domenica, febbraio 01, 2015

Dopo gli scontri, su Facebook è il delirio

In seguito ai disordini di sabato la comunità di cittadini, di tutte le età, commenta e si sfoga sui social network

Il mondo reale e il mondo virtuale. 

I livelli di incattivimento, di rozzezza, di inciviltà salgono, salgono…


La foto postata da una cittadina che si dichiara “non violenta”

di Agostino Francesco Poli

Non vi è correlazione accertata tra i comportamenti adottati dalle persone nella vita reale e quelli, viceversa, agiti nel mondo virtuale: lo dimostrano serie ricerche condotte in ambito anglosassone. Quando leggiamo sfrenati commenti su Facebook, atroci volgarità, offese sessiste e razziste, è come se si spalancasse la porta di una stanza umida e chiusa da anni: ne potrebbero uscire schifezze di ogni genere. La ricerca dimostra l'errore concettuale di chi ritenga che un'indole tendenzialmente aggressiva nella vita reale, "coperta" e implementata dalla distanza e dalla separatezza insite nel social, possa amplificare le sue caratteristiche, mentre una persona mite non giungerebbe mai, anche se coperta dall'anonimato, all'insulto gratuito. Non è vero. Quando avvengono situazioni che provocano tensioni, paure, rabbia, l'aggressività e l'aggressione su Facebook raggiungono livelli da paranoia. Diventano un delirio collettivo. Il delirio, in psichiatria, è un disturbo nell'interpretazione della realtà. È allora evidente che il mondo virtuale, non contenuto, non garantito dalla corporeità in presenza, sia vissuto, in molti casi, come un'arena in cui proiettare le proprie paure e dare voce e spazio alle proprie fobie. Leggo, stamani, un post di una persona che conosco, in cui racconta la vera e propria aggressione verbale subita da un ex collega, riguardo a diverse opinioni politiche espresse su un tema "caldo" (il terrorismo islamista). Conosco entrambi, due intellettuali, due persone colte e civili: sono rimasto di stucco. Tento qualche valutazione. L'insulto a base politica, la volgarità sessista e razzista sono utilizzati, anche perché Facebook, in realtà, li tollera: difficile che rimuova qualcosa. Qui entreremmo nel delicatissimo tema della libertà di espressione e dei suoi limiti ... Le esibizioni muscolari fasciste e naziste avvengono quasi sempre sotto copertura (si dovrebbe comunque sempre ricordare che la ricostituzione sotto qualsiasi forma del fascismo e la sua apologia sono vietati dalla XII disposizione transitoria e finale della nostra Costituzione e da una legge dello Stato; quindi, senza giri di parole, sono reati). L'invocazione della pena di morte, l'urlo, la sparata sono linguaggi che, ahimè, da tempo vengono veicolati da quella palestra di malcostume e irrisione che spesso diventa la TV. Ma c'è anche un altro aspetto. Avete mai visto due animali che lottano? Si sorvegliano a vicenda, studiano non solo i movimenti, ma anche le contrazioni impercettibili del corpo, e lo sguardo. Bilanciano le azioni e le reazioni secondo questa dinamicità corporea. È ciò che manca nel mondo virtuale: la corporeità, lo stare in presenza, lo scambio di sguardi. Più facile frenarsi se incontriamo uno sguardo offeso o ferito; troppo facile colpire, svillaneggiare, massacrare verbalmente un fantasma incorporeo. Ma, intanto, i livelli di incattivimento, di rozzezza, di inciviltà salgono, salgono… 

Alcuni dei commenti letti in questi giorni su Facebook, ce ne erano anche di peggiori.


"Noi paghiamo la corrente del centro sociale con cui questi maiali si fanno il concerto..loro che pagano 50 euro di affito e i poveri disoccupati esodati cassintegrati che devono pagarsi il bollo e l'affitto.... ma quando c'era LUI questo nn succedeva"

"Io adesso andrei a bruciare quella merda del centro Dordoni e tutti quelli che lo frequentano.... animali ignoranti"

"Avrebbero dovuto farli sloggiare da molto tempo, invece che calarsi le braghe, così come facciamo con gli immigrati. Siamo sempre leccaculo di gentaglia, ormai noi che in questa città ci siamo nati, cresciuti e l'abbiamo vista mutare, non contiamo più un cazzo di niente". Come fai dopo a non farti prendere da un istinto di violenza!!!"

"Fuoco ad altezza uomo e ruspe che raccolgono cadaveri per caricarli su bilici diretti all'inceneritore! Unica soluzione possibile"

"I centri sociali con i black bloc non centrano un cazzo e se guardate e ascoltate bene i video reportage si sentono i veri manifestanti che gridano merde coglioni ecc ecc e solo i black bloc attaccano gli altri si sono allontanati imparate a fare buona informazione al posto di fomentare odio....... solo questo sa fare la politica e i politicanti tutti é cosi da sempre svegliaaaaaa "

"Non giustifico certo la violenza, ma le persone come voi, mi fanno profondamente schifo, perché siete tutti un ammasso di secondi fini. Infatti, nessuno di voi si è indignato per domenica scorsa, quando un uomo ha difeso il suo spazio ed è quasi stato ucciso, nell'indifferenza più totale, aggiungerei. Lo sapete perché non avete detto nulla? Perché avete pensato solamente "uno di meno", quindi ficcatevele dove non batte il sole le vostre parole al vento"

"Si doveva sparare alle gambe a tutti loro che hanno fatto la manifestazione "pacifica "e nel frattempo bruciargli i pullman. Non si può nel 2015 stare ancora a pensare se è giusto o meno far fare a gente che si conosce bene ,ancora stronzate del genere".

sabato, gennaio 31, 2015

SIAMO ANCORA IN PIENO NOVECENTO

Riflettevo sui fatti del Dordoni e sull’elezione del Presidente della Repubblica. E che c’entrano i due fatti tra di loro?, vi chiederete. Provo a spiegarmi. Riflettevo, per esempio, sulla forte probabilità - al momento in cui scrivo - che Sergio Mattarella diventi il nuovo Presidente. La persona è di grande valore, secondo me. E’ serio, ha dimostrato di possedere un’etica che non cede facilmente ai compromessi, è uomo di legge: un ottimo candidato. Leggiamo il suo profilo e vediamo che era ministro in un governo Andreotti (beh, non c’è niente di male, no?) e che era un moroteo (vicino, cioè, lo dico per i più giovani, a Aldo Moro, grande statista). A questo punto, mi sorge un sentimento, non tanto di “déjà vu”, ma una sorta di tenerezza nostalgica, un profumo di tempi lontani. “A quell’epoca...”, diceva mia nonna. Sì, a quell’epoca, quella in cui c’erano la Dc, il Psi, il Pci, il Pri. Ma veniamo al Dordoni: dramma in due fasi, lo scontro tra Centro Sociale Autogestito e i fascisti di CasaPound prima, il corteo con le devastazioni dei Black block, dopo. Anche questo mi ha fatto tornare ad anni lontani, a scontri ideologici pesantissimi, al ricordo di manifestazioni che a volte finivano in tragedia. Rifletto sull’idiozia che andò di moda anni fa, quella della fine della storia. Ricordate? Il crollo del muro di Berlino, la fine delle ideologie, la fine della storia, tutto pacificato. In realtà, dopo è andato in scena uno scontro ideologico fortissimo, nel quale siamo ancora immersi, protagonisti il welfare, il lavoro, il capitale, il pubblico, il privato. Ma non divaghiamo. Sergio Mattarella da un lato, gli scontri al Dordoni dall’altro sono profondamente novecenteschi. Appartengono, con coloriture diverse, ovviamente, a quella storia, che resiste a tutti i tentativi di annullamento e di ridicolizzazione. E a questo punto, un’altra domanda sorge spontanea: ma non dovevano essere anni di rottamazioni, di nuovo a tutti i costi, di turbo, di asfaltamenti? Eh, mi sa che la gran madre democristiana continui ad affascinare anche lui, anche il “giovane” Renzi...

Daniele Tamburini

CREMONA OSTAGGIO DEI BLACK BLOC

CHI SONO I BLACK BLOC VISTI QUI A CREMONA?
I Black bloc hanno formato il blocco, iniziano gli scontri con le forze dell'ordine

Una vera e propria guerriglia urbana durata quasi quattro ore. Scontri con le forze dell’ordine, ingenti i danni

La cortina fumogena nasconde i Black bloc che indossano caschi e passamontagna


Hanno agito con tattiche ben studiate e collaudate. La polizia ha evitato lo scontro fisico riuscendo a contenere gli assalti.«Siamo i figli del caos e della catastrofe».

I Black bloc accendono i fumogeni

di Daniele Tamburini

Chi sono quelle figure nere giunte a Cremona, chissà da dove, insomma i cosiddetti i Black bloc? Coloro che per circa quattro ore hanno provocato una vera e propria guerriglia urbana, scontrandosi ripetutamente con le forze dell’ordine, devastando alcune zone della città e ferendo una comunità intera? In Italia si comincia a parlare, per la prima volta, di Black bloc al G8 di Genova, nel luglio del 2001, durante quelle terribili giornate che ancora abbiamo impresse nella memoria. Nei filmati trasmessi dalle TV, vengono identificati come Black bloc. quelle persone vestite completamente di nero, con caschi e passamontagna, che compiono scorribande nella città, ingaggiando, a distanza, scontri con la polizia e devastando vetrine, auto etc. Una caratteristica distintiva dei Black bloc, da cui il nome, che tradotto significa “blocco nero”, è quella di indossare vestiti e maschere neri. E’, questa, una strategia studiata per apparire una massa compatta e ben identificabile. Questo sia per apparire numericamente superiori, sia che per attirare la solidarietà e l'aiuto di altri gruppi ideologicamente, più o meno, omogenei all'interno delle manifestazioni. I passamontagna, le maschere e i caschi hanno la funzione, oltre che di protezione, di impedirne l'identificazione da parte delle autorità. Al G8 di Genova fece impressione l’abilità e la rapidità con cui si muovevano, tanto che qualcuno parlò di persone addestrate militarmente alla guerriglia urbana. Black bloc, è un termine che fu usato per la prima volta durante le proteste contro la prima guerra del Golfo nel 1991, negli Stati Uniti. Si designò così un gruppo di individui, caratterizzati dall’obiettivo comune di contrastare e combattere la globalizzazione, tanto che la stampa italiana, in alcuni casi, li ha accostati al Movimento noglobal o movimento antiglobalizzazione. 
Cremona 24 gennaio 2015 scontri tra Black bloc e forze dell'ordine
I Black bloc salgono prepotentemente alla ribalta, grazie ad una forte risonanza mediatica, dopo gli scontri cruenti e le devastazioni avvenute a Seattle sul finire del 1999, durante le manifestazioni contro la Conferenza ministeriale del WTO, e a Praga, sempre nel 1999, quando la città fu messa sotto assedio durante la riunione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. In Italia, dopo le terribili giornate del G8 di Genova (caratterizzate non solo dagli scontri con i B.b) questi sono di nuovo entrati in azione, a distanza di dieci anni, Il 15 ottobre 2011, a Roma. In città era stata organizzata la manifestazione dei cosiddetti Indignados, contro la crisi economica mondiale. Anche in quel caso, si ebbero episodi di guerriglia urbana, con feriti tra i manifestanti e tra le forze dell'ordine. Individui vestiti di nero, protetti da caschi e passamontagna, provocarono danni a banche, auto e sedi istituzionali. I manifestanti pacifici tentarono invano di isolare i violenti, che anche in quella occasione erano in netta minoranza rispetto al resto dei partecipanti alla manifestazione di protesta. Pare che alcuni Black bloc siano stati presenti anche durante gli scontri in Val di Susa tra i No-Tav e le forze di polizia. LE TATTICHE DEI BLACK BLOC Abbiamo già detto che sembrano persone addestrate militarmente, per come sono organizzate e per come si muovono, infatti la loro “tattica” prevede la costituzione di un blocco all’interno di un corteo, nel quale tutti sono vestiti di nero. Hanno solitamente almeno un gruppo iniziale che si organizza e si coordina, per iniziare un'azione che tende a impegnare le forze dell’ordine, marciando in blocco allo scopo di creare un forte effetto visivo e cercando da subito lo scontro diretto con le forze dell'ordine, mentre altri gruppi minori si sparpagliano per le vie mirando ad uno o più obiettivi. Esattamente come è accaduto a Cremona, dove l’obiettivo primario era la sede di CasaPound in via Geromini. Durante gli scontri, ma tendenzialmente in fase di ritirata, compiono sistematicamente atti di vandalismo verso quelli che considerano i simboli del capitalismo e della repressione: banche, assicurazioni, i negozi in franchising di società multinazionali, i sistemi di video sorveglianza, le auto di lusso e le sedi istituzionali. La tattica d’azione di solito non prevede lo scontro fisico con le forze dell’ordine, che vengono aggredite con lancio di pietre, petardi, razzi e non di rado bottiglie incendiarie, per poi fuggire velocemente, allontanandosi e ricompattandosi in seguito, e continuare le azioni. Un perno della tattica del Black bloc è dunque il rifiuto del confronto fisico con le forze dell’ordine, che ovviamente sarebbe perdente. 
Cremona 24 gennaio 2015 scontri tra Black bloc e forze dell'ordine

L’IDEOLOGIA I Black bloc non possono essere ricondotti ad una vera e propria ideologia, e questo li differenzia, per esempio, dalla pratica politica dei centri sociali. I B.b. non si dicono comunisti né tanto meno sono fascisti. Se proprio vogliamo affibbiare loro una etichetta, sono più vicini all'anarchismo. Sono “contro”. “Siamo i figli del caos e della catastrofe”, così si definivano già nel 1999. Si dichiarano contro lo stato autoritario e repressivo nelle sue varie forme. Sono contro il potere economico e finanziario del quale devastano i simboli, in particolare le banche. “Combattiamo il potere della finanza e della politica ad essa asservita, per una società autonoma da controllo sociale e dalla disciplina del mercato”. Non possono, quindi, essere definiti anarchici, anarcoinsurrezionalisti, no global, comunisti e così via. In Europa sono apparsi prevalentemente durante le manifestazioni caratterizzate dalla presenza della “sinistra antagonista". Va detto che non sono una organizzazione internazionale, ma hanno una grande capacità di raccordarsi e di organizzarsi anche tra gruppi di diversi paesi. A Cremona si è assistito a episodi e comportamenti che rispecchiano a pieno la tattica usata dai Black bloc: sfilare sparpagliati all'interno del corteo, salvo poi costituire il “blocco” nascosti da una cortina fumogena. Non c’è stato lo scontro fisico durante i disordini con le forze dell’ordine, questo anche per volontà, a nostro parere, delle autorità preposte all’ordine pubblico, che hanno fatto di tutto per evitarlo. Le autorità, ossia prefettura e questura, molto probabilmente, sapevano con chi avrebbero avuto a che fare, tanto che la definizione del percorso, che avrebbe dovuto percorrere il corteo, scelta che è stata contestata da molti cittadini perché troppo vicina a via Geromini, è stata in realtà, pianificata allo scopo di contenere, eventuali disordini, in una limitata zona della città che prevedesse ampie vie di fuga. Zona che opportunamente nel frattempo era stata sgomberata di auto e di quant’altro. Di contro la devastazione delle vetrine delle banche, delle assicurazioni, e della sede dei vigili urbani rafforza la convinzione che, sabato scorso, abbiamo avuto a che fare proprio con i Black bloc. 
Cremona 24 gennaio 2015 scontri tra Black bloc e forze dell'ordine

E dunque chi ancora pensa che la guerriglia urbana, sia stata la reazione di giovani vandali sbandati che improvvisamente, magari con la mente annebbiata da qualche canna, diventano violenti, si sbaglia di grosso. Sicuramente, al di là dei gravissimi episodi cremonesi, restano aperte molte domande: sull’identità di quelle persone; sulla loro possibilità di muoversi indisturbati, in Italia ma anche tra Stati diversi; sui finanziamenti su cui possono contare. Avranno necessità di addestrarsi, di studiare sul campo le tattiche; un’organizzazione così non può essere solo su base volontaria. Domande che, per adesso, restano senza risposta.
Cremona 24 gennaio 2015 Black bloc

sabato, gennaio 24, 2015

Non c'è niente di male, basta dirlo

Devo dirlo: ho alcuni amici e conoscenti, militanti o semplicemente simpatizzanti del Pd, che sono visibilmente in imbarazzo a parlare di politica. Forse ricordano quando dicevo loro, in tempi non sospetti: attenzione che Renzi è l'altra faccia della stessa medaglia di conio berlusconiano… loro scuotevano increduli la testa e mi dicevano che, le mie,erano solo “sciocchezze”, posizioni settarie. Macché settarismo, io non mi schiero dalla parte di nessuno, valuto semplicemente i fatti e gli antefatti: e i fatti erano le scelte, le dichiarazioni, lo stile del fiorentino. Ma insomma: ricordate il momento della caduta di Berlusconi? Attanagliato dagli scandali, abbandonato dall’Europa, il sorriso che non sapeva più convincere, lo spread a valori pazzeschi, e poi la condanna definitiva, il servizio sociale, il divieto ad espatriare… Chi avrebbe mai detto, allora, che lo stesso uomo, ridotto in un angolo, oggi potesse essere arbitro di scelte come la legge elettorale e l’elezione del Presidente della Repubblica? Stampella robusta del governo, fedele alleato, nei fatti, in virtù del cosiddetto patto del Nazareno, di un Renzi che sente crescere l’opposizione interna. E chi lo ha affrancato, chi lo ha fatto uscire dall’isolamento, chi l’ha reso di nuovo protagonista e arbitro? Gli amici, di cui sopra, bofonchiano. Secondo me, ancora adesso stentano a crederlo, anzi non vogliono crederci. Oltre ogni evidenza. Guardo divertito lo sbigottimento. E comunque, cari voi, vorrei dire una cosa: non c'è niente di male ad essere “un partito di centro che guarda a destra”, come ha detto un autorevole esponente Pd. L’importante, però, è essere chiari, e non far finta di essere ciò che non si è. O non si è più. #sappiatelo.

sabato, gennaio 17, 2015

AAA offresi posto vacante di capo dello Stato

Nel bene e nel male, Giorgio Napolitano ha sicuramente interpretato in modo nuovo il mandato presidenziale. In modo nuovo e in modo forte: non sarà facile sceglierne il successore (ma in effetti, non lo è mai stato, nemmeno negli anni passati). Leggiamo sulla stampa come dovrebbe essere il nuovo presidente: le sue caratteristiche, il suo profilo. Deve essere sicuramente autorevole (quindi d’esperienza? Del resto difficilmente l’autorevolezza si fonda sulle chiacchiere); deve essere preferibilmente, anche in vista della stagione di riforme, un costituzionalista (il Presidente è garante della Costituzione e dell’ordinamento repubblicano). Però non un “deja vu”: per carità! Un outsider della politica, ci dicono, una persona super partes, ma che sappia essere arbitro e non soggiaccia alla tentazione di scendere in campo in una delle squadre. Non deve aver rivestito importanti incarichi di guida partitica. Deve godere, comunque, della stima della comunità internazionale (un po’ bassa, nonostante il recente semestre italiano alla guida della UE, o forse proprio per quello): condizione imprescindibile, quindi, la conoscenza delle lingue (almeno tre!). Non dimentichiamo che deve avere più di cinquanta anni. Ovviamente deve essere incensurato. E poi, finora abbiamo parlato al maschile, ma non va bene, anzi: dovrebbe essere una donna. Ma ce l'abbiamo uno così? Esiste un soggetto così? Certo, può darsi che esista, ma come si fa a trovarlo: un concorso di idee? La bacchetta del rabdomante? Qualcuno ha scritto che una soluzione ci sarebbe: mettiamo insieme tutti quei pezzi e diamo un incarico al barone Frankenstein.

Daniele Tamburini

sabato, gennaio 10, 2015

Occhio per occhio, fa un mondo di ciechi

Le matite spezzate”: con questa espressione ricorderemo la strage di Parigi, l’assalto al giornale satirico Charlie Hebdo che ha causato almeno venti morti, contando anche la poliziotta francese, colpita vigliaccamente alle spalle, in una sparatoria a Montrouge, gli ostaggi e gli stessi terroristi. Gli attentatori hanno voluto colpire un simbolo: la libertà di stampa, anche se molto, a volte forse anche troppo, irriverente (mi chiedo quando si fermi il diritto di satira e inizi la mancanza di rispetto, ma questo è un altro discorso). Certo è che niente può giustificare il sangue versato. Una cosa è certa: non abbiamo bisogno, e quindi non dobbiamo, sollevare il tema dello “scontro tra civiltà”. Le diverse civiltà, proprio perché “civiltà”, hanno prodotto e producono un’infinita varietà di meraviglie storiche, culturali, comportamentali, culinarie. Chi commette stragi non è “civiltà”, e, nel caso di Parigi, lo sanno bene i moltissimi musulmani che hanno condannato con fermezza quanto è successo. Il dopo 11 settembre ha prodotto, oltre al dolore delle vittime e dei familiari, un rincorrersi esasperato di paure, di odio, di violenze. L’odio chiama odio: se un imam vicino allo Stato islamico (Is) ha rivendicato la strage, non faremmo che il loro gioco, se pensassimo ad una risposta “occhio per occhio, dente per dente”. Il terrorismo va combattuto con fermezza, ma anche con intelligenza e lungimiranza. Scendere sul loro terreno è impossibile, per una democrazia. I nostri “valori” non sono i valori di questi integralisti, inutile illudersi. Le guerre scatenate per “combattere i terroristi”, come è palese, non hanno distrutto il fenomeno. Il terrorismo si combatte togliendo al pesce l’acqua in cui nuota. Le simpatie filo terroriste che si possono avere in alcuni ambienti occidentali non verranno sconfitte dalla pura repressione: al contrario, si darebbe spazio alla mistica del martirio, che per tali realtà è una meta da raggiungere. È difficile convincersene, tanto più quando la rabbia e il dolore gridano vendetta, ma occorre sapere che l’apertura, l’integrazione, la convivenza, ovviamente con regole precise e concrete, sono le uniche strade. Altrimenti, come diceva uno che se ne intendeva, di lotta: “occhio per occhio fa un mondo di ciechi”. Si chiamava Gandhi: ha liberato il subcontinente indiano.

Daniele Tamburini

sabato, gennaio 03, 2015

Chi vorresti come presidente?

Sono prossime le dimissioni di Giorgio Napolitano. E sono molti i nomi che circolano come potenziali candidati
di Daniele Tamburini
Leggiamo nella Costituzione italiana, all’articolo 87: “Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica”. Quindi, il Presidente della Repubblica, nel nostro ordinamento, non ha un diretto ruolo di governo, ma nelle sue mani risiede una altissima responsabilità: quella di essere, appunto, il garante dell’unità nazionale. Ciascuno dei Presidenti che si sono susseguiti, da Enrico De Nicola (il primo, colui che firmò la Costituzione) a Luigi Einaudi (di lui successore, il primo ad essere eletto secondo le norme costituzionali), a Giovanni Gronchi, Antonio Segni (dimessosi in anticipo a causa di un ictus), Giuseppe Saragat, Giovanni Leone (anch’egli, travolto dallo scandalo Lockheed, si dimise in anticipo), Sandro Pertini (il Presidente partigiano, il più amato), Francesco Cossiga (l’ultimo ad essersi dimesso in anticipo), Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napoletano (l’unico ad essere stato incaricato per il secondo mandato), ciascuno, dicevamo, ha interpretato il ruolo in maniera personale e caratterizzata. Ricordiamo De Nicola mentre firma, sorridente, l’atto di promulgazione della Costituzione, attorniato da De Gasperi, Togliatti e Terracini; Einaudi, rigoroso intellettuale liberale; Gronchi, il primo democristiano, il cui mandato fu funestato dagli scontri di piazza del governo Tambroni; Segni, su cui si sono addensate le ombre dell’eversivo “Piano Solo”; Saragat, un vecchio resistente, il primo Presidente di centro sinistra (era socialdemocratico); Leone, giurista di fama, oggi in via di rivalutazione, ma che viene ricordato per gli scandali e per le corna scaramantiche che era uso fare; Pertini, l’amatissimo Presidente con la pipa, partigiano combattente, capace di discorsi memorabili come il famoso “Si svuotino gli arsenali, si colmino i granai!”, il Presidente che esulta per l’Italia che vince il mondiale di calcio, che saluta dolente e partecipe tanti morti negli anni di piombo, che non risiede al Quirinale. E poi Cossiga, personalità istrionica e controversa, il “picconatore” autore di esternazioni che, spesso, parvero travalicare il suo ruolo. Scalfaro, uomo di fede e di cultura, interprete del moto di ostilità del Paese verso quella politica dei corrotti e dei corruttori che veniva alla luce (egli accompagnò la riluttanza di Craxi a dimettersi dalla segreteria del PSI con le parole «chi ha salito le scale del potere deve saperle discendere con uguale dignità»). Ciampi, il livornese dal passato azionista, che cercò di vivificare negli italiani l’amor di patria, sottolineando l’importanza del Risorgimento, della Resistenza, dell'Inno di Mameli e del tricolore, oggetto di alto favore popolare. E, in ultimo, Napolitano, che si è scelto il ruolo di garante di una situazione tra le più difficili della Repubblica (con l’esplosione della crisi del 2008), accompagnando, in modo spesso irritale e oggetto di forti critiche, un percorso di riforme economiche e istituzionali certamente non condivise da tutto il Paese. Chi sarà il prossimo, o la prossima, Presidente? I nomi che circolano, più insistentemente in questi giorrni, sono quelli di Romano Prodi, Walter Veltroni, Pierluigi Bersani, Mario Draghi, Emma Bonino, Anna Finocchiaro e altri. In ogni caso, colui che sarà, dovrà fare i conti con una situazione difficilissima. Presumibilmente, sarà Presidente con la riforma istituzionale che toglie al Senato la caratterizzazione elettiva a suffragio universale. Dovrà vedersela con l’Europa del rigore, spesso, a senso unico. Con l’intenzione di fare un piccolo sondaggio, ho chiesto ad alcune persone (scelte tra i miei contatti di facebook e comunque tra coloro che si interessano di politica, perché ne sono parte attiva, per passione o perché sono cittadini interessati alla propria sorte): “Chi vorresti come presidente della Repubblica?”. Qualcuno mi ha fatto notare che, tra coloro che hanno risposto, prevalgono persone più vicine al centro sinistra. Il motivo risiede nel fatto che alcune persone notoriamente simpatizzanti della destra non hanno risposto o hanno gentilmente declinato l’invito. Ecco le risposte. Caterina Ruggeri «Vorrei Bersani. Persona seria, stimata, competente e con un grande rispetto delle istituzioni. Ha 63 anni: l’età giusta, non voglio un ottuagenario». Franco Albertoni «Direi che la senatrice Anna Finocchiaro potrebbe sicuramente essere una ipotesi interessante... ». Patrizia Signorini «Come presidente della repubblica vorrei Riccardo Muti. Uomo non compromesso e la cui storia professionale parla al mondo dell'identità culturale italiana. Cosa che nessuno dei candidati sopraelencati può minimamente rappresentare. Anzi: sono totalmente il contrario dell'animo del nostro paese». Alessandro Carpani «Prodi, Padoan, Bersani, Finocchiaro? No, grazie. Chi ha voluto l'euro e ha ucciso il nostro Paese non può rappresentare l'Italia, no ai servi di Bruxelles. Io vedrei bene al Colle una mamma disoccupata con figli, perché solo chi sa cosa vuol dire vivere nelle difficoltà può rappresentare al meglio questo Paese». Deo Fogliazza «l mio candidato é Romano Prodi. Ha grande esperienza internazionale (Presidente Commissione Europea, Alto Rappresentante ONU in diverse aree d Crisi nel mondo), è stato per due volte Presidente del Consiglio, è economista di fama internazionale, è stato il padre fondatore del PD ed ideatore di una delle poche novità politiche: l'Ulivo. Si è definito "cattolico adulto" dunque rispettoso della massima "Dare a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio ciò che è di Dio". Potrebbe/dovrebbe raccogliere le simpatie di gran parte del PD, del M5S, di SEL, di Italia Civica. Con Prodi l'Italia sarebbe più forte e rispettata nel mondo». Benito Fiori «Viviamo uno dei più bui momenti della politica e della nostra storia e la personalità chiamata a tanta responsabilità dovrebbe godere della stima di ogni parte politica e che però non vedo. Almeno dovrebbe avere, almeno, una storia personale inattaccabile, di grande esperienza politica e di grande cultura. Le meno lontane dal mio ideale sono la Finocchiaro e, benché indigesta all'opposizione, Gustavo Zagrebelsky». Antonio Agazzi «Gradirei una donna, conosciuta a livello internazionale, a 'scavalco' tra centro-sinistra e centro-destra, conoscitrice del sistema politico istituzionale italiano, con una storia politica alle spalle, specie in termini di impegno sul versante dei diritti umani: Emma Bonino... ma non accadrà». Elia Sciacca «Il mio candidato preferito è Stefano Rodotà essendo Professore di diritto costituzionale ex presidente dell’Autorità garante della privacy, è uno degli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.Il motivo perché lo ritengo una persona molto preparata sul funzionamento delle varie istituzioni dai toni pacati e molto disponibile al dialogo costruttivo ». Roberto Borsella «A mio avviso un candidato serio credibile è Casini. Lunga esperienza mediatore intelligente...che dire... forza Casini», Federico Fasani «Come provocazione direi Berlusconi. Ha esperienza e capacità. Come auspicio Enrico Letta. Giovane e stimato in europa, il vero scenario politico del futuro». Giorgio Everet «Vorrei un Presidente della Repubblica indipendente dai partiti, che pensasse al bene dell Italia, di tutti gli Italiani». Flaminio Cozzaglio «Sceglie la sinistra, che ha i numeri in più: spero si impegni a trovare un Ciampi; o almeno uno che non sia stato in prima fila nelle battaglie della politica». Agostino Alloni «Se fossi uno dei grandi elettori voterei, come Presidente della Repubblica, Massimo Gramellini. Siccome non avrà il consenso necessario voterei in seconda battuta Romano Prodi. MI sarebbe piaciuto votare per una donna che però fatico ad individuare, Emma Bonino non mi pare più una candidatura adeguata alla difficile situazione in atto». Carlo Malvezzi «Ad essere sincero non mi entusiasma nessuno dei nomi che circolano in questi giorni. Molti hanno un sapore antico, altri non hanno dimostrato la necessaria autorevolezza per ricoprire un ruolo di così grande prestigio. Se potessi indicare figure a mio giudizio adeguate proporrei Gianni Letta o Lorenzo Ornaghi per il loro equilibrio, preparazione, rispetto nei confronti di tutti e alto senso dello Stato, ma, essendo candidature improbabili, vedrei meglio di altri Mario Draghi». Giuseppe Trespidi «Il prossimo Presidente della Repubblica dovrà essere giovane vicino ai 60 anni, espressione della Politica: ancorato ai principi della Costituzione, rispettoso delle Istituzioni, con un prestigio nazionale e internazionale riconosciuto. Che abbia nel corso della sua vita dato dimostrazione di rettitudine e capacità politica. In quel ruolo vedrei bene Pierferdinando Casini». Giovanni Biondi «Il mio candidato per la Presidenza è Massimo Cacciari, filosofo e intellettuale, coltissimo ma attrezzato e competente rispetto alle liturgie della politica; sarebbe una Presidenza originale, moderna e innovativa». Carlalberto Ghidotti «Il nome, lo sappiamo, non sarà deciso da Forza Italia. Il mio auspicio è che sia individuato un soggetto slegato dalla vecchia politica e che risponda a valori trasparenti e liberali, in grado di garantire una presidenza davvero super partes». Iago Iachetti «Vorrei Pierluigi Bersani... l'uomo che riunisce l'Italia e la "ditta". Giancarlo Schifano «Credo che il prossimo Presidente della Repubblica sarà Bersani, un uomo delle istituzioni che ha contribuito volendo o nolendo all'ascesa politica di Renzi e ha saputo fare un passo indietro quando ha visto che il partito era spaccato. Sicuramente è il giusto riconoscimento nei confronti di una persona perbene,in grado di essere il garante della Costituzione». Roberto Vitali «Fare retorica elencando quali caratteristiche dovrebbe avere il nuovo Presidente o chi non dovrebbe essere tra i nomi che circolano e fin troppo facile. Allora, senza alcun timore di critica, dico Roberto Benigni». Roberto Poli Credo che Romano Prodi per la sua storia e la sua competenza abbia il profilo ideale del prossimo Presidente della Repubblica Rosita Viola «Vorrei Laura Boldrini perché ha esperienza europea ed internazionale. Ha il senso delle istituzioni ed è attualmente una persona che ha dimostrato di saper fare il Presidente della Camera con equilibrio e in dialogo con tutto il Parlamento. Conosce e riconosce i valori costituzionali in particolare il principio di solidarietà assolutamente necessario in un periodo di crisi generale per "restare umani"». Michele De Crecchio «Tutto sommato, sarei per indicare il buon Prodi, persona seria e consapevole, anche se modesto comunicatore, come purtroppo lamentava anche Montanelli». Gabriele Piazzoni «Il mio candidato presidente è Romano Prodi, persona onesta, con un grande carisma internazionale, simbolo vivente di un centrosinistra che non ha bisogno di fare patti del nazareno e altri indicibili accordi per dare un governo al paese. Una persona che ha saputo dimostrare nei suoi ruoli di governo di avere un altissimo rispetto delle istituzioni repubblicane, e che quindi può ridare il necessario credito alla politica italiana. Inoltre, per aumentare il peso dell'Italia nella difficile trattativa per la modifica dei vincoli economici europei, nessuna persona è più indicata di colui che seppe portare il nostro paese all'interno dell'eurozona ». Anselmo Gusperti «Propongo una rosa di tre nomi: Bonino, Grasso, Draghi. Bonino: donna, di assoluto livello, conosciuta e stimata in tutto il mondo, istituzionalmente affidabile. Ma é invisa alla Chiesa ed ai cattolici intransigenti, che pure sono una parte consistente degli italiani; Grasso: già vice naturale della carica, uomo istituzionale, costituzionalmente affidabile, ha già dato buona prova nel reggere il Senato, imparziale; Draghi: di assoluto prestigio, ma sta facendo il bene dell'Italia e dell'Europa là dov'é e lì dovrebbe rimanere». Francesco Zanibelli «Per quanto riguarda la questione presidenza della repubblica, credo che Mario Draghi possa essere il nominativo più indicato per il prestigioso incarico. Certamente si potrà dire di lui che è molto vicino a quel potere europeo e sovra europeo del quale una dolorosa testimonianza è rimasta col governo Monti, tuttavia la sua competenza e la sua autorevolezza potrebbero appresentare il nostro Paese meglio di altri candidati di cui su legge in questi giorni».

L'eterno presente

La fine del 2014 e l'inizio del 2015 sono stati caratterizzati da sciagure nei trasporti, terribili sul piano umano e cariche di domande su come vada questo nostro mondo (ci sono esseri umani che possono scomparire senza che se ne sappia nulla). Ma il dibattito politico, ormai, è in fibrillazione sull'elezione del (o della?) Presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano lascia, lo ha annunciato ufficialmente. Ai posteri un giudizio definitivo sulla sua opera, un settennato più uno scampolo. Per molti è stato un elemento di riferimento importante ed autorevole; per altri, non ha interpretato al meglio il ruolo super partes che la Costituzione attribuisce a tale figura, dando l'impressione, in più di una occasione, di sostenere, costi quel che costi, le scelte di chi governava, come le uniche possibili. D'altronde, il tutto sta nella biografia di Giorgio Napolitano, uomo d'ordine fin dai tempi delle epurazioni nel PCI napoletano. E adesso? Le candidature autorevoli non mancano: lo dimostra anche il breve sondaggio informale che pubblichiamo. Romano Prodi, Pierluigi Bersani, Anna Finocchiaro, Emma Bonino, Mario Draghi..., tutte persone assai qualificate e capaci. Ma, se qualcuno avesse dubbi su quanto possa essere bizzarro questo nostro Paese, la notizia, sotto traccia, più eclatante è quella di un possibile accordo tra Pd e Pdl su Romano Prodi. Proprio lui, colui che Berlusconi vede come il fumo negli occhi e che, nello scontro diretto, lo ha sempre battuto? E Prodi accetterebbe, dopo l'agguato che subì? Ma in politica, si sa, perlomeno in quella di oggi, è meglio non avere né ricordi né rimpianti. È l'eterno presente, lo abbiamo già detto. Sta di fatto che Prodi, ultimamente, è sempre più critico rispetto alla politica della U.E. La sua opinione è più che condivisibile: il rigore a senso unico strozza ogni possibilità di ripresa, e la Germania dovrebbe ricordare quando, per fronteggiare un momento eccezionale, ottenne l'allentamento dei vincoli. Io credo che i governi di Prodi siano stati importanti per il Paese. Soltanto con I suoi governi diminuì il debito pubblico. L'uomo è stimato: anche se critica la politica di austerity, non può certo essere giudicato un allegro scialone. Potrebbe essere lui la figura autorevole per ottenere un cambio di passo? Il semestre di presidenza italiana, a parte l'assicurare un buon posto a Federica Mogherini, non ha sortito grandi effetti. In Europa, in Italia, ovunque servono autorevolezza e preparazione. L'incertezza che ancora permane sulla sorte di chi era imbarcato sulla Norman Atlantic non deve essere metafora per il nostro futuro. 

Daniele Tamburini

sabato, dicembre 20, 2014

Altro che lotta ai privilegi L’unico taglio è sul lavoro

Era tutto prevedibile, tutto scritto. La riforma “epocale” delle Province, il cui padre, Graziano Delrio, se ne sta prudentemente in silenzio, in questi giorni, si dimostra pasticciata e irrealizzabile. Le funzioni non assegnate dalla legge medesima, ma esercitate ad oggi dalle Province, dovevano essere ripartite, con personale e risorse al seguito, tra Stato, Regioni, Comuni, e tutto questo entro il 31 dicembre. Non del 2050, ma del 2014. Delrio, Madia eccetera giurarono che così sarebbe stato. Figuriamoci: la legge di stabilità taglia pesantemente i bilanci di Comuni e Regioni e Province stesse e, con emendamento apposito, pare intenda tagliare del 50% la spesa del personale delle Province e del 30% quella delle Città metropolitane. Cioè: Regioni e Comuni non prendono le funzioni che non sono più proprie delle Province, che quindi rimangono in capo a queste ultime, le quali, però, dovranno ridurre il personale del 50% o del 30%. E questo personale “residuale”, dove andrà? Le risposte sono fumose: tribunali? A copertura dei pensionamenti statali? Non si sa bene. Bella roba: i risparmi effettuati non su privilegi, prebende e clientelismi, non combattendo veramente corruzione e evasione, non colpendo a fondo i tanti “casi Roma”, ma su servizi e lavoratori. Bravi, sette più. Altre 56.000 persone a rischio di non essere collocate e, quindi, di licenziamento, dopo due anni di messa in disponibilità. Ma che bell'impulso alla ripresa del Paese. Strade con le buche, frane non rimosse, scuole superiori senza manutenzione: ditte che, quindi, non riceveranno lavoro. Era chiaro a molti di noi che l'eliminazione dell'elettività a suffragio universale del Consiglio provinciale e del presidente - che comportavano spese risibili - fosse solo il preludio all'unico, vero risparmio, sciaguratamente individuato: un taglio immane delle spese sul personale e sui servizi. Bravi, davvero bravi a fare le riforme così. Riforme epocali... E questi vorrebbero riformare pure la Costituzione! Ma fateci il piacere! 
Agostino Poli

sabato, dicembre 13, 2014

Sono stufo di questo sottobosco aggrovigliato e puzzolente

Siamo in una situazione per cui i sindaci non possono che aumentare tasse e tariffe: tanto è forte l'impatto dei tagli previsti dalla legge finanziaria per il 2015, che ora, forse suona meglio, si chiama legge di stabilità. Le Regioni tagliano sulla sanità, la nostra sanità pubblica che, nonostante sprechi e disservizi, è ancora un nostro vanto nel mondo. Non si parli delle Province: dovevano essere traghettate verso una dimensione più snella e gestire servizi essenziali (manutenzione strade, edilizia scolastica): ebbene, la maggior parte non sa come pagare il personale e si parla, ormai apertamente, di licenziamenti. Si è fatto il Jobs act, insomma la riforma del lavoro, e, a parte l'articolo 18, qualcuno ha fatto due conti e dice che sarà molto più conveniente licenziare che stabilizzare. Uno storico ha scritto un libro, dal titolo: "La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi". Non penso che ci vogliano master esclusivi per capire che questo è vero. I ricchi, che la sanità se la pagano, che non hanno bisogno di asili nido, né di sussidi per l'affitto o la spesa, sono relativamente tranquilli. Noi stiamo nel Paese - pare - più corrotto dell'Occidente. Lo scandalo- Roma non cessa di rovesciare fango. Per anni ci hanno detto che parlare di giustizia sociale e di antifascismo era roba vecchia. I risultati si vedono. Renzi ormai arranca, è innegabile. Lui, di appartenenza democristiana, ma cantore della velocità, non ha fatto i conti con una realtà troppo complessa per essere gestita con superficialità e colpi di scena. E sì che l'essere democristiano avrebbe dovuto insegnarglielo. Gli ex DC hanno scippato il Pd sotto il naso agli ex comunisti. Che maestri! Senza prese del palazzo d'inverno, senza turbo, senza proclami. Lo hanno fatto e basta. Sono più furbi, più scaltri, lo sono da sempre.E il semestre europeo? Cosa porta a casa, quell'atteggiamento un po' bullesco e quell'inglese improbabile? Poco o niente, a parte l'incarico a Mogherini. O si mette mano davvero al sottobosco aggrovigliato e puzzolente in cui stanno insieme una certa classe politica, corrotti e corruttori a loro volta corrotti, mafia e criminalità, o non andremo da nessuna parte. È per questo che non si investe in Italia, e non basta certo un nome inglese ad una legge per dare risposte serie. Le patatine fritte si digeriscono male, anche se si chiamano chips.

sabato, dicembre 06, 2014

Il verminaio

Ci ho un po’ pensato: è un titolo troppo forte? Penso, però, di no. E’ evidente che mi riferisco a quanto è emerso del nodo affari-corruzionecriminalità a Roma. Una storia nauseante, di collusioni, di complicità, di malcostume. L’ennesima? Certo. Ma in tutte le storie vergognose c’è un punto che colpisce in modo particolare. Io penso a quella foto, quella in cui c’è anche un attuale ministro della Repubblica: sono tutti a una tavola imbandita. Politici, affaristi, pregiudicati. E penso a chi, quella tavola oggi se la sogna. Penso alle parole roboanti che certi politici pronunciano, sulla crisi, sulla necessità di fare sacrifici, sull’Europa che si aspetta questo e quello, sul fatto che siamo stati troppo spreconi .. certo, è stato detto anche questo, mi pare durante il governo Monti. Penso che non sia mai stato un caso l’attacco alla magistratura, attacco che perdura da alcuni anni; una magistratura che si immischiava troppo, secondo alcuni, in “cosa loro”, e per questo da limitare attraverso la “riforma della giustizia” E penso che, pur essendo senz’altro un “marziano” in questo sistema, Marino dovrebbe dimettersi, anche solo per dare un segnale. Penso, anche, che nessuno può chiamarsi completamente fuori: la nostra colpa è, ed è stata, quella nell’aver dato fiducia a questa gente, e lo dico in senso assolutamente bipartisan, come dimostrano fatti e appartenenze. Renzi, premier, ma anche segretario del Pd, fa commissariare il suo partito nella Capitale. Altro che commissario del Pd, qui ci vorrebbe il commissario Montalbano…

sabato, novembre 29, 2014

DITECI LA VERITA’

Vorrei scrivere un articolo intitolato: diteci la verità. Indirizzato a tutti. La verità è merce rara: forse lo è sempre stata, ma ora pare davvero la pietra filosofale. Così come la pietra cercata per secoli da alchimisti e scienziati, la verità potrebbe tramutare in oro tanta parte melmosa e scura dei tempi che viviamo. L’assenza di verità porta a smarrimento e incertezza. Che senso ha, si chiede il cittadino mediamente informato, che il governo parli dell’avvenuta creazione di decine di migliaia di posti di lavoro, quando l’Istat - non Landini – oggi, comunica cifre completamente contrarie? E come interpretare il fatto che i 5 Stelle abbiano fatto della trasparenza e della verità il loro cavallo di battaglia, quando la loro base si sta rivoltando contro Grillo e Casaleggio anche per l’assenza di limpidezza nel loro agire? E che dire dei movimenti ondivaghi che da sempre caratterizzano l’agire e le parole di Berlusconi, tanto che anche le persone di più provata fede di centrodestra faticano a capire e sono amaramente disillusi? Il populismo va a braccetto con la reticenza. Urlare slogan, per nascondere i fatti. Parlare alla pancia della gente, salvo fare marce indietro precipitose. Porsi come salvatori della patria, salvo passare il cerino in mano ad altri. Parlare di trasparenza, salvo sottrarsi al confronto e magari anche al conflitto. Blindare l’informazione (ahi, sindaco Galimberti). E’ inutile parlare di casa di vetro, se le pareti sono foderate di ovatta.

sabato, novembre 22, 2014

Temo l’arroganza e la paura altrui

Non so quanto possano giovare a Matteo Renzi gli attacchi furibondi, ormai quotidiani, rivolti al sindacato in generale e alla Cgil in particolare. Certo, è ormai palese che il consenso vero che egli cerca non sta in un elettorato legato, per cultura e storia, alle ragioni del lavoro di cui la Cgil è bandiera. Ma nel Pd il malessere cresce, e non tanto nei Civati, Mineo eccetera, quanto nella gente che, per dirla con Lucio Dalla, lo vive ancora come un partito ottimista e di sinistra. Renzi se la prende con lo sciopero generale del 12, ed è comprensibile. Meno comprensibile è dire che Camusso e Salvini siano le due facce della stessa medaglia. È vero, magari diversi iscritti Cgil votano o hanno votato Lega, magari condividono l’obiettivo di combattere la legge Fornero, ma questo paragone fa sicuramente torto ad entrambi e neppure rispetta le reciproche storie. Si sa che l’aggressività viaggia spesso con una scomoda compagna, la paura. Si sa che la situazione è da far paura: il Pil precipita e mette a rischio pure le pensioni, su cui tanti "attivi forzatamente inattivi" contano per campare, come diciamo anche in questo numero; la riforma del lavoro non avrà effetti salvifici, la finanza internazionale continuerà a speculare sui nostri malanni e via così. Temo le reazioni isteriche e non ponderate, temo gli attacchi a testa bassa nei confronti di chi obietta e critica, temo la paura altrui, temo, soprattutto, l’incapacità di affrontare l’emergenza senza perdere la testa, con slogan e minacce, contrapponendo invece che cercando la collaborazione, temo il piglio da uomo solo al comando che non può, non può stare al timone e cazzare la velatura. Temo chi non ha l’umiltà intelligente di trarre insegnamenti dal passato. Temo la mancanza di cultura, l’incapacità di rifarsi a quanto la storia ci insegna. In una parola, temo l’arroganza.
Daniele Tamburini

Tutti i danni della speculazione finanziaria

La crisi economica non si attenua, anzi nonostante le rassicurazioni del governo e l'invito ad essere ottimisti lanciato dal premier Renzi dall'Australia, le cose sembrano peggiorare. Disoccupazione crescente, aziende in difficoltà, tassazione alle stelle, sfiducia. Niente sembra far presagire una inversionedi tendenza.
Il governatore della Bce, Mario Draghi, ha detto che le stime di crescita dell'area euro sono state riviste al ribasso, che le previsioni per il 2015 e 2016 sono per una ripresa modesta ed insiste sul bisogno urgente di riforme strutturali, esortando sostanzialmente i governi a continuare nella politica di austerità. In un quadro
drammatico, ci hanno colpito le affermazioni dell'economista Nino Galloni, secondo il quale ci può essere una via alternativa all'attuale politica di austerità. Antonino Galloni è stato direttore generale al ministero del Lavoro e funzionario presso il ministero del Bilancio. Nel suo ultimo libro, “Il futuro della Banca", delinea una teoria bancaria e finanziaria rivoluzionaria, che se attuata potrebbe ridurre la pressione fiscale del 50%.
Professor Galloni vuole spiegare ai nostri lettori in che modo, secondo lei, si potrebbe ridurre la pressione fiscale e rilanciare la nostra economia?
Oggi siamo incastrati in una situazione drammatica: si tagliano le spese per ridurre le tasse, ma si dimentica che l’effetto di una riduzione della spesa pubblica sul pil è più che proporzionale sicchè il pil stesso si riduce e, per mantenere, i parametri europei occorre rimandare la riduzione delle tasse. Tuttavia se, a parità di tasse, il pil si riduce è chiaro che aumenta la pressione fiscale. Oggi, per la prima volta alle banche conviene riconoscere come funzionano veramente (anche la Banca d’Inghilterra ha pubblicato uno studio in questo
senso): creano moneta dal nulla indebitando imprenditori, depositi e conti correnti servono solo a gestire le richieste di liquidità dei clienti, quindi realizzano un immane margine operativo dato dalla differenza tra le rate dei prestiti e dei mutui meno i loro costi di funzionamento. Anche depositi e conticorrenti andrebbero tolti
dal passivo…è come se il gestore di un garage per occultare i guadagni mettesse le automobili parcheggiate al passivo! 
Gli ultimi governi sembrano avere un potere limitato o comunque subire in certa misura i cosiddetti poteri forti, economici e finanziari. Secondo lei è possibile intervenire sul sistema bancario, magari attraverso una legge dello Stato?
Allora, il punto di partenza è il ripristino della netta separazione tra banche di credito e banche speculative: se no, non si può far nulla neanche per liberare i governi dalla nefasta influenza della finanza. Oggi le banche avrebbero interesse ad allontanare debiti finanziari e crediti inesigibili che le porterebbero a perdere esse stesse autonomia nei confronti delle banche centrali e ad essere assorbite dalle concentrazioni finanziarie considerate troppo grandi per fallire.
Oggi l'Europa sembra accelerare il percorso verso l’Unione Bancaria Europea (Ube): che ne pensa?
L’Unione Bancaria Europea costituisce il punto di arrivo di tutta la strategia finanziaria iniziata decenni fa con la perdita di sovranità monetaria degli Stati: servirà a mettere le banche sotto la grande finanza che si arricchisce peggiorando la condizione dei debitori perché si basa sull’aumento della quantità delle emissioni,
non più sulla redditività dei singoli titoli finanziari.
A seguito della sua teoria, l'Italia dovrebbe, quindi, uscire dall'Euro...
Dall’euro non si esce con le chiacchiere, le utopie o i referendum, ma grazie ad un percorso di ripristino della sovranità monetaria degli Stati che, se stanno nell’euro devono ricominciare ad emettere moneta fiduciaria (buoni acquisto, certificati di credito, voucher, ciò non è impedito dai trattati europei) da far circolare presso i privati e poi recuperare con le tasse: la crescita del pil ed il riassorbimento della disoccupazione porteranno al miglioramento dei conti pubblici; contemporaneamente occorre liberare le aziende di credito dalle storture della finanza che serve solo ad accumulare debiti.
Mario Draghi, in questi giorni, ha ribadito che la scelta dell'euro è irreversibile, ma che la Bce non può obbligare nessuno a restarci. Secondo lei che significa? quali scenari prevede nel prossimo futuro?
Mario Draghi è uomo della grande finanza internazionale, ma si trova anche a fare il capo della BCE. Il progetto è quello di controllare la liquidità e ciò implica che gli Stati non possano emettere nessun tipo di moneta e la stessa funzione creditizia sia secondaria rispetto all’azione ben più pesante (ma lontana dall’economia reale) della finanza. Quindi, con questi due passaggi (gli Stati che ricominciano ad emettere moneta nuova, ancorchè fiduciaria, e le banche di credito che si liberano della speculazione)
se ne potrà uscire.

Nasce Artventuno.it, il nuovo quotidiano online

Mercoledì 26 novembre nasce un nuovo quotidiano online: lo troverete in rete all'indirizzo www.artventuno.it. Diciamolo subito: iniziamo una avventura coraggiosa, in tempo di crisi; ne siamo consapevoli. Iniziamo un percorso che ci auguriamo possa essere lungo, affrontando le difficoltà che certamente ci saranno, ma ricco di incontri e di esperienze positive. Vogliamo raccontare la società, nei fatti, nei progetti, nelle conquiste, nelle speranze ma anche nei conflitti, nelle ingiustizie e nelle prevaricazioni. Il nostro è un progetto indipendente: non abbiamo finanziatori né alcun contributo pubblico o privato. La situazione dell'informazione, a Cremona, la conosciamo bene: ne facciamo parte, ne conosciamo le dinamiche, i limiti, i condizionamenti, anche molto forti. La situazione economica e il forte calo della pubblicità inevitabilmente condizionano la nascita e lo sviluppo di una informazione autonoma, libera da condizionamenti politici e istituzionali. Noi abbiamo deciso di provarci, siamo determinati e pieni di entusiasmo, consapevoli che non sarà facile anche perché, appunto, l'unico sostentamento verrà dalle inserzioni pubblicitarie. Art. Ventuno, anche se nella fase di start up nasce come supplemento de "Il Piccolo", è di fatto una testata autonoma e se le cose andranno nel verso giusto lo diventerà anche formalmente, nel giro di pochi mesi. L'indipendenza è il presupposto fondante. Vogliamo dare voce anche a chi non ce l'ha: il nostro giornale vuole essere un luogo di confronto politico e sociale dove lo scambio sia privilegiato e calato nella realtà, lontano dai luoghi comuni e dall'omologazione: racconteremo la società che viviamo così come è. Polemizzeremo, criticheremo, ma con consapevolezza e senso di responsabilità. La nostra sarà un'informazione utile, in grado di recuperare vuoti e silenzi: vogliamo intercettare e dare spazio a chi quotidianamente vive la nostra città. Ecco che cos' è l'omologazione: piegarsi alle opinioni correnti, tenere sotto traccia i nodi di crisi, le contraddizioni, accettare che la realtà possa essere raffigurata in modo piatto e non nelle mille sfaccettature che la contraddistinguono. Partiamo fiduciosi perché abbiamo delle professionalità importanti per capacità ed esperienza: Federico Centenari, per tanti anni giornalista al quotidiano "La Cronaca", poi a “Cremona Oggi” e a “Mondo Padano”, è il responsabile della redazione. Lo conosciamo bene, ha collaborato anche a "Il Piccolo". Sarà affiancato da Mattia Guazzi, anche lui a "La Cronaca" e a "Mondo Padano". Fondamentale sarà l'apporto di validi collaboratori: tra questi Fabio Varesi e Alberto Guarneri. Inoltre autori qualificati ci aiuteranno ad affrontare temi importanti, attraverso rubriche settimanali. Siamo più che consapevoli delle difficoltà che incontreremo: per questo abbiamo posto particolare attenzione al piano dei costi, ma già dal primo anno dovremmo riuscire ad andare a break even. Seguiteci e sosteneteci. E, perché no, dateci un “in bocca al lupo”! 
Daniele Tamburini
redazione@artventuno.it

sabato, novembre 08, 2014

Libera, effetto a catena

L'effetto Gattopardo o rivoluzione soft? In casa Libera sembra prevalere la seconda ipotesi. La resa dei conti dopo che la fronda è stata sconfitta, pur facendo vittime illustri, porterà a cambiare molti nomi. Come già annunciato la scorsa settimana, il prossimo a cadere sarà il Direttore Guido Vezzoni, già sfiduciato. Intanto in settimana sono stati nominati i tre vicepresidenti, e i 4 rappresentanti di zona. I tre vice del nuovo presidente Pierluigi Filippini sono Lauro Valcarenghi (per i proprietari), Francesca Reverberi (per gli affittuari) e Sebastiano Bongiovanni (per i coltivatori diretti). Responsabili di zona Paolo Salomoni (Cremona), Alain Pelizzari (Crema), Ganfranco Visioli (Casalmaggiore) e Francesco Avogadri (Soresina). Il comitato di presidenza è stato poi completato con i tre scelti espressamente da Filippini: Giuseppe Tommaso Lanzoni, Ernesto Folli e Roberto Bellini. Di tutti questi, l’unico esponente dell’area che si è opposta a Piva è Salomoni. Quasi tutti rappresentano una novità, ma torniamo al punto di partenza: la lotta di potere in seno alla più potente associazione cremonese produrrà effetti concreti a cascata? In attesa di verificare le conseguenze nelle varie associazioni controllate, importanti novità sembra che interesseranno il settore dell’editoria. Si diceva che la direzione del giornale La Provincia (come noto edito da SEC, cioé dalla Libera) sembrava non dovesse cambiare. Nelle ultime ore pare invece che la poltrona di Vittoriano Zanolli non sia più così salda, ma anzi sembrerebbe scricchiolare pericolosamente. Lo dimostrerebbe un incontro che c’è stato giovedì in Piazza del Comune, alla sede della Libera, che lascerebbe intendere un cambio di direzione che avrebbe del clamoroso. Un cambiamento che, forse, al Principe di Salina strapperebbe solo un cinico sorriso.
Vanni Raineri

sabato, novembre 01, 2014

Non siamo in uno stadio

L'azione di governo, da quello locale a quello nazionale, non è un campionato di calcio, nel quale la parola d’ordine è: primum vincere. Anche perché chi vince lo scudetto gode di grande prestigio e i giocatori ne ricevono indubbi vantaggi (ingaggi migliori etc..), ma i tifosi, quando è tutto finito e lo scudetto è sulle maglie, stanno pari pari come il giorno precedente. L’azione di governo, invece, dovrebbe produrre cambiamenti reali, migliorare le cose, indurre a speranza: o no? Dispiace dire sempre le stesse cose, ma, in Italia, le fabbriche che ancora esistono stanno chiudendo o sono in procinto di farlo (ahi, il nostro vanto, il manifatturiero!), i negozi arrancano e chiudono anch’essi, le strutture di accoglienza turistica pure, non c’è un ragazzo o una ragazza, tra quelli che conosco, che dica seriamente: questo è il mio Paese, qui voglio restare. Anzi, se ci fosse, anche tra chi ci legge, ce lo dica, ce lo scriva, che ne avremo tanto bisogno. A poco servono gli slogan e le battute di spirito, le slides, gli effetti speciali e gli annunci. Non abbiamo bisogno solo di un partito che governi, comunque sia, ma di qualcuno che spieghi con certezza gli obiettivi che quel governo intende perseguire. Non ci interessano gli attacchi verso “il resto del mondo”, dal sindacato agli intellettuali gufi e rosiconi ai nonni attaccati ai loro privilegi (la pensione, spesso minima?) a chi ha il posto fisso e lo vorrebbe mantenere. Non ci interessa questo, non siamo sugli spalti di uno stadio. Vedo gente sempre più disperata in giro. Non starò a parlare, anche se ne avrei voglia, delle manganellate sulla testa a chi va in piazza a difendere il proprio lavoro. Non faccio un discorso novecentesco, ma un ragionamento molto terra terra: senza lavoro non si guadagna, senza denaro non si compra, non si consuma, l'economia non riparte, domanda e offerta si avvitano verso il basso. Non è difficile da capire. Questo non è calcio, non è poker. Qui, a suon di mazzate, rischiamo di restare a terra. E non importa se lo restiamo in una piazza o davanti alla ex stazione Leopolda.
Daniele Tamburini

sabato, ottobre 18, 2014

Il Tfr in busta paga

Il Tfr in busta paga a me sembra una di quelle “pillole miracolose” utili solo per il profitto di chi le propone. Partiamo dall’Abi (l’Associazione Bancaria Italiana) che si è resa subito disponibile alla possibilità che le banche finanzino le imprese per smobilizzare il Tfr, purché ci sia la garanzia statale. E ti pareva! Poco importa che l’eventuale garanzia statale possa far aumentare il debito pubblico. La cosa dovrebbe funzionare in questo modo: le imprese che dovranno erogare il Tfr ai lavoratori, che ne faranno richiesta, si rivolgono alla banca la quale, una volta ottenuta la garanzia statale, eroga i soldi per smobilizzare il Tfr che va nella busta paga del dipendente. In busta paga, però non arriva nella sua interezza, perché il Tfr, al quel punto, per lo Stato costituisce materia imponibile da tassare. In altre parole, lo Stato tassa oggi ciò che avrebbe dovuto tassare domani, oltretutto con una aliquota superiore (di sicuro per i redditi superiori a 15mila euro annui). Fantastico! Nel frattempo, sono pronto a scommettere che le banche troveranno il modo di cartolarizzare i crediti concessi per smobilizzare il Tfr e che, forti della garanzia statale, andranno dalla Bce proponendoli a garanzia di nuovi prestiti: migliorando così anche i coefficienti di erogazione del credito alle imprese, che è condizione essenziale per non dover rimborsare in anticipo i prestiti ricevuti nel mese di settembre, cioè i 27 miliardi destinati al credito alle aziende, ma con i quali, di fatto, comprano titoli dello Stato. E coloro che avranno richiesto l’anticipo, perché di anticipo si tratta (sono soldi loro!) cosa ci faranno? Soprattutto le famiglie in difficoltà probabilmente lo utilizzeranno per pagare le utenze scadute, o le rate del mutuo sospese, o magari il debito con Equitalia, così lo Stato recupera. Con buona pace del rilancio dei consumi. Semplicemente geniale!

Daniele Tanburini

«Che la Banca d’Italia torni a battere moneta»

Alberto Bagnai, docente di politica economica: «Uscire dall’euro? Sì. Ciò permetterebbe di rilanciare l’economia, riportando la disoccupazione sotto al 7% in 5 anni»
«L’intransigenza tedesca è quella dell’usuraio che strozza il debitore. Alla fine perdono tutti. L’attuale sofferenza dell’economia tedesca ne è una prova»
L’Unione Europea? Non è l’Europa: è un mostro di burocrazia, un bancarottiere

seriale che ha portato fallimento ovunque abbia imposto le sue regole»
di Daniele Tamburini
Durante la manifestazione del Movimento Cinque Stelle al Circo Massimo di Roma, nello scorso week-end, il leader del movimento, Beppe Grillo, ha rilanciato il tema tanto discusso dell’Euro e, in particolare, l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. «Faremo un referendum sull’euro. Raccoglieremo un milione di firme», ha annunciato Grillo. C’è una indubbia questione di fattibilità di un referendum, su questa materia: la strada sembra difficilmente percorribile, per due motivi: il primo è che non è ammissibile un referendum popolare sui trattati internazionali, così sancisce la Costituzione Italiana; il secondo è che, molto probabilmente, i mercati, già durante il periodo di raccolta delle firme, metterebbero sotto pressione l'Italia. Al di la di questo, quella di Grillo è una chiara scelta politica, che alimenta il dibattito: Euro si, Euro no. Ne parliamo con il professor Alberto Bagnai, docente di Politica economica all’Università “Gabriele d’Annunzio” di Pescara e collaboratore del Centro di ricerca in economia applicata alla globalizzazione dell’Università di Rouen. Professor Bagnai, il dibattito politico si riaccende, dopo l’annuncio di Grillo, sulla questione dell’Euro. Alcuni schieramenti politici fanno dell’uscita dell’Italia dall’Euro la loro bandiera, facendo leva sul malcontento creato dalla crisi economica e anche sulla distanza che separa le istituzioni europee dai cittadini. Si è infranto il “sogno europeo”. Perché questa “Europa” è sempre più malvista dagli italiani? 
«Perché le attribuiscono, a ragione, la causa della recessione più grave nella storia dell'Italia unita, dopo quella causata dalla Seconda guerra mondiale. Di tutte le macroregioni dell'economia mondiale, l'Eurozona è la sola a non aver recuperato terreno dopo la crisi Lehman del 2008. Le ultime previsioni del Fmi prevedono che il Pil europeo tornerà ai livelli del 2008 nel 2016. Nel frattempo quello mondiale sarà cresciuto del 38%, sempre rispetto al 2008. È la conseguenza dell'aver adottato un sistema di regole monetarie e fiscali troppo rigide, inadatte a cogliere le sfide della globalizzazione». 
La domanda che molti si fanno: l’Italia, ma soprattutto gli italiani trarrebbero vantaggio dall’uscita dalla moneta unica? 
«Sì. Posso anticipare che secondo le valutazioni del centro studi Asimmetrie, che verranno esposte l'8 novembre prossimo nel quadro della conferenza "L'Italia può farcela?", alla presenza di economisti e politici quali Bertinotti, Boldrin, Cuperlo, Meloni, Salvini, un riallineamento del cambio dell'entità che si ritiene plausibile per l'Italia (circa il 20% rispetto ai paesi del Nord Europa, circa il 10% rispetto al dollaro) permetterebbe di rilanciare l'economia, riportando la disoccupazione sotto al 7% in cinque anni. L'inflazione arriverebbe a un massimo del 4% nel secondo anno, poi tornerebbe rapidamente verso il 2% previsto dalle regole europee, che oggi non vengono rispettate condannandoci alla deflazione. La maggiore crescita avrebbe un impatto positivo sui conti pubblici, riportando il bilancio in pareggio dopo due anni e il debito sotto al 120% del Pil in 5 anni. L'incognita qui non è economica. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha certificato che i paesi in regime di cambio flessibile crescono di più e reagiscono meglio a crisi globali. Il problema è di ordine politico: riusciranno i politici a garantire una gestione ordinata dello smantellamento dell'Eurozona? In un secolo si son dissolte circa cento unioni monetarie, gli aspetti tecnici sono noti, la difficoltà consiste nel regolamento dei rapporti di debito e credito fra i paesi membri. L'intransigenza tedesca è quella dell'usuraio che strozza il debitore. Alla fine perdono tutti. L'attuale sofferenza dell'economia tedesca ne è una prova. Bisogna sperare che convinca il governo tedesco a un atteggiamento cooperativo». 
Quali conseguenze subirebbero coloro che hanno contratto un mutuo, un finanziamento, che ovviamente è stato negoziato in euro? 
«Nel 1992 gli Ecu erano a tutti gli effetti valuta straniera, e quindi le rate dei mutui contratti in Ecu aumentarono del 20% in conseguenza dello sganciamento della lira dal Sistema Monetario Europeo. Questa esperienza, che qualcuno ricorda, non si applica al caso odierno. Oggi l'euro è valuta a corso legale in Italia, quindi i mutui denominati in euro e disciplinati dal diritto italiano verrebbero convertiti in nuove lire ai sensi dell'art. 1281 del Codice Civile, quello che venne applicato quando uscimmo dalla lira. A una rata di 500 euro corrisponderebbe una rata di 500 nuove lire, così come a uno stipendio di 2000 euro uno di 2000 nuove lire. Il valore interno della nuova valuta (e quindi il potere d'acquisto) non verrebbe particolarmente alterato. Il vantaggio della ridenominazione è poter aggiustare il valore esterno della valuta, il cambio con le valute dei partner, facendo ripartire le esportazioni e diminuire le importazioni». 
E’ possibile stimare di quanto si svaluterebbe la nuova moneta, diciamo la “nuova Lira” tanto cara agli italiani? 
«Sì. L'entità degli squilibri accumulati lascia prevedere una svalutazione fra il 20% e il 30%. Su questo tutte le valutazioni concordano. L'impatto sui prezzi interni non sarebbe uno a uno. Chi dice che una svalutazione del 20% farebbe rincarare la benzina del 20% è un ciarlatano, per l'ovvio motivo che il costo del greggio corrisponde a una parte non preponderante del prezzo alla pompa (fatto per lo più di accise, caricate di IVA). Ad esempio, il centro studi Asimmetrie, in uno studio pubblicato ad aprile su asimmetrie.org, ha calcolato che in caso di svalutazione del 20% della nuova lira il prezzo della benzina aumenterebbe del 6%. Del resto, dal 6 maggio l'euro ha perso più del 9% rispetto al dollaro, e il prezzo della benzina della benzina sta flettendo, anziché aumentare del 9%. Gli argomenti terroristici usati dai media mostrano immediatamente la corda a contatto coi dati. La benzina è aumentata quando Monti alzò le accise di 10 centesimi per restare nell'euro». 
E il debito pubblico? 
«La percentuale di debito pubblico governata da legislazione internazionale è inferiore al 5%. Per questa parte, il rimborso ci costerebbe il 20% in più, ma col rilancio dell'economia è un costo che potremmo permetterci. Il problema più rilevante potrebbe essere dato dalla dinamica dei tassi di interesse. Voglio ricordare che nel 1992 lo sganciamento dagli accordi di cambio fu seguito da una diminuzione dei tassi». 
La Banca d’Italia tornerebbe a battere moneta? 
«Certo, lo scopo è questo, riappropriarsi di sovranità monetaria. 177 stati sovrani al mondo ne beneficiano, esclusi i 18 sventurati dell'Eurozona, coi risultati che vediamo. Peraltro, la possibilità di battere moneta renderebbe il governo italiano perfettamente liquido nella propria valuta nazionale, calmierando i tassi con un effetto analogo a quello che si verificò nel 1992». 
In quanto tempo il Paese potrebbe svincolarsi dall’Euro e cosa accadrebbe all’Unione Europea? 
«Lo sganciamento avrebbe effetti immediati nei rapporti internazionali, e in tutte le transazioni regolate con moneta bancaria (Bancomat, bonifici, assegni). Le moderne tecnologie di pagamento ovviamente ci facilitano il compito. C'è poi il problema pratico dello smaltimento del vecchio circolante (che potrebbe richiedere anche più di un semestre, ma è gestibile, dato l'ammontare relativamente esiguo di transazioni regolate per contanti). Quanto all'Unione Europea, essa non è l'euro, né l'Europa. L'Unione Europea è un mostro di burocrazia, un bancarottiere seriale che ha portato fallimento ovunque abbia imposto le sue regole (Grecia, Spagna, Portogallo), è una creatura politicamente opaca, al cui vertice siedono persone come Katainen, premiato col posto di Commissario agli Affari Economici dopo aver fatto perdere al suo paese, la Finlandia, in qualità di primo ministro, sette posizioni nell'indice di sviluppo umano della Banca Mondiale. Questo organismo necessita di una profonda riforma, e il primo passo di questa riforma è lo smantellamento dell'euro, che sta portando al collasso l'economia e la civiltà di quello che una volta era un faro di cultura e progresso, l'Europa». 
In conclusione… 
«In conclusione, il disfacimento dell'euro non è un evento probabile: è un evento certo. Ormai anche economisti ultraortodossi come Zingales (che da sempre avrebbero preferito un euro a due velocità) lo ammettono, se pure a denti stretti. Non è mai esistito nella storia dell'umanità un sistema monetario così rigido fra paesi così diversi, quindi il suo superamento è inevitabile. Governi responsabili dovrebbero gestire questo processo anziché subirlo, ma per questo è indispensabile che presso i cittadini maturi una maggiore consapevolezza. Il sistema dell'informazione italiana finora non ha contribuito molto in questo senso, preferendo argomenti terroristici a ragionamenti pacati. Speriamo che il buon senso prevalga».

lunedì, ottobre 13, 2014

«La legge delega sul Job act? Una cornice vuota»

Intervista a Andrea Bordone, avvocato giuslavorista. «Non vi è una riga su una cosa importante, l’uscita dal rapporto di lavoro»
«Il Governo deve dire cosa vuole metterci dentro. Assurdo pensare che si aiuti chi non ha garanzie togliendole a chi le ha»
Nei giorni scorsi, la legge delega per cosiddetto "jobs act" è stata approvata in Senato, con 165 voti favorevoli, 111 contrari e 2 astensioni. Di questo tema, difficile, su cui si è aperto uno scontro aspro, abbiamo parlato con Andrea Bordone, avvocato giuslavorista. «La prima cosa che ritengo sia necessario sottolineare è che nella delega approvata la Senato c'è molto poco sull'articolo 18, tanto che c'è una discussione aperta su quello che farà il Governo all'interno della legge delega - spiega l'esperto -. Attualmente è come una delega in bianco. Non dimentichiamo che una legge deve essere sufficientemente chiara rispetto al potere legislativo che viene attribuito al Governo. Soprattutto non vi è una riga sulle questioni importanti, come l'uscita dal rapporto di lavoro, che è poi il tema centrale in discussione - spiega ancora Bortone -. Molti giuslavoristi ci tengono a fare presente che l'articolo 18 è sempre stato un presidio fondamentale e un elemento di dissuasione rispetto ai licenziamenti infondati. E per ora non vi è nessuna prova del fatto che togliere una tutela ai lavoratori porti alla creazione di nuovi posti di lavoro». Inoltre, l'articolo 18 in realtà è già stato modificato ai tempi del governo Monti. «Dopo la legge Fornero, il ricorso relativo alla legittimità o meno del licenziamento si propone entro sei mesi, il giudice decide normalmente dopo una o due udienze in tempi piuttosto brevi - spiega ancora il giuslavorista -. Se il giudice ordina la reintegrazione, il risarcimento non può essere superiore alle dodici mensilità; se il licenziamento viene dichiarato illegittimo, ma non viene disposta la reintegrazione (il che, dopo la riforma Fornero, avviene in molti casi), da 12 a 24 mensilità. Ritengo che comunque sia necessario che il giudice abbia la possibilità di reintegrare il lavoratore per i casi di licenziamenti illegittimi. E' una regola che vale da oltre 40 anni, che è stata in vigore anche nel periodo del boom economico e che non è mai stata un problema per la crescita. Ciò detto, la questione della tutela rispetto al licenziamento illegittimo è una normativa che esiste in tutta Europa, anche se sotto diverse forme. Non è certo una originale normativa italiana che ci pone fuori dal sistema economico. E d'altro canto mi sembra assolutamente corretto che vi sia questa forma di tutela, a meno di non voler tornare al licenziamento ad nuntum, che ci farebbe tornare indietro di almeno 100 anni. Insomma, sarebbe preoccupante che si togliesse al lavoratore la possibilità di difendersi. Affermare di voler combattere la precarietà dopo aver liberalizzato totalmente il contratto a tempo determinato è un'evidente contraddizione in termini. Ma soprattutto, lascia perplessi che si pensi di tutelare maggiormente il precariato giovanile togliendo tutte le tutele a chi già le ha. Credo sia una stortura. Si dovrebbe invece ampliare il numero delle tutele a chi ora non ne ha. Il contratto a tempo determinato è stato in questi anni lo strumento di gran lunga più in voga per tenere i lavoratori in condizione di permanente incertezza. Fino a un paio di anni fa era prevista una regola banale ed efficace: per assumere a termine bisogna che ci sia un'esigenza contingente, a termine, appunto. La presenza di quella regola ha consentito in questi anni a migliaia di lavoratori di ottenere la stabilizzazione del proprio rapporto di lavoro, dopo la triste e consueta serie infinita di assunzioni, intervalli, nuove assunzioni, proroghe, pause e quant'altro. Quel principio è stato dapprima scalfito dalla legge Fornero e poi letteralmente demolito dal governo Renzi con il cosiddetto decreto Poletti (niente causale per tre anni)». Ultima riflessione è quella sul tipo di tutele che si vogliono dare. «Si parla di ampliare la tutela per la disoccupazione, ma l'impressione è che non vi siano le risorse per garantirne la copertura - spiega Bordone, nell'evidenziare che ora il governo dovrà far sapere cosa vuole fare esattamente, in «una legge delega che è solo una cornice vuota. Credo abbiano voluto portare avanti l'idea di aver fatto qualcosa ai vertici europei. Per questo hanno fatto approvare con tutta fretta un provvedimento scrivendo un testo giuridico i cui contenuti sono ancora tutti da verificare.