quei diritti in un colpo solo. Da qui la mia insistenza: in questa crisi datore e lavoratore sono sulla stessa barca e possono salvarsi solo insieme. Guardi, l’articolo 18 è l’ultimo dei problemi e parlare di quello è distogliere l’attenzione dai temi veri. Lo sanno bene anche i sindacati. Ma la battaglia ormai è simbolica. Noi competiamo in modo asimmetrico con chi non ha alcun tipo di freno. Ed è ovvio che dobbiamo mettere sul piatto della bilancia le due cose, competitività e diritti, e capire fino a che punto siamo disponibili a mediare».
Veniamo al nostro territorio. Il suo giudizio sembra senza appello. Arretratezza, “vuoto cosmico di idee e contenuti” (la sto citando), e un giudizio sulla classe dirigente, complessivamente intesa, di questo genere: “Io penso che la classe dirigente del territorio oggi sia inadeguata ad affrontare la sfida. E lo dico senza pietismo e finzioni. Sarebbe comodo autoassolversi, tanto siamo tutti sulla stessa barca”. Valutazioni così nette presuppongono l’aver ripensato anche le radici e la storia di questo malessere. Ce ne vuol parlare?
«Guardi che la mia relazione è costruttiva, non è senza appello. E’ un richiamo che faccio a me per primo, sottoponendomi ai brontolii di molti. Non pensi che non mi fischino le orecchie. Dico che la classe dirigente non è adeguata perché non ha orgoglio, non difende il territorio, non lotta. Pensi a cosa subisce ogni giorno un pendolare della nostra provincia. Non è abbastanza perché tutto il sistema cremonese si incateni sotto il Pirellone. O i pendolari sono cittadini di serie B? Ecco, io non vedo questo orgoglio nella reazione. Anzi, noto talora un certo fastidio se si fanno notare alcune cose. I pendolari? Seccatori. L’opposizione? Abbaia. I
cassintegrati Tamoil? Cosa vogliono di più. Andando avanti così il territorio morirà davvero. Il dibattito pubblico, invece, si concentra sul canile, su un sito internet di informazione che apre, sul tendone per il capodanno in piazza. Ma se fai notare che così non va, ti guardano infastiditi».
Il suo giudizio, ha ribadito più volte, coinvolge tutte le forze politiche, sociali, economiche, e non risparmia una stoccata anche alla Chiesa…
«Sono uno dei pochi politici che ha il pudore di affermare di non essere cattolico, senza quelle strane frasi sofferenti che fanno pensare a chissà quali travagli interiori, per cui non mi sognerei mai di dare stoccate a una istituzione bimillenaria come la Chiesa. Ma nella mia vita ho avuto modo di conoscere il fermento che c’è negli ambienti cattolici, l’attenzione alla politica e trovo un peccato che non si riesca a fondere insieme tutte le varie energie. Ci sono iniziative più che lodevoli ma sempre tenute separate, distinte. La mia non era una stoccata, quindi, ma l’invito a condividere, a fare politica insieme. Pensando sì alla città di Dio, ma anche, ogni tanto, alla città dell’uomo».
Posso dirle una cosa? La sua analisi è per molti versi affascinante, e riesce anche a convincere, giustamente caustica e dura. Ma poi, al momento della proposta, resta un po’ nel vago. Innovare, lavorare di più e meglio, discutere in modo franco e acceso. Tutto ok, ma … su che cosa? Come? Con chi? Non crede che sia anche il tempo di risposte chiare e circostanziate?
«E’ una critica che accetto. Ma se avessi tutte le risposte io da solo sarei solo un cretino borioso. Cerco di dire altro: le risposte dobbiamo trovarle insieme. Diciamo che questa relazione è un primo tempo, non sperava né di suscitare tutto questo dibattito, né di esaurire il tema. Partiamo da una affermazione molto grave che ho fatto e che ho notato è stata sorvolata. Io temo che Cremona si svegli un giorno come Parma, con una situazione economica vicina al dissesto. E’ una preoccupazione, non ancora una valutazione politica. Ma vedo che si continua a riempire la pancia delle municipalizzate con debiti per operazioni immobiliari quantomeno discutibili, tipo il Massarotti. Il debito delle aziende pubbliche è debito del Comune, mica di altri. Ecco, come primo passo partirei dai conti, con una grande operazione di trasparenza sui beni pubblici. Trasparenza vera, ovviamente, cioè comprensibile. Questo sarebbe l’inizio e chissà quante sorprese. Senza tanti “è colpa mia, è colpa tua”. Credo che i cremonesi debbano sapere come vengono usati i loro soldi. Questo si collega alla vicenda Lgh, ma non voglio continuare su questa via. Faccio un altro esempio. Come affrontiamo, in tempi di crisi, in una città che detiene il primato dell'invecchiamento della popolazione il tema dei servizi per gli anziani e i disabili? Davvero si pensa che sfilando i soggetti che ora intervengono, la Fondazione città di Cremona ed il Comune, dalla responsabilità diretta verso quei servizi ed affidandoli ad un soggetto privato si risolveranno tutti i problemi? Invece di parlare di queste cose ci concentriamo sui permessi di parcheggio agli amministratori. In un dibattito falsato, come se questi fossero una casta famelica e cattiva perché hanno un piccolo beneficio nel loro servizio. Qualcuno ha fatto un po’ i conti? Gli amministratori sono, esagerando, un’ottantina. Poi ci sono i medici in servizio, gli artigiani, i commercianti al lavoro. E gli altri chi sono? Tutta casta? Tutta politica cattiva e famelica? Come si arriva a quei numeri iperbolici (per Cremona)? Una bella operazione giornalistica sarebbe pubblicare tutti i nomi. Ci divertiremmo. Ecco, mi sono attirato altri nemici…».
Ci penseremo, Magnoli. Potrebbe essere tema di una buona inchiesta... Per adesso, grazie.

Servono persone adeguate, o meglio, capaci

Presi – giustamente - dall’emergenza Paese e dalle misure economiche di contenimento e di risanamento, abbiamo forse prestato poca attenzione alla sostanza del cambiamento profondamente politico in atto, che seppure con tante contraddizioni, sembra produrre risultati. Un governo tecnico, però, non è eletto dai cittadini: inutile girare intorno al problema. Significa che il voto non aveva saputo esprimere forze, alleanze, coalizioni capaci di tirarci fuori da una situazione pericolosissima e tutt’altro che risolta. Significa che l’offerta politica presente al momento del voto non era complessivamente all’altezza della domanda del Paese (siamo molto generosi oggi). E che il problema, il rovello, il disagio sia perfettamente bipartisan lo dimostrano, venendo alle cose di casa nostra, le interviste che pubblichiamo in questo numero, di due esponenti di punta dei rispettivi schieramenti politici: Titta Magnoli, Pd, e Ugo Carminati, Pdl. Colpiscono molto, nelle evidenti e ovvie differenze di opinioni, alcune analisi di fondo. Soprattutto, si stigmatizza l’autoreferenzialità della classe politica del nostro territorio. Non solo politica, dice Magnoli, allargando il tiro. Insomma, la politica – e le amministrazioni - non fanno che guardare il proprio ombelico, mentre il mondo corre a rotta di collo. “Un eccesso di tranquillità e di autocompiacimento”, sostiene Magnoli. Le idee messe in secondo piano, rispetto a schieramenti, carriere e poltrone, dice Carminati, a margine di un congresso provinciale del Pdl con unico candidato e lista bloccata. Che dire? Ci vorrebbe un governo tecnico, anche per il nostro territorio? Ma il giudizio di Magnoli coinvolge tutta la classe dirigente, e si sa, ci vuole tempo per far crescere la capacità politica e amministrativa dalla società civile. E allora? Pochi giorni fa, l’onorevole Pizzetti richiamava all’etica della responsabilità e dell’interesse pubblico. Anch’egli parlava di staticità della situazione, e si augurava, per il proprio partito, il Pd, che i sindaci venissero coinvolti nella direzione politica. Giusto. E allora, la butto lì, gli attuali dirigenti politici, quelli capaci e con esperienza da vendere, non potrebbero fare il sindaco?

Daniele Tamburini

Sull’articolo 18 un dibattito di retroguardia - intervista al professor Maurizio Del Conte

di Daniele Tamburini
Pare che attorno alla legislazione sul lavoro si stiano giocando molte delle poste su cui ha puntato il governo Monti. L’assunto, secondo il premier, è che una maggior flessibilità nel mercato del lavoro possa dare fiato alle imprese ed alle loro strategie occupazionali, ancora oggi troppo imbrigliate da una normativa ipergarantista verso coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato. Il totem e il tabù è l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la legge 300 del 1970, che sancisce il divieto di licenziamento senza giusta causa. Se ne parla da molti anni: nel marzo del 2002, la Cgil portò in piazza a Roma tre milioni di lavoratori, per contrastare l’ipotesi di revisione dell’articolo 18. Da allora, e non solo da destra, si insiste sulla necessità, se non dell’abolizione, della revisione. I tempi sono cambiati in profondità: precariato, lavori atipici, crisi, disoccupazione. Ma i sindacati resistono e rilanciano: come si fa a contrastare la recessione, se si pensa a licenziare di più, e non a creare crescita, occupazione, sviluppo? Nel dibattito ampio e articolato, in cui non mancano punte di asprezza, con la ministra Elsa Fornero in prima linea, si è inserita la battuta del premier Monti sulla “noia” del posto fisso. Abbiamo chiesto un parere a Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro e relazioni industriali all’università Bocconi di Milano.
Professor Del Conte, perché il nodo della normativa che regola il lavoro a tempo indeterminato è diventata, oggi, così importante?
«Questo dibattito, in realtà, eccede la sostanza del problema, nel senso che l’articolo 18, come dimostrano i dati sulla scarsa incidenza della reintegrazione sulle cause di licenziamento, non è la vera questione in gioco. Esso ha il solo scopo di prevedere la sanzione nei casi di licenziamenti illegittimi. Il discorso della giusta causa è invece normato da una legge del 1966 (legge 604 del 1966, che definisce il concetto di “giusta causa” e “giustificato motivo”, ndr). Dunque quello in atto è un dibattito sbagliato anche nella sostanza. Un dibattito di retroguardia, che non produce un ammodernamento del mercato del lavoro, ma anzi, comporta un arretramento».
Il punto è, ancora oggi, l’articolo 18, che – a nostro parere – forse riveste un aspetto molto simbolico, oltre che sostanziale. Ci potrebbe presentare, brevemente, i diversi punti di vista?
«In effetti è vero che l’articolo 18 ha un valore simbolico, che è poi quello che si sta cercando di abbattere: si pensa che eliminando tale prescrizione si possa ottenere quella spinta verso la crescita che oggi manca. A questo proposito mi limito a ricordare che la Carta sociale europea, il documento più significativo in materia, stabilisce che il lavoratore ha diritto alla tutela contro il licenziamento illegittimo. Dunque anche in Europa il problema della giusta causa esiste, e non è certo qualcosa che si possa cancellare con un colpo di penna. Nessuna legislazione nazionale degli stati membri dell’Unione europea che privasse il lavoratore della possibilità di far valere l’ingiustificatezza del licenziamento sarebbe conforme ai principi del diritto europeo. Credo che sia molto più interessante discutere della flessibilità organizzativa, ossia la necessità di garantire un posto di lavoro a tempo indeterminato, facendo però in modo che sia più agevole lo spostamento dei lavoratori da una mansione all’altra o da un luogo all’altro all’interno della stessa azienda. Attualmente vi sono troppi blocchi burocratici e procedurali che non lo permettono. In Italia invece ci si incastra in discussioni senza capo né coda sulla flessibilità in uscita. Dico che non esiste un’impresa che investe sul proprio futuro che si ponga il problema di come licenziare. Tutt’altro: l’imperativo è dare più valore al lavoro dei propri dipendenti. La riduzione del costo del lavoro è una volontà propria di imprese che non credono nel proprio futuro e nella propria competitività. Aziende che sono destinate a incontrare una sorte nefasta nel medio periodo. Se esiste un problema di attrattività del nostro paese rispetto alle regole sui licenziamenti, non riguarda certo l’articolo 18, ma piuttosto la scarsa chiarezza delle regole: abbiamo una nozione di “giustificato motivo” talmente ampia che è difficile dare delle risposte in termini di certezza, dal punto di vista giuridico. E’ questo quello che potrebbe bloccare gli investitori stranieri nell’accostarsi al nostro paese. Dunque, premesso che non si può rimuovere l’obbligo di giustificare il licenziamento, si dovrebbe specificare e circoscrivere tutti quei casi in qui il licenziamento è effettivamente illegittimo, e quali sono invece i casi in cui esso è legittimo; quando, ad esempio, è costretta a farlo per motivi economici o perché deve ristrutturarsi e modificare le proprie linee produttive». 
In molti si chiedono: ma perché, in presenza di cassa integrazione, disoccupazione, precariato, sarebbe necessario abbattere ulteriori garanzie? Come fa un licenziato, magari di mezzaetà, a ritrovare lavoro?
«Per un certo periodo di tempo alcuni economisti hanno sostenuto che la rigidità in uscita costituirebbe un freno alle assunzioni, e quindi comporterebbe un calo dell’occupazione. Tuttavia tali teorie non hanno ottenuto riscontri nelle ricerche fatte dagli stessi economisti. Riducendo le protezioni in entrata, in realtà, aumenta il turnover e quindi anche le fasi di intermedia disoccupazione. C’è poi il tema degli ammortizzatori sociali, i quali però devono essere legati a un percorso di rioccupazione, che attualmente nel nostro paese manca. Bisogna mettere in campo percorsi di riqualifica professionale da abbinare al meccanismo degli ammortizzatori sociali per chi resta senza lavoro. Si tratta di una riforma strutturale, di vasto respiro e lungo periodo, che potrebbe portare a risultati importanti. Purtroppo invece l’attuale dibattito mediatico provoca risposte che cercano una soluzione immediata da un lato, e dall’altro un’opposizione a prescindere».
Lei cosa pensa della flessibilità tout court, che parrebbe caldeggiata anche dal premier Monti nella sua ormai celebre battuta sulla “noia” del posto fisso? I giovani dicono: parlatene alle banche, per i mutui, o agli asili, per i posti dei figli…
«Secondo me si è fatta confusione tra la legittima rivendicazione del lavoratore di poter crescere professionalmente, cambiando diverse posizioni nella propria carriera lavorativa, con il problema del lavoratore che non sceglie ma subisce la perdita del posto di lavoro. Sono due cose completamente diverse: in entrambi i casi c’è una discontinuità ma nel primo caso è voluta, programmata e prevede la sicurezza di un’altra prospettiva occupazionale; diverso è invece trovarsi licenziato perché qualcuno mi dice che “altrimenti mi annoio”. Mi pare che vi sia un’invasione di campo nella legittima aspettativa di organizzare la propria carriera. Del resto è vero che nessuno garantisce il posto fisso, ma esso resta un obiettivo di tendenza per tutti. Se tale obiettivo viene eliminato si fisiologizza l’idea della precarietà. Questo non è negativo solo per la disoccupazione che ne consegue, ma lo è anche per lo sviluppo del percorso professionale del lavoratore. Se l’arco di vita lavorativa è continuamente caratterizzato da interruzioni non volute, viene meno l’evoluzione del lavoratore stesso, finché il capitale umano non ne viene impoverito. Se il percorso di crescita professionale può venire interrotto in qualsiasi momento, si finisce per frustrare ogni ipotesi di miglioramento. Questa non è certo una manovra lungimirante per l’economia del paese. Non solo per una questione etica, ma perché di fatto in tutte le società evolute, compresi gli Usa, dove c’è molta più libertà nei licenziamenti, il posto fisso rappresenta l’obiettivo di tendenza di cui parlavo prima. Tutto ciò non si risolve certo con il contratto unico, che è stato ipotizzato al posto dell’articolo 18: i lavoratori dovranno essere assunti a tempo indeterminato, ma saranno licenziabili senza giusta causa o giustificato motivo e, in tal caso, avranno diritto a un semplice indennizzo. Si amplierà il divario tra chi è protetto, gli insiders, e chi non ha alcuna tutela, gli outsiders. Pensiamo a questo: nel corso degli anni la legislazione che ha normato il rapporto contrattuale di lavoro, in cui la merce è una dimensione fondamentale della persona, si è evoluta creando un meccanismo di protezione del posto di lavoro che risulta vantaggioso per la società nel suo complesso. Tutto ciò dà, infatti, una prospettiva di relativa stabilità economica, risultato di decenni di affinamento in cui si è capito che il lavoro dell’impresa funziona in presenza di tale stabilità. Dunque è meglio riflettere bene prima di “buttare a mare” questi decenni di evoluzione. Se ci facciamo spaventare da una crisi economica e pensiamo che ad essa debba corrispondere lo smantellamento di certezze come quella del lavoro stabile, la nostra è una reazione miope a un problema che ci porteremo poi dietro per decenni. Oggi si vive sul dato giornaliero dello spread, perdendo di vista gli obiettivi per il futuro. Non possiamo pensare solo a ciò che accade domani, dobbiamo ragionare anche sulle prospettive che avremo di qui a 10 o 20 anni, specialmente per quanto riguarda il futuro dei giovani».