sabato, aprile 23, 2016

La rassegnazione

Ha ragione Federico Centenari, quando mi dice: “Sai, quando vado in centro osservo sempre le persone che incontro. Lo faccio da anni, guardo le loro facce, osservo i commercianti davanti ai negozi, la gente che percorre le vie. Mi fermo a parlare e raccolgo le loro lamentele. Sui loro volti non leggo tristezza né tanto meno rabbia, vedo piuttosto smarrimento, o, per meglio dire vedo la rassegnazione”. Giacomo Leopardi equiparava la rassegnazione ad una immobilità non ragionata. E ancora: “Dall’abito della rassegnazione sempre nasce noncuranza, negligenza, indolenza, inattività, quasi immobilità”. Che parole profetiche, verrebbe da dire. Marcel Proust scriveva che la rassegnazione, modalità dell'abitudine, permette a certe forze di accrescersi indefinitamente. Forse è proprio così. Una di queste forze, di cui parla Proust, una forza che cresce indefinitamente è a mio parere il risentimento. Sempre più spesso si assiste ad un senso di animosità verso gli altri, anzi, verso il mondo in generale. Pessimi sentimenti covano sotto la cenere.
sentimenti molto negativi. Anche Cremona ne soffre, pur essendo una città prevalentemente addormentata, sicuramente rassegnata, spesso genuflessa. Molti si lamentano, da sempre. E è da sempre che ascolto la solita litania: basta con certe dinamiche, non se ne può più di certi equilibri che imprigionano la città e che la rendono impermeabile, basta con le oligarchie, con le trame raccontate dai soliti registi… dobbiamo fare, dobbiamo dire. “Mo dimo, mo famo”, direbbero a Roma. E ancora, in molti vorrebbero cambiare le cose, salvo poi realizzare che questo costa fatica, esposizione in prima persona, rottura di antiche e consolidate dinamiche di convenienza oltre che di convivenza sociale. E, siccome la rassegnazione sta al coraggio come il ferro sta all'acciaio, quasi sempre, tutto finisce li. Anzi, finisce nella solita esortazione: “Intanto vai avanti tu... che a me vien da ridere”.

sabato, aprile 16, 2016

La trasgressione

di Daniele Tamburini
Quando ero ragazzino, trasgredire era, oltre che disubbidire alla mamma, riuscire a comprare in un bar un “boero”: il cioccolatino con dentro la ciliegia e ripieno di liquore. Lo si prelevava dall’espositore posto sul bancone del bar. Ricordo che furtivamente scartavo quella carta rossa e, finalmente, potevo gustare quel liquore, altrimenti severamente proibito per un ragazzino di dieci anni. Le prime volte soffrivo di quel piccolo senso di colpa che risiedeva non tanto nel gesto in sé, ma nella volontà di volerlo compiere. Poi, preso atto che non c’erano conseguenze, il senso di colpa svaniva. Se poi trovavo nella confezione la scritta: “hai vinto un boero”, altro che senso di colpa! ero pieno di soddisfazione. Per me, sospeso tra l’esser bambino e adolescente, l'atto ribelle e trasgressivo era forse il primo passo verso la conquista di una personalità propria, della capacità di discernere tra bene e male. Divieto e trasgressione, infatti, fanno parte da sempre di complessi apparati filosofici e morali, per non parlare dei sistemi di fede. La trasgressione, diceva il filosofo Bataille, “sospende il divieto senza eliminarlo. Qui si cela la molla dell’erotismo, e qui ugualmente si cela la molla di ogni religione”. Il divieto permane: alcuni tabù sono costitutivi della civiltà per come la conosciamo; l’apparato della legge mosaica, che il cristianesimo ha sussunto e sviluppato, consta di molti divieti, ripetuti ossessivamente (non uccidere, non desiderare la roba d’altri, non rubare …). Il divieto a comportarsi male deriva, anche se non si è religiosi, dalla propria legge morale, dall’osservanza delle leggi, dal senso civico. Il divieto comporta, se lo si trasgredisce, una sanzione, un’ammenda, una punizione: è così. Quando però vengono a mancare legge morale e senso civico, e si è convinti dell’impunità, ecco che dalla trasgressione si giunge al comportamento truffaldino. E il senso di impunità deve essere tale, che non ci si cura neppure del fatto che la magistratura e le forze dell'ordine colpiscano duro, con tutti i limiti, temporali e in termini di efficienza, del “sistema giustizia”. Non è mia intenzione condannare nessuno: ognuno se la veda con la propria coscienza. Ma, a questo proposito, poiché il senso civico, nella nostra repubblica, ha come fari la Costituzione ed il sistema democratico, io vi dico che, domenica, andrò a votare al referendum. E invito anche i miei lettori a farlo. Andate, esercitate il diritto di voto: che votiate “sì” o “no” non importa, ma siate cittadini consapevoli.

sabato, aprile 02, 2016

Sempre più in basso

di Daniele Tamburini
La famiglia, si sa, è importante. Lo è in particolare nel nostro Paese. Sappiamo bene che persino l’ossatura del nostro sistema produttivo si è basata e forse si basa ancora sul modello familiare o familistico che dir si voglia. È la forza del Paese: lo hanno ripetuto per anni autorevoli studi e importanti commentatori. E’ diventato quasi uno stile, quando non uno stigma. Abbiamo anche capito che questa dimensione, radicata e forte, portava con sé lati negativi: una certa provincializzazione, una certa riluttanza ad affrontare le sfide dell’innovazione e della globalizzazione. Fin qui, ci muoviamo su un terreno quantomeno molto dignitoso. Poi, però, si è rischiato e si rischia di scadere nel vieto modello “tengo famiglia”: un ombrello riparatore sotto il quale si celano e si giustificano mezzucci, manfrine, varie mani del gioco delle tre carte. Sinceramente, ancora mi mancava “tengo un fidanzato”. Un fidanzato ancora non è proprio famiglia, o forse sì, nell’epoca della “famiglia liquida”, ma che c’entra, meglio premunirsi per un futuro roseo. E, se si è nel posto giusto, invece che aderire ad una assicurazione sulla vita o accendere un mutuo o pensare alla divisione dei beni, cosa prevedere meglio di un piccolo, piccolissimo emendamento ad una legge – che poi, dire “ad una legge” è anche riduttivo: si trattava della legge cosiddetta “SbloccaItalia”, che il governo varò con grande fanfara – e oplà, il fidanzato è a posto. Quel che fa più male, oltre al solito rammarico per un’immagine dell’Italia cialtrona, corrotta, venduta, è che la ministra in questione venisse da Confindustria: da quell’organizzazione, cioè, che molto e seriamente si è battuta e si batte per tutelare gli imprenditori in difficoltà per via dei taglieggiamenti e dei ricatti subiti da parte della criminalità organizzata. Allora, che significa questo? E’ davvero il potere che corrode? È l'aria del Palazzo che è mefitica? Adesso le opposizioni chiederanno le dimissioni del governo. Saranno respinte. Io penso che, più di un nuovo governo servirebbe una grande riforma morale, e pure servirebbe che i cittadini potessero scegliere liberamente i parlamentari e non delegare la scelta ad un leader di partito. Servirebbe pretendere onestà nelle istituzioni. Perché a volte la colpa è di chi applaude, non di chi recita. Oggi in tanti continuano ad applaudire, facendo finta di non vedere, magari perché “tengono famiglia”. Non so voi, ma io sono stanco, sono stufo, sono fortemente deluso. Francamente non ho più voglia.

sabato, marzo 26, 2016

La mano destra e la sinistra dovrebbero unirsi, non solo per pregare

di Daniele Tamburini
Difficile fare gli auguri di buona Pasqua in giorni come questi. Il mistero della morte e della resurrezione di Cristo, che è atto di fede per i credenti, ma che affascina, con i suoi significati così vicini al cuore della vita, pure gli agnostici ed i laici, potrebbe farci meditare anche sul dolore, sull’ira e sulla paura di questi giorni. I venti di guerra soffiano forti. Purtroppo, è storia: quando si parla tanto di stato di guerra, di guerra di fatto eccetera, non si tarda mai troppo, poi, a dichiararla apertamente. Dobbiamo confidare nella prudenza, nella lungimiranza di chi ci governa in Italia, in Europa, nel mondo? Come possiamo, quando sappiamo bene che la mano destra si alza a ammonire fieramente contro il terrorismo, mentre la mano sinistra stringe quella dei potentati che, come dire, potrebbero avere in loro potere il destino di Isis, Is, Daesh, o che dir si voglia. Il prefetto di Roma Franco Gabrielli, con un ragionamento molto condivisibile, ha detto che dopo gli attentati di Bruxelles, per Roma e per l’Italia è cambiato poco: c'è solo la consapevolezza del fatto che i timori dell'essere dentro una minaccia sono reali. La minaccia, è incombente e siamo un obiettivo di questo nuovo terrorismo di matrice islamista, continua Gabrielli, ma mettere un militare a ogni angolo di strada non solo non è realistico, ma nemmeno funzionale a garantire la sicurezza. “Questo tipo di terrorismo lo si combatte in prevenzione”.
Ma qual è la prevenzione possibile? Qualcuno ha la ricetta pronta: non far entrare più e, anzi, cacciare via chi è di religione islamica. Ora, oltre alle ragioni umane ed economiche che rendono questa ipotesi a dir poco fantascientifica, c’è da dire che mai, mai, i muri hanno funzionato: si sfondano, si scalano, si aggirano, anche sotto il fuoco e le bombe. E allora? A parere mio solo l'Islam può sconfiggere questa degenerazione. E allora, dovremmo essere capaci di creare un sogno civile, un sogno di dialogo, di giustizia sociale, di convivenza, una convivenza che per tanti anni è stata possibile, termini che non sono vuote parole ma che, se concretizzati, sarebbero la chiave della prevenzione di cui parla Gabrielli. Sono un visionario? Forse. Ma la Pasqua è fatta anche di questo messaggio. Auguri a tutti

sabato, marzo 12, 2016

C’è chi prende, sempre, ma non dà mai

di Daniele Tamburini
Leggo in un articolo del giornalista Gerhard Mumelter: “In Italia, da sempre, lobby trasversali e gruppi di potere hanno contrastato e svuotato tutte le leggi per liberalizzare i mercati e favorire la concorrenza”. E spiega: ultimo in ordine di tempo (ricordate la “lenzuolata” di Bersani del 2007?), la “legge per il mercato e la concorrenza” varata un anno fa dal consiglio dei ministri. Renzi aveva proclamato: “Il provvedimento incontrerà le resistenze delle lobby e noi le sfideremo”. Poi, alla Camera ci sono voluti sei mesi per far passare la legge, tra stralci, rinvii e correzioni, e il decreto ora giace in Senato, arenato da 1.200 emendamenti ispirati da notai, avvocati, tassisti, banche, ordini professionali. Tutti hanno inteso salvaguardare il proprio pezzo. Forse è umano, forse è inevitabile, ma che ci sta a fare, allora, il Parlamento? Soprattutto, a chi risponde? Al bene comune, o ai singoli portatori di interesse? Secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale, una vera liberalizzazione dell’economia italiana farebbe crescere il Pil in pochi anni di parecchi punti. Ma non avverrà: le lobby trasversali sapranno impedirlo. Insomma, c’è chi prende ma non dà mai. Ancora e sempre, siamo alle prese con una politica che ha promesso, che ha generato tante aspettative, la maggior parte delle quali sono ancora nel mondo dei sogni. Forse che una crescita dello 0,7% ci rende soddisfatti, quando il resto di Europa cresce il doppio? Forse che dovremmo far finta di nulla, ascoltando le notizie del marciume come quelle che emergono dal caso Anas? Forse che non dovremmo stupirci più, tutte le volte che si attiva lo strumento “popolare” delle primarie per scegliere chi si proporrà al nostro voto, e ne escono fuori di cotte e di crude? Chi ben comincia, verrebbe da dire, è a metà dell’opera. Delle beghe interne ai partiti o alle coalizioni dovrebbe interessarci poco, ciò che invece dovrebbe starci a cuore è la sorte di questo nostro Paese.

sabato, marzo 05, 2016

A uno specchio preferisco una finestra

di Daniele Tamburini
Il tema dei diritti e della libertà non ha niente di astratto, e ce ne rendiamo conto proprio in questi giorni, anche rispetto alla virulenza dei toni che ha assunto la discussione sulla stepchild adoption e sulla gestazione per altri. Sono temi su cui, a mio parere, è molto difficile intervenire e, se lo si fa, occorrerebbero moderazione, attenzione e, soprattutto, tanto, tanto rispetto. Elementi che latitano, invece, nei toni urlati che ascoltiamo da tempo. Ci hanno insegnato che il concetto di libertà personale non è illimitato: la mia libertà deve essere per forza “limitata” dal fatto che ognuno di noi condivide il mondo con altre persone, con altri esseri umani. In caso contrario, prevarrebbero le ragioni della rapina, dell’accaparramento, della guerra di tutti controtutti. Ora, queste idee portano alla distruzione globale, e anche chi ritiene che la propria libertà non debba piegarsi a ragioni di contenimento, deve per forza condividere un mondo che, per sua natura, è limitato. Questo vale, per esempio, per i grandi temi ambientali, ma anche, a mio parere, per quelli legati ai diritti civili. Non intendo assolutamente dare giudizi o formulare opinioni sul desiderio di ognuno, uomo o donna, di formare una famiglia, uno stile di convivenza: questo potrà offendere le opinioni e le credenze di qualcuno, ma non mette in gioco altre esistenze. Mi pare, però, che si debbano valutare con molta più attenzione le scelte che, per esempio, danno origine ad una nuova vita, ad un nuovo nato. Qui si apre una forte ipoteca – che, peraltro, non è detto sia negativa - sul futuro di una creatura; qui si coinvolge pesantemente un “terzo”, che domani avrà bisogno di ripensare la propria storia e le proprie origini. Per questo, bisognerebbe essere ancora più prudenti, ancora più discreti, in qualunque modo la si pensi. Pensate al neonato Tobia, il figlio avuto con la gestazione per altri da Nichi Vendola e dal suo compagno: cosa penserà, quando sarà grande, leggendo tutto ciò che è stato scritto in questi giorni? Come si sentirà? Se non si ha rispetto per i “grandi”, cerchiamo di rispettare almeno i “piccoli”. Si esprimano le proprie opinioni, ma con educazione e rispetto. Lo stesso rispetto che ognuno di noi vorrebbe ricevere, sempre.

sabato, febbraio 20, 2016

Siamo indignati? Apriamo una bella pagina su Facebook...

di Daniele Tamburini
E se la rivoluzione d’ottobre fosse stata fatta… su Facebook? O se, invece di prendere la Bastiglia, i parigini avessero scritto un tweet di fuoco? Immaginatevi Danton, Robespierre, Saint Just tutti intenti a smanettare sull’I-Phone, oppure, per dire, Lenin che, invece di arringare i marinai con le magliette a strisce, aggiusta il suo profilo su Instagram e chiama a raccolta i “navigatori”? Consentitemi questo tono leggero, per un argomento che leggero non è, anzi. Sono stati scritti volumi di saggi sulla democrazia nel tempo dei social e sono state condotte molteplici analisi sulle nuove forme di lotta politica realizzate attraverso un uso massivo e, allo stesso tempo, mirato del web. Il fenomeno si è manifestato con forte rilevanza in specie all’epoca delle rivoluzioni che hanno interessato i Paesi arabi del Nordafrica e la Turchia. E’ una modalità nuova e, come tutte le modalità nuove, risulta leggermente spiazzante verso chi è abituato, per età e per cultura, a modi diversi, per esempio nell’agire politico. Rilevo comunque che, ancora una volta, il passaggio da una modalità all’altra rischia di essere una sorta di salto mortale triplo. Per spiegarmi: forse non erano molto interessanti le tribune politiche televisive di una volta. Qualcuno se le ricorda? Il conduttore poneva una domanda e tutti gli esponenti dei partiti intervenivano, uno dopo l’altro. Se gli animi si accendevano, magari alzavano un po’ la voce, ma niente insulti, per carità. Il conduttore era rigorosamente attento a dosare tempi e parole (oggi si chiamerebbe “anchorman”, ma ve li immaginate Giorgio Vecchietti o Ugo Zatterin a sentirsi definire così?). Ma io, sinceramente, trovo poco interessante anche un tweet. Cosa si può esprimere in un tweet?
Più la realtà è complessa, più la si dovrebbe analizzare con attenzione. A che serve il tweet? A tirare una bomba di parole? Una schioppettata di concetti? A me viene in mente quando, da ragazzi, qualcuno la sparava grossa e gli altri dicevano “bum!!”. Insomma, serve a fare rumore gradasso, e basta? Anni fa, se scoppiava una guerra, la gente andava in piazza a manifestare: ma ci andavamo anche se qualcuno annunciava di manomettere le pensioni. Oggi, ci indigniamo su Facebook, e tutti a “condividere”. Vogliamo dare sfogo alla nostra protesta? Apriamo una bella pagina su Facebook. Mah. Era giusto prima, è giusto ora? Non lo so.

sabato, febbraio 13, 2016

Domande, Tante Domande

di Daniele Tamburini
Ma come si fa a non rendersi conto che molto di quel che si ascolta, di quel che viene veicolato, di quel che ci raccontano della situazione politica ed economica, è, nella migliore delle ipotesi, impreciso, e, nella peggiore, falso? Qualcuno usa e abusa della parola “teatrino”: figuriamoci. La parola ha un che di leggiadro e forse lezioso, che può disturbare, ma che malissimo si attaglia alla realtà crudele e vischiosa di oggi. Ci sono, in tutto il mondo e anche da noi, centri di potere vero, concreto, violento, che si mantengono in una sorta di cupola sovrastante, utilizzando e sfruttando le azioni e la faccia di mezze calzette, utili ad obbedire agli ordini. Poteri nascosti, che da molto, molto tempo lavorano perché nessuno più controlli chi manovra, chi tiene le fila del gioco, chi decide sulle nostre vite. Poteri burattinai, che tirano le fila di burattini ventriloqui, mentre accumulano profitti enormi. Ecco che si creano e si implementano disattenzione e disaffezione nei confronti della politica e della cosa pubblica, disonorandole con inefficienze, scandali, furti; ecco che si vota meno, abolendo livelli elettivi (le Province, poi il Senato, poi chissà); ecco che si disincentiva il voto, con il combinato disposto di questi due aspetti; ecco che si produce una “nuova”, ma in realtà antichissima ansia accentratrice. Le banche che falliscono hanno dietro, spesso, nomi eccellenti e una costante, perpetua contiguità con il potere. Dall’oggi al domani, da una situazione in cui si diceva, il giorno prima, che “la barca va”, parte la speculazione in borsa, i titoli crollano, lo spread – bestia nera, incubo per tanti mesi, poi improvvisamente ammansito – si impenna. Perché? Cosa cambia, nel frattempo, nelleconcrete e materiali condizioni di vita di tutti noi? Niente. Chi stava male, sta male egualmente; chi sta così e così, peggiora. Chi ha strapotere e straricchezze, li aumenta. Ma chi ci crede ancora? Expo parte gravata di sospetti, e adesso Sala è il miglior manager sulla piazza, dovrà essere l’uomo giusto per la città giusta, una nuova Milano da bere. L’informazione mainstreaming, giuliva, va dove soffia il vento: basta una polemica sul festival di Sanremo e non si parla già più di Giulio Regeni, il giovane ricercatore friulano massacrato in Egitto. Avete letto cosa gli hanno fatto? Un misto di via Tasso e dello stadio di Santiago. Ma loro hanno tanti, tanti affari con al-Sisi, e allora... non disturbiamo chi manovra, chi nasconde, chi mente. Mentre sto scrivendo ha iniziato anche a piovere, Governo ladro.

sabato, febbraio 06, 2016

Solido come una banca

La gente non ha più fiducia nelle banche, e ha ben ragione. Una volta si diceva: solido come una banca; oggi, la frase fa venire in mente il Manifesto del Partito Comunista, opera di Karl Marx: “tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria”. Le banche, in effetti, hanno il problema delle eccessive sofferenze: crediti concessi e difficilmente recuperabili. Per questo si sono inventati il Bail in, ossia la legge per la quale, in caso di necessità, gli azionisti, gli obbligazionisti e in parte i correntisti devono farsi carico delle difficoltà della banca. E' ciò che è accaduto con Banca Etruria, e qualcuno teme che possa accadere anche per qualche altra banca, magari anche più importante di Banca Etruria. E sempre per le ragioni di cui sopra, oggi, viene ipotizzata la creazione di una Bad Bank in cui riversare i crediti inesigibili, dare così una mano di bianco ai bilanci delle banche stesse, e cercare di far ripartire il sistema. E' facilmente intuibile che la fiducia dei risparmiatori è elemento fondamentale e imprescindibile per il corretto svolgimento dell’attività bancaria. Certamente, le notizie che continuano a filtrare sul caso “Banca Etruria” non contribuiscono a far crescere la fiducia: diciamo che le banche ci hanno messo del loro. Ma è sbagliato, in effetti, dire “le banche”. Parlando a livello di concetti,
la banca ha una enorme utilità sociale: senza le banche non esisterebbe l’economia per come la conosciamo. Il problema, allora, qual è? È di chi, tra i banchieri ed i sistemi bancari, ha sempre più virato in direzione della speculazione. I banchieri che portarono alla rovina del 1929, i banchieri dei titoli tossici del 2007-2008. Sono d’accordo con chi dice che non possiamo abbandonare le banche a se stesse, pena un danno inimmaginabile per un’economia già debole e sfiancata; ma penso che occorrerebbe molta cautela nel correre in aiuto dei banchieri speculatori, che se ne infischiano dei risparmiatori e vivono in un sistema di bolle finanziarie e giochi molto prossimi all’azzardo, senza considerare le concrete esistenze delle persone e delle aziende. Mi chiedo dove sia finito il modello di banca basato sul dualismo risparmio-credito: abbandonato a favore del modello banca di investimento? Un buon sistema bancario non può che aiutare le imprese, dare una spinta ai desideri dei cittadini, far decollare l’economia. Un cattivo sistema bancario mina la fiducia e avvelena l’aria dei tempi. Proprio non ne abbiamo bisogno. Altrimenti sarebbe veritiera la cruda frase di Bertolt Brecht: “E’ più criminale fondare una banca che scassinarla”.

sabato, gennaio 23, 2016

SENATUS POPULUSQUE ROMANUS

di Daniele Tamburini
Mentre l’Europa – ci verrebbe da dire, l’Europa che conta – mostra cipiglio feroce nei confronti di Matteo Renzi da Rignano, e tutti ci chiediamo se effettivamente il capo del governo intenda portare a fondo la crociata contro le pretese dell’austerity continentale, oppure se si tratti di una sorta di gioco delle parti (le amministrative si avvicinano), viene definitivamente approvata la riforma istituzionale del Senato. Il “Senato dei cento”, ridotto a pallido simulacro di un organismo politico-istituzionale degno di questo nome, sarà composto da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per sette anni. per fare che? Il Senato non avrà più il potere di dare o togliere la fiducia al governo; potrà esprimere proposte di modifica sulle leggi, ma l'ultima parola spetta alla Camera. L'approvazione delle leggi, quindi, sarà quasi sempre prerogativa della Camera: una sorta di monocameralismo de facto. Il governo avrà una corsia preferenziale per i suoi provvedimenti: il potere esecutivo si rafforza ulteriormente a scapito del legislativo. Insomma, chi governerà – anche se non eletto, come nel caso attuale – non dovrà preoccuparsi troppo del parere di chi dovrebbe, per definizione, fare le leggi, essendo eletto a tale scopo. E chi saranno i senatori? Non più eletti durante le elezioni politiche, risulteranno dal novero dei consiglieri regionali e dei sindaci. Signori, si vota sempre meno: ve ne siete accorti? Non si vota più per le Province, non si voterà più per il Senato. Ma c’è un altro dato: il potere centrale si rafforza ulteriormente, perché sarà lo Stato a delimitare la sua competenza esclusiva (politica estera, immigrazione, difesa, moneta, burocrazia, ordine pubblico, ecc.), con una fortissima inversione di tendenza rispetto ad un recente passato di valorizzazione delle autonomie locali. Altro che una visione romanocentrica: questa è una visione Palazzochigicentrica. Ma allora, perché mantenere i simulacri? Perché non abolirlo direttamente, il Senato? Questi signori che lo comporranno saranno lì a fare le belle statuine, e, comunque, ci costeranno almeno per i rimborsi spese. Se si crede nella bontà del modello “un uomo solo al comando”, forza, seguiamolo fino in fondo, chiudiamo gli occhi e la mente dinanzi ai drammi che modelli simili hanno provocato ed evitiamo i pasticci all’italiana, il “vorrei ma non posso”, le ipocrisie. Si pensa che all’Italia serva un “conducator”? Forza: chi si candida? Basta non votarlo, e arriverà in cima.

sabato, gennaio 16, 2016

Questa classe dirigente non è più credibile

di Daniele Tamburini
Il 2016 è un anno bisestile: cosa ci riserverà l’anno nuovo?
Arrancheremo ancora, stretti da una crisi ormai lunghissima, pesante, che ha offeso l’economia e le esistenze? Oppure, potremo cogliere segnali di un’aria nuova, tale da poterci far tirare un respiro profondo e dire: “Ok, sarà dura, ma la si volta!”? Sinceramente, non so. Certamente l’argomento non campeggia più nei notiziari e sulle pagine dei giornali: si fa l’abitudine anche alla crisi? Ci si adegua all’incertezza, alla paura, all’insicurezza? Ho un timore, che spero non diventi certezza: mi sembra che si siano deteriorati i rapporti umani. “Ognuno sta solo sul cuor della terra”, cantava il poeta. Chiusura, solitudine, indifferenza alle sorti altrui: questi comportamenti sono cresciuti. Ma ci sono anche tanti esempi di splendido altruismo e di cura dei rapporti di comunità. Tema centrale è, ancora e sempre, il lavoro. Un’altra cosa a cui sembra che abbiamo fatto l’abitudine è questo refrain per cui il lavoro è e sarà sempre di più instabile, intermittente, non garantito. Io credo che questa sia una posizione assolutamente ideologica e non, come sostengono i suoi fautori, un’inevitabile conseguenza della modernità, della globalizzazione eccetera. Sapete, vero, quanto lavoro ci sarebbe nel nostro Paese? Per quanti anni potrebbe lavorare personale impiegato, e cito a caso, nella sistemazione del patrimonio edilizio pubblico, nel ripristino dei suoli, dei corsi d’acqua, insomma del sistema idrogeologico, nella valorizzazione delle biblioteche e dei musei? E’ anche vero però che, per qualcuno, il problema non si pone neppure. Abbiamo letto degli stipendi dei funzionari della Camera, per non parlare di quelli dei manager pubblici che guadagnano molto più del presidente degli Stati Uniti. E’ come per i tagli ai bilanci: distrutte le Province, tramortiti i Comuni, colpite al cuore le autonomie locali, quelle più vicine al cittadino, i corpi centrali dello Stato e i ministeri restano praticamente indenni da riduzioni, tagli e sforbiciate. I sacrifici sono sempre per i soliti. Il fatto è che, per quanto mi riguarda, questa classe politica o per meglio dire questa classe dirigente (come si diceva una volta) non è più credibile.

giovedì, dicembre 24, 2015

La vita non è guerra continua

Il Natale, per chi è credente, segna il
momento in cui Gesù Cristo, fattosi uomo,
porta la salvezza della fede al genere
umano e annuncia la buona novella.
E’ il momento in cui si celebrano la nascita
e l’amore materno; è un’occasione di
riconciliazione. La nascita del bambino viene
salutata da un gloria a Dio nell’alto dei
cieli e un augurio che ciascuna donna e ciascun
uomo, al di là della fede, può fare proprio:
“pace in terra agli uomini di buona
volontà”. Questo è il grande messaggio del
Natale. Riflettere su questo semplice, bellissimo
messaggio ci porterebbe a sentirci
“meno in guerra” con gli altri, a riscoprire i
valori fondativi della vita: l’amore, la famiglia,
il senso di comunità, il rifiuto della violenza.
La guerra e la violenza
non sono inevitabili, anche se ci
toccano ormai da vicino. E allora,
iniziamo dal non fare uso
spropositato ed eccessivo di
parole di guerra. Non sentiamoci
sempre “in trincea”, pronti ad una “battaglia”,
certi della “sconfitta” altrui e della
“vittoria” propria. La vita non è guerra continua:
l’altro – che può essere chiunque si
trovi sulla nostra strada - non va comunque
“combattuto” o “guardato con sospetto”.
Dal giorno di Natale, vicino al solstizio di
inverno, nasce una nuova luce: cerchiamo
di essere pronti a coglierla, per una volta
disarmati, accoglienti, attenti. Buon Natale
a tutte e a tutti.

sabato, dicembre 12, 2015

L’aria è sporca, non solo per lo smog

Banche inaffidabili, controlli inconcludenti. A
quanto ammonta Il fiume di denaro versato negli
anni a tutte le banche, in Italia e in Europa? A
cosa è servito e soprattutto dove è finito? Un
esempio per tutti (i dati sono del Sole 24 ore): dal 2008
al 2014, gli aiuti di Stato concessi alle banche in Europa
sono stati pari a 800 miliardi di euro spesi e 330 recuperati,
con un disavanzo pari al 4,7% del PIL complessivo.
Una follia, una vergogna. Dove sono andati? Nelle tasche
di chi sono finiti? In questa operazione, pare che le banche
italiane registrino un sostanziale pareggio tra le entrate
e le uscite di Stato: ma come la mettiamo con le
notizie di questi giorni? Chi pagherà questi conti? Qualcuno
li ha già pagati, e salati: per esempio, quel povero
signore, pensionato, che si è ucciso perché aveva visto
svanire in un sol colpo i risparmi di una vita, dopo il default
di Banca Etruria (e la Procura ha aperto un fascicolo
per “istigazione al suicidio”). Sapete, può anche capitare
che, per ottenere un fido, ti facciano
sottoscrivere l’acquisto di obbligazioni della
stessa banca, obbligazioni che, oggi, sono
diventate un investimento ad alto rischio.
Alcune persone ne sono consapevoli, ma
molti risparmiatori non vengono informati
adeguatamente, è la stessa Bce a dirlo. Quando finirà
questo andazzo, per cui paga sempre e comunque chi è
alla base della piramide? Quando potremo di nuovo fidarci
di stare in questo mondo senza temere, a ogni piè
sospinto, di essere truffati, e non dal pataccaro per strada,
ma da istituzioni che dovrebbero essere specchiate?
Quando avremo un governo che si preoccupa di come
sta la gente comune, la gente che combatte quotidianamente
con una crisi che, nonostante i proclami, continua
a colpire duro? Quando torneremo a investire su cose
vere, concrete, durevoli, e non su bolle finanziarie piene
solo di aria sporca?

sabato, dicembre 05, 2015

La fretta che l’onestade ad ogn’atto dismaga

Giusto per sorridere un po’, una volta tanto: l’avete sentita
quella della targa alle biciclette? Il fatto è che non
si tratta di una barzelletta, anche se il contenuto della
storiella è stato più volte rimaneggiato. E’ accaduto
che, nei giorni scorsi, un senatore, tal Marco Filippi, mio conterraneo,
tra l’altro abbia parlato di un emendamento alla riforma
del codice della strada, per cui si prevedevano la targa e il
bollo anche per le biciclette. Ovviamente, è scoppiato un putiferio:
l’Italia è ancora un Paese di ciclisti, che sono insorti. Non
solo, si è scatenata una ridda di battute: a quando la targa ai
tricicli, ai camion giocattolo e, perché no, ai pattini a rotelle?
Puntuale è poi giunta la smentita, almeno parziale: il senatore
ha giurato di non avere mai pensato cotanta mostruosità, ma
solo di prevedere la targa per “le biciclette e i veicoli a pedali
adibiti per il trasporto a pagamento, pubblico o privato, di persone”.
Di nuovo, rispetto al “vecchio” emendamento, c’è la
frase “a pagamento”. A parte il fatto che non mi pare che il
Belpaese pulluli di risciò a pedale, quindi non si capisce bene
l’utilità di tale previsione, la pezza che ci ha messo
il senatore è peggiore dello strappo: ha infatti
dichiarato (cito da una fonte di stampa virgolettata):
«Riconosco che l’emendamento era scritto
male. Ma sono cose che succedono, nella fretta.
Il testo me lo avevano passato i colleghi della Camera
e forse ho peccato di scarso controllo». Eccoci, siamo a
posto. E meno male che, alla Camera ed al Senato, non fanno
interventi a cuore aperto… Lo scarso controllo, da parte di chi
propone leggi e emendamenti che riguardano la comunità, a
mio parere, è colpa grave. Piuttosto, vorrei dire al senatore Filippi
ed ai suoi colleghi della Camera, del Senato, del Governo:
voi che vivete a Roma, la vedete davvero in che condizioni è?
Ci sono stato qualche tempo fa e mi sono impressionato: una
sporcizia, un degrado, una confusione mai viste. E’ iniziato il
Giubileo e offriamo la capitale d’Italia, la Città eterna in queste
condizioni. Forse che quel che serviva a mantenerla decorosamente,
“distrattamente”, è stato mangiato da qualcheduno?

sabato, novembre 28, 2015

Combattere il terrore, anche tornando alla quotidianità

La situazione in cui vive il mondo in queste settimane è
pericolosa, anche per i possibili sviluppi. Gli attentati di
Parigi, la caccia al terrorista di Bruxelles, il jet russo
abbattuto dai turchi, tutto ha contribuito a rendere le
nostre giornate ancora più incerte. Se anche papa Francesco
parla di terza guerra mondiale, non c’è da stare allegri. I fatti
accaduti che hanno coinvolto i civili sono stati terribili, proprio
perché hanno riguardato, in maniera tragica, uomini e donne
che vivevano la propria quotidianità. Ma tutto questo non è né
nuovo, né inusitato. Forse per la mancanza di senso storico che
sempre più si avverte (qualcuno parla di “un eterno presente”
in cui siamo immersi), sembra che non ci si ricordi che il terrorismo
è questo: colpire persone normali, “innocenti”, gente
qualunque in ogni dove. Nel nostro Paese, negli anni Settanta,
il terrorismo nero eversivo (coperto da apparati deviati dello
Stato) colpì una banca in cui si recavano piccoli risparmiatori e
agricoltori, una piazza, treni, stazioni ferroviarie. È la radice del
terrorismo, quella di seminare paura, di non far sentire nessuno
sicuro da nessuna parte. È ciò che il terrorismo
vuole. E se volesse, pure, ottenere un altro scopo?
Immersi nell’emergenza, viviamo la nostra
quotidianità assorbiti da queste paure, e tendiamo,
forse, a mettere sullo sfondo altre legittime
preoccupazioni. Forse che i conti pubblici si sono
magicamente sistemati? Forse che stanno riaprendo i tanti,
troppi negozi dalle saracinesche abbassate? Forse che il sistema
del credito è diventato più snello ed efficiente? Forse che
si è ricostituito il sistema produttivo del Paese? Forse che c’è
lavoro, tanto lavoro, con le dovute garanzie e giustamente retribuito?
Forse che no. Direte voi: ma che c’entra, siamo su
piani diversi. Mi sbaglierò, ma la sensazione è che questi tragici
fatti favoriscano coloro che hanno interesse a questo sviamento,
a questo ottundimento. E allora torniamo alla normalità,
dicono che anche così si combatte il terrorismo: diamo ascolto
alle richeste delle categorie economiche espresse nello speciale
economia pubblicato in questo numero.

sabato, novembre 21, 2015

Io non lo so

Lo sgomento che deriva dai fatti di Parigi, che poi hanno
coinvolto altre comunità e altri territori, certamente nasce
dalla pietà verso le persone brutalmente assassinate,
ma anche dalla paura e dal senso di impotenza:
che fare? Io non lo so! Reagire con i bombardamenti dei territori
“covo” dell’Isis? Siamo sicuri che sia una misura efficace?
Io non lo so. Oggi ci sono molti strumenti per contrastare una
guerra terrorista, per definizione sfuggente allo scontro in campo
aperto, ma nessuno, mai potrà controllare ogni persona,
ogni bar, ogni ristorante, ogni stazione, ogni stadio, a meno di
trasformare le nostre città e le nostre vite in immense prigioni,
senza contare i costi proibitivi. Quindi, che fare? Questi fatti
tragici sono sicuramente espressione di un disegno feroce e
criminale, ma affondano le radici tanto, forse troppo, nelle politiche
svolte nel passato dal Vecchio continente. Chi sbuffa ad
ascoltare queste osservazioni non capirà mai nulla di ciò che
succede, e capire - capire, non giustificare – è la prima mossa
per reagire. Mi domando, però, anche quanto incidano gli interessi
economici e politici in tutto questo. Chi
finanzia la macchina da guerra terrorista? Chi
vende loro le armi? Altro che svuotare gli arsenali
e riempire i granai, come disse il presidente
Sandro Pertini: il divario tra poveri e ricchi è forte
come non mai e gli arsenali sono pieni di armi da
vendere. Siamo sinceri: come dicevano i latini, pecunia non
olet, il denaro non ha cattivo odore e viene prima di tutto. Penso
alle politiche di intervento, alle guerre umanitarie, alle guerre
preventive, alla ricerca delle armi di distruzione di massa: che
risultati hanno portato? La guerra è spaventosa: non si dovrebbe
pronunciare la parola “guerra” a cuor leggero. Per questo
io ho paura. Ho paura dei fanatici, degli esagitati, di coloro che
sanno tutto, degli esperti di terrorismo che incontro al bar, dei
giustizieri che popolano la rete. Nel 1940, a piazza Venezia un
popolo intero euforico e invasato disse sì alla guerra, non sapendo
nemmeno il perché: i risultati furono morte, macerie,
fame e una devastazione sanguinosa.

sabato, novembre 14, 2015

Trasparenza e rispetto dei cittadini

Una cosa non può dirla il Pd: che De Luca fosse un candidato imposto, uno che il partito aveva subìto, un marziano. Insomma, non vale per De Luca ciò che è stato detto per Marino. E ora, scandali (di nuovo), intercettazioni (di nuovo), sconcerto (di nuovo). La memoria è labile dalle nostre parti, si sa: ma converrebbe appuntarsi frasi come “è lui il nostro candidato, chi lo osteggia lo fa per una battaglia interna al Pd” (indovinate chi lo ha detto...). In fin dei conti, dirà qualcuno, De Luca è stato eletto: è stato scelto rispetto al candidato del centrodestra Stefano Caldoro. Ok. In fin dei conti, aveva pure vinto le primarie. Tutto regolare, tutto consuetamente regolare. E poi, ci può sempre essere la clausola di salvaguardia della modifica della legge Severino. Meglio essere previdenti. Confesso che, ormai, non so come maneggiare parole come trasparenza, fiducia, rispetto del mandato ricevuto dai cittadini. La negazione di questi concetti è ormai davvero bipartisan. E' palese. E non posso non parlare del caso Lgh: la cessione alla azienda A2A del 51% delle azioni di Linea Group. La questione, al solito, non è nella liceità. Lo è forse nell'opportunità dell’operazione o nella efficacia della scelta? Non so, non sono in grado di valutare, non ho sufficienti elementi. Di certo, la questione sta nel modo con cui viene condotta. A mio parere, il sindaco Galimberti avrebbe dovuto far sapere, già da tempo e con trasparenza, costi e vantaggi, acquisti e perdite legate all'operazione. E’ cosa doverosa verso le opposizioni, ma soprattutto verso i cittadini. Quei cittadini che spesso votano per una speranza di cambiamento, e anche contro certe pratiche, certi modi di governare: non è bene togliere loro le residue speranze. Non è bene per chi è governato ma anche per chi governa, non va bene per la democrazia.

sabato, ottobre 17, 2015

Viva la Rai, che ci fa crescere sani...

Sappiamo bene quanto sia importante il ruolo dell’informazione. Stavo per dire: “nella società attuale”, ma, a ben vedere, tale ruolo ha sempre goduto di grande risalto, e il potere, qualsiasi potere, ha cercato sempre di gestirlo e di indirizzarlo. Dagli araldi che giravano città e campagne nel Medioevo per rendere note le decisioni del signore, ai fogli o proclami che, dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, venivano affissi e recavano le volontà di sovrani, governanti e reggitori. Non solo uno strumento in mano al potere, però: anzi. Basti citare il grandissimo ruolo che ebbe, nella preparazione e nello svolgimento della Rivoluzione francese, la messe di giornali, bollettini, fogli di informazione, riviste. E non è un caso che i totalitarismi e le dittature del Novecento abbiano investito molto nella costruzione di apparati di informazione pubblica persuasivi e pervasivi. Quando arrivò la tv, lo sappiamo, fu una rivoluzione: si narra di molti politici assai sconcertati, quando non terrorizzati, dal dover entrare con la propria immagine, oltre che con le parole, nelle case degli italiani. Man mano, ci si rese conto di quanto lo strumento fosse divenuto potente, e ci si pose il problema di una regolamentazione: tot minuti a te, tot a me, tot a lui. Una sorta di manuale Cencelli (Era quello inventatodal democristianissimo Cencelli per distribuire ruoli politici e governativi ad esponenti di vari
partiti politici o correnti, in maniera proporzionale). Ma il meccanismo, di dubbio funzionamento fin da subito, dal punto di vista dell’equità, è saltato con l’avvento dell’informazione radio tv privata. Ponete il caso (il caso, eh!) che ci sia un imprenditore padrone di tv che si metta in politica: pensate che si sentirà in obbligo di assicurare il giusto spazio per tutti? O non gli verrà la tentazione di una presenza costante, ficcante, luccicante? Ponete poi il caso che non ci sia direttamente al governo uno che possieda le tv ma che abbia in mente di costruire un partito (forse chiamato “della nazione?”) in cui, per il bene del Paese, non ci sia tanto posto per critiche e dissensi, che, oltre un certo limite, disturbano e fanno perdere tempo a chi deve lavorare: lo spazio per l’informazione lascerà margini sempre più esigui per le opposizioni. Ma è per il bene del Paese, senz’altro. Chissà: rimpiangeremo anche Massimiliano Cencelli?

sabato, ottobre 10, 2015

C’è più che mai bisogno di concretezza

Una certa qual melanconia autunnale si sta insinuando nelle giornate, che si accorciano, nei cieli già plumbei
quando sono coperti, anche se il sole, al momento in cui si manifesta, brucia ancora. Ma la melanconia è cosa da poeti, e anzi, la cifra di oggi, almeno così si ascolta in tante dichiarazioni, è o dovrebbe essere l’ottimismo. L’Istat ci dice che non si era mai vista tanta fiducia dall’inizio della crisi; Montezemolo plaude a Renzi, che “ha portato fiducia”. Spero che non sia come quando, a forza di dire le cose, ce ne convinciamo e, oltretutto, convinciamo. Davvero c’è stato un punto di svolta? A noi piacerebbe tanto, se così fosse. Davvero, anche se non c’è stato, la gente ci crede? Sarebbe importante anche questo, l’effetto-fiducia tira su il morale e dà nuova spinta. Non sono domande polemiche, le mie: vorrei tanto avere certezze in questa direzione. Vorrei tanto essere certo che non si tratti di fumisterie e di propaganda. Due sere fa, sono andato ad ascoltare la ministra Madia, la quale ha detto che non esiste alcun provvedimento governativo che stabilisce l’accorpamento di prefetture, questure etc… vero. Ma esiste, e si può facilmente trovare on line, uno schema di decreto del presidente della repubblica, formulato dal ministero dell’interno – dipartimento dei vigili del fuoco, che mette, nero su bianco, tra le altre cose, lo schema degli accorpamenti. Mi viene da chiedere: il governo non ne è a conoscenza? Il braccio destro non sa che cosa faccia il braccio sinistro? Mi sa che sono le solite fumisterie, dire per non dire, reggere il gioco finché il provvedimento è esecutivo, e allora, oplà, il tutto è legge. M viene da pensare che non è un caso che sempre più persone, soprattutto giovani ma non solo, scelgono e si costruiscono attività a contatto con la natura. Lì non ci sono fumisterie, lì c’è la concretezza dell’impegno quotidiano: piante, frutta, sole, aria, vento. Un po’ come i vecchi operai alzavano ed ammiravano un giunto di metallo da loro tornito, o il mio babbo rimirava soddisfatto un mobile rimesso a nuovo. Cose tangibili, concrete. A proposito, un mio amico vorrebbe trovare un terreno, in affitto, per coltivarvi piante ornamentali: possiamo dargli una mano?

venerdì, ottobre 02, 2015

Tutto come previsto

Non mi sorprendono le forti polemiche in corso rispetto all’accorpamento della Prefettura e della Questura con quelle di Mantova. E’ il risultato di un percorso di “riforma” che prima ha coinvolto le Province, poi gli enti sopra richiamati, e chissà dove si fermerà. Già in tempi non sospetti, proprio sulla questione Province abbiamo scritto: attenzione a smantellare senza prevedere qualcosa di nuovo e di strutturato; attenzione a seguire le sirene del “dagli alla cosa pubblica”, quando, poi, quelle stesse sirene si lamenteranno sicuramente di non avere più servizi adeguati, uffici disponibili, sedi pubbliche facilmente raggiungibili. E tutto si sta rivelando, ahimè, vero. Pensando a qualche anno fa, quando ero giovane e, sicuramente, meno indisponente, riflettevo che, quando sentivamo parlare di riforme, subito ci riferivamo a operazioni che ampliavano i diritti di cittadinanza e quelli sociali, che cercavano di dare risposte ai profondi mutamenti in corso nel Paese su base di equità. Adesso, sentiamo parlare di riforme e ci chiediamo: a chi tocca, ora, il colpo di mannaia? Però, una cosa mi stupisce sinceramente: la preoccupazione per gli effetti di queste “riforme” espressa da chi ha un ruolo istituzionale e politico rilevante. Ho letto: “Dobbiamo interrompere l'iter dello schema di decreto (che prevede questo accorpamento)...”. E a me lo dite? Chi le fa, le riforme? Il governo. Chi le ha votate quelle riforme? Chi le sta portando avanti se non l’attuale governo? E allora, che succede, signori miei? Prima si sostiene il predetto governo, magari senza se e senza ma, poi ci si indigna quando tagli, accorpamenti, azzeramenti picchiano duro? Se si reputa che una misura sia necessaria, e se si sostengono, legittimamente, ci mancherebbe, le ragioni di chi mette in atto quella misura, non si dovrebbe forse accettarne le conseguenze negative, anche se ci colpiscono da vicino? Insomma, ciò che è cattivo per Cremona sarebbe buono per Mantova? Mah... forse qualcosa mi sfugge (o forse no).