venerdì, luglio 01, 2011

STRADA SUD

-Se ne parla fin da...-. Se ci pensate, questa frase ricorre spesso quando, nel nostro Paese, si parla di grandi opere pubbliche: che sia la TAV, o il ponte sullo Stretto, oppure le centrali nucleari, o la Strada sud della nostra Cremona. È del tutto evidente che l’Italia soffra di una cronica carenza di politiche programmatorie. Non siamo certo fautori dei piani quinquennali di sovietica memoria, ma è un fatto che, attraverso la programmazione degli investimenti, delle linee di sviluppo dei territori, e anche, perché no, delle scelte in materia di formazione, istruzione, ricerca, un Paese possa creare e condividere un’idea di futuro. Altrimenti, accade che le grandi opere siano come le sirene che ammaliano con il loro richiamo e poi portano, metaforicamente, a scontrarsi con la realtà. Accade allora che alla TAV non sia contraria solamente la posizione: purché non nel mio giardino! ((si chiama posizione NIMBY, acronimo inglese per Not In My Back Yard: “Non nel mio cortile”, appunto) ma anche alcuni studiosi che la ritengono ormai obsoleta, in quanto i flussi e la tipologia di traffico ferroviario sono oramai cambiati. Sono i numeri che parlano... per non dire delle centrali nucleari, che il referendum ha comunque cancellato, ma la cui realizzazione avrebbe comportato tempi non solo lunghi, ma in completo scostamento dalle scelte fatte da altri Paesi e dallo sviluppo tecnologico. È cresciuta la coscienza ecologica dei cittadini, che vedono grandi pericoli ambientali nella realizzazione di opere di forte impatto. Lo leggiamo anche nella nostra inchiesta: si considera l’impatto troppo oneroso, rispetto agli ipotetici vantaggi. La Giunta di piazza del Comune si è sempre vantata di saper ascoltare la gente, lo faccia anche questa volta. Insomma, occorre stare in contesto, stare nel presente con lo sguardo volto al futuro. La politica italiana, a tutti i livelli, spesso si affanna sui veti reciproci, o sugli interventi spot, o sui cosiddetti tagli lineari, quelli indifferenziati, appunto senza programmazione alle spalle (aspettiamo comunque di vedere la manovra finanziaria di queste ore). Ma il bene comune richiede altro. Io la penso così.

Daniele Tamburini

venerdì, giugno 24, 2011

Gli esami di maturità

I temi dati agli esami di maturità sono sempre stati un buon indicatore dello “stato dell’arte” del Paese. A saperli leggere, anche quest’anno è così. Ci sono state le polemiche, inevitabili e scontate, sulla fuga di notizie, ma sembra che si tratti di un  fenomeno circoscritto e contenuto (pare che su Twitter, prima delle nove, si sapesse tutto). Ce ne sono state altre, forse più fondate, sul merito. Prendo per esempio il tema su Ungaretti. Grande poeta, ma mi pongo alcune domande. A parte che ignoravo la poesia su Lucca, e che mi ha fatto piacere leggerla (però questa è una mia mancanza), siamo sicuri che, in tutte le scuole superiori, Ungaretti si faccia? Intendo, in modo approfondito, riuscendo a inserire la sua poetica non solo nella storia del Novecento letterario, ma nella corrente dell’ermetismo europeo, e così via? Senza contare l’aspetto dell’analisi linguistica. A giudicare dai commenti che si leggono, direi di no. E allora, è un po’ la solita storia: un libro dei sogni su come dovrebbe essere l’Italia e il sistema Paese, declinato, in questo caso, nell’istruzione e nella cultura, e una realtà che invece è ben diversa. Con la scuola e l’Università che arrancano: il ministro Gelmini ha detto che si tratta di portare a fine la riforma. L’ennesima. Più che riformare, non sarebbe il caso di far funzionare quel che c’è? Ne abbiamo tutti un gran bisogno. Non vorrei che un verso della poesia, bellissimo (“Non mi rimane più nulla da profanare, nulla da sognare") diventi la riflessione amara di tanta gioventù. Se pensiamo alle condizioni di instabilità e di incertezza, che in questo periodo storico, i nostri giovani soffrono ecco che tutto torna: gli esami di maturità specchio del Paese. Propongo un referendum legislativo: una legge che obblighi i ministri a sostenere periodici esami di maturità.

venerdì, giugno 17, 2011

Libertà è partecipazione

Questa volta, l'appello a non votare, per i quesiti referendari, non ha funzionato: il 54,8% degli aventi diritto si è recato alle urne. Si calcola, inoltre, che il 28% dei votanti si sia comportato in modo difforme da quanto indicato dai partiti di riferimento. Sarà perché le decisioni da prendere erano comunque concrete, sostanziali, e non consistevano in fumosi programmi elettorali o in logiche di schieramento "a prescindere". Poi, la sorpresa: l'atteggiamento dei giovani, la loro partecipazione. Noi lo avevamo detto, già nei mesi scorsi. Avevamo parlato dell'emergere di un nuovo protagonismo giovanile, basato su parole d'ordine amare, ma di chiarezza adamantina: siamo la generazione senza futuro, vogliamo parola, diritti, opportunità. In una nostra inchiesta, fatta lo scorso anno, avevamo registrato come i giovani fossero tornati ad interessarsi alla politica, a cominciare dai problemi della scuola. Lo si è visto nelle recenti consultazioni amministrative: Milano, Napoli, Cagliari e non solo, dove il voto giovanile è stato determinante. Hanno usato i mezzi a loro più congeniali, il web, facebook, i blog. Mentre le Tv davano pochissimo risalto all’appuntamento referendario, nella rete si è sviluppato un grande dibattito, ampio e coinvolgente, promosso anche da comitati spontanei. Hanno convinto, hanno vinto. I risultati dei referendum, come ogni fatto politico, non stanno solo qui, è evidente: è anche la protesta contro la politica del governo, è il malessere, sempre più palpabile, della Lega, è la stanchezza verso risse, grida e tensioni continue che la gente trova ormai inconcludenti e irritanti. Ma attenzione: la voglia di partecipazione che si è espressa e' un fenomeno nuovo, da non sottovalutare, e sbaglierebbe quella forza politica che volesse semplicemente appropriarsene, senza comprenderla e farsene interprete. D’altro canto, quel partito che riuscisse ad intercettare questo vento che sale, acquisirebbe un capitale enorme. Quanto a noi, siamo contenti quando la gente si esprime liberamente con il voto perché: libertà è partecipazione, come cantava Gaber.

Daniele Tamburini

venerdì, giugno 10, 2011

Aria Pulita

Che cosa vuol dire innovare? Sostanzialmente, accettare le sfide. Le sfide che pongono il mondo globalizzato, le nuove frontiere dell’energia, la tentazione crescente a delocalizzare le produzioni, i nuovi desideri ed i nuovi gusti, insomma: la realtà che cambia. Anche per questo parliamo spesso dei giovani: sono i più propensi, per natura, a sperimentare, a spostarsi, a mutare abitudini e mentalità. Anche per questo, insistiamo sulla necessità di una istruzione di qualità, che fornisca sapere ma che, soprattutto, formi uomini e donne orientati in questo senso. Innovare vuol dire anche rischiare, non pensare che tutto sia garantito. Ma per far questo, occorrono comunque delle reti di salvataggio. È come l’acrobata, che si lancia, ma sa che, se il suo volo dovesse fallire l’obiettivo, troverebbe sotto di sé una rete robusta in grado di attutire la caduta. Prima considerazione: un dibattito politico serio dovrebbe porsi il problema dell’adeguatezza delle reti. Invece, si passa dalla difesa di garanzie granitiche, a volte di privilegi – pensiamo a certi incarichi “a vita” - fino alla cancellazione delle garanzie pensiamo a tutto quello che è “precariato”. Seconda considerazione,non possiamo farne a meno, prendiamo fiato, e parliamo dello scandalo legato al calcio. Ovviamente, è compito della magistratura stabilire, qualora esistano, le responsabilità. Una domanda sorge però spontanea: ma che gioco è questo? Che sport è mai? A quali partite abbiamo assistito? E’ vero che, probabilmente, stiamo parlando di poche “mele marce” ma, perché chi aveva fondati sospetti rispetto a ciò che stava accadendo, ha girato la testa dall'altra parte? Non siamo nati ieri, sappiamo che per denaro c'è gente che farebbe di tutto. Eppure, in Gran Bretagna le scommesse sul calcio avvengono forse da sempre. Probabilmente, c’è un sistema di regole e controlli più strutturato. E allora anche qui si impone con urgenza un intervento drastico. Ma, ed è la terza considerazione, il problema sta secondo me anche in due parole: cultura sportiva. Cultura della competizione sana, del “mettersi in gioco” senza trucchi. Pare che, negli USA, alla fine dei campionati di basket e football dei licei, proprio le squadre professioniste ultime in classifica siano le prime a poter scegliere i giovani talenti. I club più forti lo faranno nella stagione successiva. La morale è: una cultura sportiva corretta non accetta che vinca sempre il più potente, piuttosto che il migliore. E soprattutto, non trucca le carte. Proprio come dovrebbe accadere sempre nella vita. A proposito di Sport, la prossima settimana vado a vedere i campionati italiani giovanili di canottaggio: lì si respira aria pulita, almeno credo.

Daniele Tamburini

sabato, giugno 04, 2011

Referendum: si vota anche sul nucleare

L'ufficio elettorale della Corte di Cassazione ha stabilito che le modifiche apportate dal governo alle norme sul nucleare non sono tali da precludere il referendum. Voteremo, quindi, il 12 e 13 giugno su quattro quesiti: due sull’acqua pubblica, uno sul nucleare, uno sul legittimo impedimento. Ci pare una buona notizia, perdiverse ragioni. La prima è che votare è comunque un diritto. Anzi, un diritto-dovere. L’articolo 48 della Costituzione è chiaro: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Si pensi all’importanza e, direi, alla bellezza di questa espressione: il suo esercizio è un dovere civico. Tutti i cittadini sono elettori: il voto, quindi, è parte fondamentale del concetto di cittadinanza. Penso a tutto questo mentre, io che ho una certa età, ricordo il famigerato: “andate al mare e non votate”, autore Bettino Craxi, a proposito del referendum di Mario Segni sulla preferenza unica. Correva l’anno 1991: tempi di Prima Repubblica, anche se ormai in declino. Non gli portò bene. Molti anni dopo, siamo a deplorare la disaffezione verso la partecipazione politica, il fenomeno dell’astensionismo, l’opinione comune che la politica sia diventata un “mestiere” e non un servizio alla collettività. Quindi, andiamo a votare, secondo coscienza e convinzione. Lo strumento referendum ci dà la possibilità di dire la nostra su alcune scelte che, in un modo o nell’altro, incideranno sulle nostre vite: penso soprattutto al nucleare. Raccogliamo il più possibile notizie ed opinioni, valutiamo bene, e poi, andiamo a votare. Personalmente sono, da sempre,contro il nucleare; voi votate come ritenete più opportuno, ma andate a votare.

Daniele Tamburini

Lo stile gentile

Che qualcosa stesse mutando, nel Paese, era chiaro: anche L’esito della tornata elettor l’atteggiamento dello stesso premier, pur nel suo leggendario ottimismo, mostrava qualche ombra. Come sempre, luoghi comuni e pregiudizi vengono spazzati via, prima o poi, dalla realtà. Si sono spese troppe parole, per esempio, sul disimpegno dei giovani: il voto amministrativo, nelle due tornate, lo ha smentito. Si è parlato a lungo di disaffezione alla politica, senza considerare che, probabilmente, si trattava di disaffezione verso un certo modo di fare politica, lontano dalle cose e dalle situazioni concrete. Comunque la si pensi, il Paese ha visto svilupparsi un nuovo protagonismo, a partire dalle proteste studentesche, passando per il 13 febbraio, con tantissime donne, e anche uomini, in piazza. La sensazione è che il centrodestra, forza di maggioranza al governo del Paese, abbia un po’ smarrito il polso della situazione. Vanno in questa direzione le prime dichiarazioni della Lega sul voto di Milano: ci sono la disoccupazione, la crisi economica, il precariato, di questo si doveva parlare, altro che di ideologismi passati o di auto rubate chissà quando! Il Palazzo è sembrato sempre più chiuso, impegnato a difendere privilegi castali, piuttosto che a risolvere i problemidelle persone in carne, ossa e mutui in corso, lavoro incerto o perduto, potere d’acquisto in forte calo, eccetera. Il terremoto, però, è stato davvero forte. Tale da far sorgere mille domande. Per esempio, lo stile gentile di Giuliano Pisapia. Vorrà dire qualcosa, la fiducia ottenuta da una persona che ha improntato il suo discorso ai toni della gentilezza e della mitezza: tutt’altra storia, rispetto alle grida, ai volti arrabbiati e al dito medio alzato della Santanché. Parole come dialogo, incontro, confronto, e non la retorica della paura: ce n’è già tanta paura, in giro, perché alimentarla? Viviamo un’epoca di transizione che pare infinita: questo risultato, comunque la si pensi, chiude una fase e ne apre un’altra. Comunque la si pensi, in questi anni il carisma di Silvio Berlusconi ha dettato le regole ed ha stabilito anche il campo di gioco. Se questo carismaappare in declino, il passaggio dal carisma all’istituzione, dall’eccezionalità alla normalità, come ha scritto Michele Salvati, è sempre difficile. Si aprono scenari nuovi un po’ dappertutto. Qui a Cremona, il risultato delle amministrative si innesta in una situazione interna alla maggioranza, già complicata di suo. Quali scompigli porterà il vento del voto nelle questioni locali e nel difficile giuoco di equilibri dell’Amministrazione Perri? Adesso cosa accadrà? Secondo me, per il momento niente. Il Sindaco, intervistato a pagina 4, dice che bisogna vedere cosa succederà a livello nazionale, ma lui per adesso non si muove: niente rimpasto. Mi fa venire in mente, non so se qualcuno si ricorda, quella parodia che Corrado Guzzanti faceva di RomanoProdi davanti alla stazione: "Io sto qui fermo, non mi muovo, fermo immobile, dietro la linea gialla...". E l’ipotesi della “minacciata” lista civica? Lui fa intendere che non è interessato.Ma che peccato... erano già in molti pronti a saltarci su.

Daniele Tamburini

venerdì, maggio 27, 2011

Ma le studiano la notte?

Ho letto nei giorni scorsi, con grande interesse, l’intervento di un importante economista, per lungo tempo figura di spicco della Banca d’Italia, Pier Luigi Ciocca. La sua diagnosi sullo stato dell’economia italiana è impietosa, ma contiene alcuni dati molto interessanti. Il più rilevante, a mio parere, è che, a partire dagli anni 2000, non solo si è verificato un rallentamento della crescita, ma un calo dei livelli di produttività. Dice Ciocca: per fare un’automobile ci vogliono più persone, più tempo, più capitale, quindi, è andato particolarmente male il cuore della produttività, cioè il progresso tecnico e l’innovazione. Ancora una volta, si individua nella scarsità di innovazione il punto centrale dello stato di crisi del nostro Paese: uno “stato dell’arte” che coinvolge imprese e istituzioni, insomma la nostra ossatura. Innovazione e ricerca, ne abbiamo parlato molte volte. E infatti … e infatti, si parla di spostare alcuni Ministeri a nord. Parte il totoMinisteri: la salute? L’economia? Ma anzi, no: tutto bloccato, non è vero, non si fa. Invece sì, si fa, va fatto! Mi chiedo: sono questi, gli interventi, le soluzioni innovative, la ripresa di cui la gente e tutto il Paese ha bisogno, più che del pane? È questa la risposta da dare ai nostri giovani, quelli che pongono domande precise e dure, come fa Valentina, in questo stesso numero? Ma non disperiamo mai. Ciocca conclude dicendo che la società italiana ha il lavoro, il risparmio, la tecnologia, l’imprenditorialità per tornare a crescere. Coraggio.

Daniele Tamburini

venerdì, maggio 20, 2011

Milano: Moratti o Pisapia?

Fare una previsione su come andrà il ballottaggio alle elezioni amministrative di Milano equivale a indovinare un terno al lotto, e neppure mi interessa farlo. Dalla vicenda, però, sono emersi alcuni punti interessanti. È davvero strano, il nostro Paese: sicuramente non si può mai dare niente per scontato. Erano elezioni, queste a Milano, su cui il capo del governo aveva davvero puntato molto. Berlusconi raramente sbaglia cavalli e strategie di corsa: eppure, questa volta l’elettorato non l’ha premiato, come non ha premiato la Lega, della quale molti attendevano lo “sfondamento”. Forse, il partito di Bossi ha scontato i malumori della base che mal sopporta gli Scilipoti e i Romano, oltre ad un gregariato “a prescindere”. Pare, ora, che la Moratti abbia puntato il dito contro il livello eccessivo di scontro che ha permeato la battaglia elettorale, soprattutto negli ultimi tempi. Forse non è stato opportuno insistere sui giudici “metastasi cancerose”, in una Milano che non ama gli eccessi. Sì, il nostro è un Paese strano. Una forza, il PdL, che intende parlare al cuore moderato della società, eppure adotta certi toni e amplifica le dichiarazioni denigratorie di chi vuol essere più berlusconiano di Berlusconi; e, al contrario, la Lega, da sempre battagliera, magari “sopra le righe”, che cerca di rimettere al loro posto le parole e usa toni davvero “di governo”: abbiamo ascoltato la ferma e convinta dichiarazione di solidarietà con i giudici del presidente del Piemonte Cota. E’ un segno dei tempi? Forse, la gente si è stancata di proclami, furori e promesse roboanti e chiede concretezza, scelte, ascolto dei problemi veri? Ripeto, non è possibile fare previsioni. Ma, come ha esortato più volte il presidente Napolitano, forse è più produttivo abbassare i toni, non cercare il conflitto da stadio, cercare invece proposte e soluzioni: la locomotiva tedesca si è rimessa in moto, viaggia ad un ritmo di crescita del 4,8% su base annua. Se Milano fosse laboratorio per questo ritorno alla concretezza, comunque vada, sarebbe senz’altro un bel risultato. Per tutti.

Daniele Tamburini

venerdì, maggio 13, 2011

La minaccia del futuro

Desidero tornare, a costo di ripetermi, sulla situazione del mondo giovanile nel nostro Paese. Ne scriviamo all’interno del giornale. L’Istat ci dà, purtroppo, ancora brutte notizie dal fronte lavoro: il tasso di disoccupazione è cresciuto a marzo, e il 26% dei nostri giovani è senza lavoro. Stiamo parlando di giovani di età compresa tra i 15 ed i 24 anni: l’età in cui ci si affaccia alla vita. Il dato è estremamente preoccupante anche perché l’Italia ha bisogno di crescere e può crescere, come dicono gli economisti e gli addetti ai lavori, solo recuperando una produttività totale dei fattori. Per non parlare dei cosiddetti Neet (Non in Education, Employment or Training), ossia i giovani che non sono più inseriti in un percorso scolastico-formativo, ma neppure impegnati in attività lavorativa: si tratta di due milioni di soggetti. Dobbiamo avere il coraggio di dirci che, in questo modo, non si va da nessuna parte. È importante, certo, che si salvaguardi il patto di stabilità o che diminuisca il debito pubblico, ma è più importante dare una speranza per il futuro. Dai debiti ci si può liberare, dalla crisi si può uscire, anche se la cinghia, ormai, è forse giunta all’ultimo buco: ma una generazione consegnata all’assenza di futuro, quella si rischia di non poterla recuperare. Ha detto un filosofo che, per questi giovani, il futuro non si presenta più come una promessa ma come una minaccia. E’ ora di fare, seriamente, qualcosa di concreto. Mi viene in mente una frase di Pier Paolo Pasolini: “il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”.
Sto forse perdendo il mio ottimismo?

Daniele Tamburini

martedì, maggio 10, 2011

Un’altra musica

Non c’è ancora certezza sui modi e sui tempi – e le immagini, quelle che abbiamo visto, non aiutano a far chiarezza – ma l’uccisione di Bin Laden è uno di quegli eventi destinati a far rumore immediato e a mettere radici nel futuro. Perché una cosa è certa: morto lo è sicuramente. Parlando degli effetti immediati, che ricaduta si avrà sulla situazione di un’area del mondo cruciale per l’approvvigionamento ed il mercato del petrolio e del gas? È quanto si chiede, tra gli altri, il professor Francesco Timpano, di cui ospitiamo un intervento in questo numero del giornale. Ma non solo. Nel momento in cui sembravano indeboliti sul piano della coesione interna, vulnerabili su quello economico, esposti al sorpasso cinese in economia, gli Stati Uniti alzano la testa, compiono un’operazione di forte impatto, anche mediatico, e il discorso di Obama fornisce nuova linfa alla speranza ed alla fiducia. Abbiamo letto di manifestazioni di grande ottimismo, anche da parte della gente comune. E Obama, nel suo discorso, senza trionfalismi, ha richiamato le parole care a tutto il suo mandato: la capacità di orgoglio, di reazione, di tenacia e, soprattutto, di unità. Obama sa che dovrà chiedere ancora molto al suo popolo, e che la sua agenda è in ritardo sui programmi elettorali. Ma non sollecita divisioni, anzi richiama l’unità. L’unità, la coesione, la coerenza di intenti, pur nelle diversità, con l’obiettivo di fare il bene del proprio Paese. Uniti si vince. È perlomeno evidente che la musica, qui da noi, è ben altra.

Daniele Tamburini
Venerdi 6 maggio 2011

venerdì, aprile 22, 2011

Ma non dobbiamo mollare

Scrivere è comunicare, o almeno dovrebbe. Fa sempre piacere scrivere e trovare rispondenze e risonanze in altre persone. «Sa, ho letto il suo fondo, mi ha fatto pensare... ». È accaduto anche in questi giorni con alcuni ragazzi dell’ITIS “Torriani”, ne siamo molto felici. Certo che, un conto è cercare di analizzare e coinvolgere nelle proprie modeste riflessioni, magari cercando sempre di dare spunti di ottimismo; un altro sarebbe poter disegnare uno scenario credibile per il futuro, una prospettiva, un orizzonte. Il paradosso è proprio questo: tutti – operatori economici, forze datoriali, organizzazioni sindacali – chiedono a gran voce sinergia e cooperazione per disegnare, appunto, un orizzonte e una prospettiva. Che poi il cammino per giungerci sia lungo e difficile, è un dato, ma camminare avendo dinanzi a sé una meta è molto, molto importante. Che accade, invece? Giungono segnali ed indirizzi contrastanti, per dire, dal ministro dell’economia e dal governatore della Banca d’Italia. Oggi la società nel suo complesso è caratterizzata da un grande sentimento di incertezza, e l’incertezza provoca paura. La mancanza di prospettive future amplifica quella paura che tutto condiziona e che porta a guardare soltanto il momento contingente. Un grande paese come il nostro dovrebbe essere guidato facendo scelte che contemplano il futuro. L’impressione che si ha, invece, è quella di decisioni prese per conservare e non per programmare e crescere. E’ di questi giorni la notizia che un ministro attacca un altro ministro, cercando sì di entrare nel merito, ma la sostanza è: “Così ci fa perdere le elezioni”. A volte il disorientamento è grande. Ma non dobbiamo mollare.
Buona Pasqua

Daniele Tamburini

venerdì, aprile 08, 2011

Preservare per garantire il futuro

Forse non potevano fare altrimenti, i tecnici di Fukushima, ma certo che è inquietante pensare a quella quantità di acqua radioattiva versata in mare: il mare che, da sempre, è simbolo di vita. Ed è magari un caso che, a giugno, si svolgeranno nel nostro Paese due referendum su questi temi, acqua e nucleare. Credo che sarebbe importante capire di più le ragioni degli uni e degli altri. Chi è contro il ritorno del nucleare in Italia, lo fa in nome della sicurezza e della sua antieconomicità; per l’acqua pubblica, in nome del principio che i beni comuni devono rimanere tali. Chi è schierato a favore del nucleare oppone altre ragioni. Sarebbe interessante sentirne parlare spesso e con chiarezza anche sui media nazionali: invece, come su molte questioni, il dibattito è quasi assente e c’è il fondato sospetto che si assumano delle posizioni sulla base degli schieramenti e che meno se ne parla e meglio è. Nei pochi dibattiti in TV, vige poi la par condicio, per la quale “uno a favore e uno contro”, anche se nel mondo scientifico il rapporto è invece: nove contro e uno a favore. Solo la tragedia di Fukushima ha dato modo di saperne un po’ di più. Ancora una volta, un Paese diviso, spaccato, un Paese che non dialoga. Anche su temi controversi e spinosi, come quello della riforma della giustizia, il cittadino vorrebbe capire di più: ci sono certamente ragioni dall’una parte e dall’altra, ma si può sostenere, ad esempio, che magistrati peraltro lodati e stimati per il loro impegno nei confronti della repressione della criminalità organizzata abbiano posizioni solamente ideologiche nei confronti di tale riforma? Anche qui, bisognerebbe confrontarsi con calma e capire. Quanto ai beni comuni, quelli che dobbiamolasciare in eredità ai nostri figli, l’aria, l’acqua, l’ambiente, tutti noi li abbiamo avuti in prestito. E il nostro sacrosanto dovere è quello di preservare, garantendo il futuro.

Daniele Tamburini
daniele.tamburini@fastpiu.it

martedì, aprile 05, 2011

Il lungo inverno sta per finire

 Proviamo a fare un esercizio, una sorta di mantra: per una volta, non diamo la precedenza ai problemi molto gravi che ci circondano, alle difficoltà, alle paure, al timore per il futuro. Parliamo di bellezza. La bellezza della nostra città, ma anche di molte altre, di quelle antiche e anche quelle più recenti, una bellezza fatta di opere d’arte, di stratificazione di culture, di apporti diversi e mescolatisi nel corso dei secoli. Una bellezza che resiste, nonostante i tentativi di saccheggio e l’incuria che spesso domina, oltre a scelte architettoniche spesso difficili da comprendere. La bellezza della natura che ci circonda. I monti, i fiumi, i laghi, le colline, le coste. Abbiamo tutto, i ghiacciai e le isole vulcaniche, le pianure alluvionali e le zone pedemontane. La bellezza dei volti dei nostri giovani, che non sono quelli di plastica della TV, ma dei nostri figli e nipoti, veri, genuini, un po’ ansiosi del loro futuro, ma che cercano di studiare, di lavorare, di costruirsi un futuro laborioso e impegnato, pur se questo è davvero un percorso ad ostacoli, più che il naturale svolgersi delle stagioni umane, come dovrebbe. Ma, a proposito delle stagioni umane e di quelle della natura, il lungo inverno sta per finire. Ora predominano le foglie nuove e gli alberi sono in fiore. Nonostante un “clima” – per restare in metafora – poco propizio, anche nei consessi più alti del Paese (da ultimo il Parlamento di questi giorni che, a mio parere, non rappresenta i cittadini ma vive motu proprio), nonostante tutto, dobbiamo lavorare perché anche il lungo inverno del nostro Paese abbia fine. Che ciò possa accadere non è una speranza, è una certezza.

Daniele Tamburini
venerdì 1aprile 2011

venerdì, marzo 25, 2011

Vorremmo onestà e verità

Vorremmo onestà e verità: nelle cose che ci vengono dette, nelle spiegazioni ufficiali di quanto sta avvenendo nel mondo. Da diversi giorni, un’Italia che assisteva sonnacchiosa ad una scena politica nazionale bloccata nella ripetizione di parole e slogan si è trovata a confrontarsi con la crisi nordafricana, con lo tsunami giapponese e la tragedia della centrale nucleare di Fukushima e l’intervento in Libia. Fatti sicuramente epocali. È per questo che vorremmo onestà e verità. Sono avvenimenti che ci mettono di fronte a quanto sia drammaticamente incerto il nostro mondo, e a quanta prudenza, lungimiranza, ricerca ci vogliano. Pensiamo all’acqua contaminata di Tokio, e ci chiediamo se sia possibile che nessuno abbia potuto pensare a questi rischi. Pensiamo che, se non ci fosse stato questo incidente, il programma nucleare sarebbe ripreso anche da noi, in un territorio fortemente sismico, colpito da frane ed alluvioni. Pensiamo a quanto sia stato osteggiato, poi blandito, poi accolto con amicizia, negli anni, il colonnello Gheddafi, dappertutto e in particolare da noi. Adesso lo stiamo bombardando, per un intervento umanitario. Vorremmo onestà e verità: perché l’intervento in Iraq, in Afghanistan ed in Libia, e non a Sarajevo, a suo tempo, non in Ruanda, non in Eritrea, luoghi in cui le violazioni dei diritti umani sono state terribili? C’è un grande bisogno di onestà. Lo ha richiamato anche il governatore della Banca d’Italia Draghi, quando ha detto che un aumento dell’imposizione fiscale colpirebbe solo il contribuente onesto, quando il problema è colpire elusione ed evasione. Sono domande che è giusto, è importante continuare a fare. Mi ricordo un detto, molte volte citato da una persona che oggi non c’è più, alla quale rendo omaggio: «non occorre sperare per intraprendere, non occorre riuscire per perseverare». È quanto fanno, tutti i giorni, le persone oneste: lavorano e intraprendono, anche se la situazione è dura, e continuano a perseverare. È l’Italia migliore, l’Italia che amiamo.

Daniele Tamburini

sabato, marzo 19, 2011

L’uranio è come un diamante: è per sempre

Se si dice che, nell’era della globalizzazione, il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo, chissà cosa provocherà lo sconquasso di terra e mare che è avvenuto in Giappone. Già abbiamo visto la distruzione, il dolore, le migliaia di morti; poi, le crisi di Borsa in tutto il mondo. Ma la cosa che più impressiona, e che ancora non sappiamo come evolverà, è il dramma che si sta consumando nella centrale nucleare di Fukushima. Abbiamo negli occhi la foto di un bambino impaurito, sul cui corpo un addetto in tuta protettiva sta passando un misuratore di radioattività. Che termine spaventoso, questo, e poi proprio in Giappone, dove è ancora viva la memoria dell’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Non da ora pensiamo che sia troppo pericoloso affidarsi a tecnologie e produzioni dall’impatto irreversibile. L’uranio è per sempre. La memoria corre a Three Miles Island e a Chernobyl, i due incidenti nucleari più grandi, tra quelli conosciuti. Nel primo, avvenuto negli Stati Uniti, la fusione totale del nocciolo fu evitata all’ultimo momento; a Chernobyl, si sprigionò una nube radioattiva, i cui effetti disastrosi ancora non riusciamo a valutare fino in fondo. Si disse che la prima era di vecchia generazione; per la seconda, si chiamò in causa il gap tecnologico dell’allora Unione Sovietica. Eppure, oggi è successo nella patria dell’avanguardia tecnologica, il Giappone. Che valutazioni possiamo fare? Che non possiamo pensare di controllare la natura; che è troppo rischioso affidarsi a scelte irreversibili, dalle conseguenze eterne per noi esseri umani. Last, but not least: come possiamo pensare di costruire centrali in un Paese, come il nostro, in cui i terremoti fanno cadere i palazzi e si trova la sabbia nei pilastri? Un Paese costellato di zone a rischio sismico? La conclusione non può che essere una sola: nucleare? No, grazie!.

Daniele Tamburini

venerdì, marzo 11, 2011

150°: la Patria, l’educazione, la libertà

" Senza educazione voi non potete scegliere giustamente fra il bene e il male; non potete acquistare coscienza dei vostri diritti, non potete ottenere quella partecipazione nella vita politica senza della quale non riuscirete ad emanciparvi: non potete definire a voi stessi la vostra missione. L’Educazione è il pane delle anime vostre”. Lo scrisse Giuseppe Mazzini. Un ragionamento in controtendenza con quello che sta avvenendo oggi? Lo temiamo. I giovani italiani sembra che non credano più all’università pubblica. Secondo i dati del Consiglio universitario nazionale, il numero degli immatricolati è sceso del 5%. Una tendenza pericolosa, che rischia di generare una massa di giovani non in grado di competere con i ragazzi degli altri Paesi europei. E, in tempi di globalizzazione, questo è molto grave. Non bisognerebbe mai dimenticare l’importanza primaria che la Repubblica italiana e le sue istituzioni attribuiscono alla cultura e alla ricerca scientifica. Entrambe, infatti, sono valori collettivi che la nostra Costituzione repubblicana riconosce, impegnandosi a promuoverne lo sviluppo e ad assicurarne la tutela. Altri dati di Alma-Laurea dicono che l’università è sempre un buon investimento: rispetto a chi è diplomato, il tasso di occupazione sale dal 66 al 77%, mentre lo stipendio aumenta del 55%. Quindi, si tratta di una crisi di sfiducia. Bisogna intervenire su questo piano, inoculando nella percezione pubblica robuste dosi di fiducia. Come quella che si ricava dalle parole del presidente Napolitano: la ricerca scientifica è una priorità, sulla quale le istituzioni devono investire con coraggio. Come quella che esprime il presidente emerito Ciampi: “Sono stato molte ore sui libri […] Ma ne è valsa la pena. Lo rifarei. Rifarei tutto. Credo molto nello studio e nella possibilità che lo studio dà a ognuno di seguire una sua strada, di emanciparsi. L’idea di Patria passa anche da qui, dall’identità delle culture che, per essere conosciute, vanno studiate. Lo studio è impegno serio, ma anche esercizio di libertà, conquista, perché allarga le nostre conoscenze e consente di affermare la nostra persona”.
Viva l’Italia. Compie gli anni, si merita gli auguri.

Daniele Tamburini

venerdì, febbraio 11, 2011

Il ritratto di Dorian Gray

Hanno tutti paura di invecchiare, a cominciare dal capo in testa. Vogliono restare giovani, magari eternamente giovani: un misto tra il sogno di Narciso e il ritratto di Dorian Gray. Rimanere giovani e belli, mentre è il tuo ritratto che si carica di anni, invecchia e decade al posto tuo. In quanti sarebbero disposti  a scendere a patti, come il protagonista del libro, facendo finta di dimenticarne l’orribile conclusione. In mancanza dello specchio di Dorian, si ricorre alla chirurgia estetica, alla plastica alle fattezze. Oscar Wilde scrisse che l'unico modo per liberarsi di una tentazione è di abbandonarvisi. Quale tentazione più forte può esistere, dello sconfiggere le leggi di natura? Ed è per questo che non mi scandalizzo. Eppure, c’è qualcosa che non va. Che società è mai la nostra, composta da individui che non si accettano, e però si rendono, a volte, ridicoli pur di apparire giovani e pimpanti. Disposti a caricarsi di una immagine, finta pur di “vendersi” agli altri per quello che non sono. Capelli, viso, labbra, seno tutto rigorosamente falso, più falso delle monete romane che Totò cercava di piazzare ai turisti americani. Per non parlare della ostentazione di machismo a dispetto dell’età… Ci sono leggi della natura che è inutile e poco dignitoso combattere: arriva sempre il momento in cui il ritratto di Dorian grida la sua orribile verità. Diceva Anna Magnani al suo truccatore: le rughe non coprirle, che ci ho messo una vita a farmele venire. Aveva ragione: come era bello il volto segnato dal tempo e dalla esperienza di mia nonna Adele.

Daniele Tamburini

sabato, gennaio 22, 2011

Il cavallo e il Cavaliere

Ancora una volta, nel Paese prevalgono la divisione, il tifo, le barricate. Inutile girare intorno al problema: al centro della vita politica stanno le vicende degli ultimi giorni, con protagonista ancora una volta lui, il Cavaliere, un Silvio Berlusconi agli onori della cronaca forse, ora, in maniera un po’ più sovraesposta di quanto possa gradirlo, lui che comunque non si è mai sottratto alla luce dei riflettori ed alla presenza sui media (anzi, è questo parte della sua forza). Il fatto è che ovunque, come emerge anche da una nostra inchiesta che trovate in questo numero del giornale, sulla scacchiera dell’opinione pubblica i pezzi sembrano ormai fissi: da una parte, chi è indignato dalle accuse rivolte al premier, da quanto risulta dalle intercettazioni, dai giudizi tutt’altro che benevoli della stampa estera, ed è preoccupato dall’ennesimo stallo in cui è bloccato il Paese; dall’altra, chi individua nel cosiddetto “caso Ruby” una manovra, condotta dai “soliti noti”, magistratura e forze di centro-sinistra, per screditare Berlusconi e scardinare il suo governo. Caso mai, si può notare che le persone anziane, nate e cresciute in un epoca in cui morale privata e pubblica imponevano certi comportamenti, giudicano in modo più pesante feste e festini, mentre tra i più giovani – cresciuti tra veline e tronisti in TV - si fa strada un atteggiamento giustificatorio o che comunque richiama il diritto alla libertà di scelta nell’ambito privato. Prevale l’eterna storia italiana di opposte fazioni, con nessuno che riesca ad avere un potere unificante. Intanto la Banca d’Italia ha lanciato un ulteriore allarme: la ripresa non viaggia come dovrebbe. Non ci sarebbe neppure bisogno di analisi sofisticate per capirlo, basta vivere nella realtà. Vivere nella realtà: forse è questo che manca alla classe politica. Come ho letto da qualche parte, il problema probabilmente non sta nel Cavaliere, ma nel cavallo...
Daniele Tamburini

domenica, gennaio 16, 2011

Sondaggi: è così, se ci pare

I sondaggi impazzano, sono di moda, fanno discutere e a volte sono anche divertenti. Ne piovono in continuazione, non solo prima delle elezioni: oramai, si sonda ovunque e per qualunque cosa, alla scoperta di giacimenti inesplorati di desideri, opinioni, critiche. Ci sono i sondaggi alla TV con i tasti interattivi, sui giornali on-line e non; si partecipa con l’invio di SMS o al telefono. L’intervista telefonica non sempre è molto articolata, manca il tempo, c’è il rischio che l’intervistato si spazientisca. Qualche mese fa sono stato intervistato telefonicamente riguardo al gradimento di una certa banca: ho approfittato e mi sono sfogato, esagerando, come è ovvio. I maggiori committenti dei sondaggi, oltre ai giornali, sono i partiti politici. Il politico che si avvale di un sondaggio lo fa, presumibilmente, per calibrare le proprie scelte, oppure per capire se una strategia è vincente. Già questo pone infiniti dubbi: perche' non dovrebbero essere le opinioni ad orientare la politica, ma piuttosto il contrario. Ho visto i dati sul consenso agli amministratori locali, pubblicati dal Sole 24 ore. Il nostro sindaco sembra uscirne non troppo bene: 93° in classifica, perde posizioni rispetto ad un anno fa, con il 2,6% di gradimento in meno. Ora è vero che, ultimamente, il sindaco ha a che fare con non pochi problemi all’interno della sua giunta, ma la sensazione percepita, onestamente, è che in città sia ancora molto amato dalla gente. Di contro, invece, il presidente Salini sale, e alla grande: 2,5% di gradimento in più rispetto alla rilevazione dello scorso anno. Addirittura Salini risulta essere il presidente di Provincia che ottiene la migliore performance in assoluto: 3,4% rispetto al risultato elettorale con il quale ha vinto le elezioni due anni fa. Sono andato a leggere il documento informativo sulla metodologia usata dalla società di rilevazione: l’istituto precisa che l’indagine può avere un margine di errore pari al 3,5% in più o in meno. Eh? Ma allora è come dire: può essere tutto vero, ma anche no.

Daniele Tamburini

venerdì, gennaio 07, 2011

Il messaggio di Giorgio Napolitano

Ho ascoltato il messaggio di fine anno del presidente Giorgio Napolitano; messaggio rivolto ai giovani, ai giovani che cercano la propria strada e che rappresentano il nostro futuro: "Il futuro è dei giovani o l'Italia è persa", ha detto il Presidente. Un messaggio che è un monito e che andrebbe da tutti condiviso. Ho personalmente apprezzato la capacita' di Napolitano di entrare in sintonia con le preoccupazioni più profonde del Paese e spinto dalla curiosità sono andato a cercare i messaggi augurali, di fine anno, dei precedenti presidenti d'Italia; da Luigi Einaudi – che fu il primo a tenerlo in TV- in poi: Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Pertini, Scalfaro, Ciampi. Alcuni temi ricorrono, anche a distanza di sessanta anni, e possiamo ascoltare parole come solidarietà, lavoro, impegno, giustizia, coesione. Certo, ciascun discorso risente dei tempi, delle sventure che si sono abbattute, purtroppo numerose, sul nostro Paese, degli argomenti emergenti: l’emigrazione italiana all’estero, le calamità naturali, il terrorismo. Ma allora, mi sono detto, la situazione complicata, difficile, in cui viviamo non è così nuova, se ogni Presidente ha sentito la necessità di rincuorare, di esortare, di sollecitare ad unire le forze, a resistere solidalmente. Nell’anno appena iniziato si celebreranno i centocinquanta anni dell’unità d’Italia. Il nostro inno nazionale, a lungo provvisorio, spesso canzonato, costellato indubbiamente di parole desuete, ad un certo punto dice: “stringiamoci a coorte”. Ho provato a chiederne il significato in giro, c’è stato un certo smarrimento. Certo, la coorte romana ben poco ci incastra con la situazione odierna, ma vale il significato, uguale a quello dei messaggi dei Presidenti che si sono dipanati negli anni: uniamoci. Guardiamoci l’un l’altro con meno sospetti e maggiore fiducia. Siamo nella stessa barca. Se la lasciamo andare in malora, affonderà il nostro vicino, ma noi con lui. Ma sono certo che questo non accadrà, ho fiducia nelle persone, ho fiducia negli italiani.
Auguri per un sereno 2011.

Daniele Tamburini