venerdì, agosto 26, 2011

Non si possono risolvere i problemi con la stessa mentalità di chi li ha generati


Da tempo non assistevamo ad un agosto così pesante, con la politica, l’economia, la finanza protagoniste e la gente a vivere con grande preoccupazione fenomeni poco comprensibili e, però, direttamente in rapporto con le tasche ed il futuro di ognuno. Ma riassumiamo brevemente i fatti: le agenzie di rating tolgono l’indice massimo di affidabilità agli USA, con conseguente crisi di fiducia a livello mondiale e il terremoto dei mercati. L’Italia, più di altri, paga la sfiducia nei propri confronti, sicuramente accompagnata da manovre speculative rispetto alle quali nessuno sembra capace di opporsi: cresce la forbice con i Bond tedeschi, l'Europa compra i nostri titoli di Stato, ma, con una lettera assai fantomatica (tutti giurano che c’è, ma nessuno ne mostra il contenuto), la Banca centrale europea intima al governo italiano di accelerare con fermezza la riduzione del debito pubblico. Viene così partorito “il decreto d’agosto”, tra polemiche infinite, strattoni da tutte le parti, smentite e contro smentite, una crisi nei rapporti politici all’interno del Governo, già assai labili, una grande confusione e la certezza che, quando si arriverà al voto in aula, il decreto non sarà più quello, e nessuno, al momento, pare sapere che cosa sarà. Ma se il cittadino passa dalla farmacia, intanto vede che qualcosa è già cambiato, sicuramente per lui. La maggior parte dei commentatori appunta qui le critiche alla manovra: tagli, e niente sviluppo. Tagli, e niente investimenti. Tagli e tagli ma non agli sprechi, ma non ai privilegi delle caste. Einstein diceva che non si possono risolvere i problemi con la stessa mentalità di chi li ha generati.

Daniele Tamburini

giovedì, agosto 25, 2011

Intervista al professor Angelo Baglioni, docente di economia politica alla Cattolica di Milano: Ma cos’è questa crisi? Cosa stiamo rischiando?

 Un agosto che ha portato uno scenario economico e finanziario davvero preoccupante. Una situazione di forte crisi dei mercati e delle economie, che ha obbligato il Governo italiano a mettere mano all’ennesima manovra “lacrime e sangue”. Ma questa crisi, in che cosa si differenzia dalle precedenti? Perché provoca questi sconquassi nei mercati e negli Stati? E’ legittima la grande preoccupazione che si percepisce ovunque? Ce lo spiega Angelo Baglioni, docente in economia politica presso l'Università Cattolica di Milano, facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative. «Ci sono vari focolai di crisi da prendere in considerazione. In Europa il maggiore è quello che deriva dai debiti sovrani, a partire da quello della Grecia, che è esploso un anno e mezzo fa, seguito da Spagna, Italia, Irlanda e Portogallo. Una crisi, quella greca, che non è mai stata affrontata attuando un piano di salvataggio con respiro di lungo periodo. Si sono fatti due piani di aiuti, il cui ultimo risale a un mese fa, ma entrambi parziali e non definitivi. Dunque la crisi greca è stata gestita con incertezza. Ad essa si è poi aggiunta quella italiana».
Ci potrebbe spiegare con chiarezza quali sono le caratteristiche “particolari” della situazione italiana?
«Da un lato, una manovra economica giudicata insufficiente e che ha portato a forti contrasti all'interno della maggioranza, con forti difficoltà per il Governo nell'impostazione di una politica fiscale che porti alla diminuzione del debito. Dall'altro lato, ha inciso anche l'indebolimento del Governo stesso, troppo spesso interessato da liti e contrasti interni alla maggioranza stessa. Tutto questo ha portato al crollo del mercato, e all'attacco speculativo al debito pubblico italiano»
E questo significa…
«Che le banche e gli istituti finanziari hanno iniziato a vendere i titoli del debito italiano perché c'è stata una crisi della fiducia nel Paese e nella sua capacità di far fronte ai suoi debiti. Tutto ciò ha portato a un calo dei prezzi dei titoli sul mercato, con aumenti del tasso di rendimento di un punto e mezzo percentuale (dal 4 al 6,5%). 
Al centro del dibattito, però, c’è anche la bassa crescita dell'economia...
«Questo è un'altro grande focolaio di crisi, che riguarda sia l'Europa che gli Stati Uniti. Osserviamo infatti, in questo senso, dei dati molto negativi in tutta l'area euro. Anche la Germania, che è sempre stato un paese trainante, nel secondo trimestre del 2011 ha segnato un tasso di crescita vicino allo zero. Questo ha portato ad una situazione di difficoltà nelle borse europee. Tra l'altro, l'Ocse ha fatto delle previsioni di crescita in ribasso, un po' per tutta l'Europa. La fragilità delle crescita si nota anche negli Usa, che però, pur avendo un problema di debito troppo elevato, possono ancora contare nella fiducia degli investitori nel tesoro americano. Il crollo delle borse di tutto il mondo, a cui abbiamo recentemente assistito, è legato a questa situazione. La cosa vale anche per le borse asiatiche, che dall'altro lato hanno a loro volta i propri problemi. In Cina ed India si osserva un'inflazione piuttosto alta, alla quale le banche rispondono innalzando gli interessi. In Giappone invece, come da noi, esiste un problema di debito pubblico elevato».
Si parla del rischio di una nuova recessione. E' un'ipotesi veritiera?
«Anche se basarsi solo sugli ultimi dati è rischioso, perché bisogna osservare le cose sul lungo periodo, non nascondo che questi dati preoccupano e non vanno ignorati. I dati di crescita così bassa per l'Europa e per gli Stati Uniti lanciano un campanello di allarme, e non si può escludere il rischio di una crescita negativa, o comunque molto vicina allo zero. Questo si traduce nell'impossibilità di creare nuovi posti di lavoro, il che porterebbe a nuovi problemi sociali, ma anche economici, perché si renderebbe difficile una ripresa della finanza».
Quali sono gli indicatori che devono essere monitorati?
«Il Pil prima di tutto. Accanto ad esso vi sono poi degli indicatori di fiducia dei produttori, degli indici del settore manifatturiero, la richiesta di sussidi di disoccupazione, le casse integrazioni, ecc».
Esistono analogie tra la situazione attuale e la crisi americana del '29?
«L'analogia principale è appunto la crescita bassa, che potrebbe trasformarsi, come accadde allora, in una decrescita. Per il momento non siamo a quel livello, perché allora vi fu una forte recessione e deflazione, e mi auguro che ci terremo fuori dal rischio di arrivare a una situazione simile».
Ci sono pesanti critiche nei confronti dell'operato dei governi.
«Il governo italiano ha avuto grandi carenze nella manovra di finanza pubblica recentemente approvata. Si è concentrato sull'incremento delle entrate, e soprattutto sull'aumento delle imposte. I tagli agli enti locali, infatti, si tradurranno inevitabilmente in nuove tasse sulla cittadinanza, perché è l'unico strumento che hanno per reperire nuove risorse. Dunque abbiamo una manovra fortemente sbilanciata sul lato delle entrate. Ma non è questo il modo per risolvere i problemi di finanza pubblica nel lungo periodo, in quanto è dimostrato che più un governo incassa, più spende. Si dovrebbe invece mettere sotto controllo la spesa, ma in questo senso il Governo italiano ha fatto molto poco. Ad esempio un intervento sulle pensioni di anzianità sarebbe stato auspicabile, invece è stato bloccato da una parte della stessa maggioranza. Allo stesso modo è stata piuttosto debole la decisione sul taglio delle Province: avrebbero dovuto eliminarle tutte, come si era ipotizzato all'inizio, e non solo alcune. Ma la cosa più grave è che questa manovra è decisamente negativa dal punto di vista della crescita, perché se si continua a colpire il reddito dei lavoratori e delle aziende con imposte, si ottiene un forte disincentivo a lavorare e a investire. Al contrario, la pressione fiscale andrebbe alleggerita, in modo che vi sia una maggiore disponibilità di reddito. Infine questa manovra ha parecchie lacune anche dal punto di vista dei processi di liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici. Si è scaricata tale responsabilità agli enti locali, ma a livello nazionale non viene fatto nulla».
Qualcuno ha criticato anche le scelte degli Stati Uniti.
«I l Governo americano ha la colpa di aver gestito male il problema dell'aumento del tetto del debito. Come è noto, la legge americana prevede che perché il debito possa aumentare oltre un certo tetto, è necessaria un'autorizzazione del Parlamento. La situazione è però stata gestita male e in modo complesso, con una trattativa estenuante, che si è chiusa all'ultimo momento con parecchie perplessità, e ciò ha creato preoccupazione negli investitori. La critica è quindi di aver gestito la cosa in modo pasticciato, mentre si sarebbe potuto fare tutto molto più rapidamente e senza intoppi».
Cosa ci dobbiamo aspettare nel futuro?
«Difficile fare previsioni, allo stato dell'arte. Sono infatti tanti gli scenari aperti. L'unica certezza è la preoccupazione. Il rischio più estremo, quello che speriamo di non dover mai affrontare, è che si arrivi a un dissolvimento dell'area Euro, qualora gli Stati sovrani non fossero più in grado di risollevarsi. Tuttavia, per il momento, la cosa più probabile è che ancora a lungo si vada avanti come stiamo facendo ora, con i governi che trovano soluzioni in extremis per tirare avanti, senza però arrivare a soluzioni definitive. Manca una leadership forte che sappia prendere in mano la situazione ed evitare che le cose precipitino. L'Europa in questi giorni ha ipotizzato l'emissione di Eurobond e quella sarebbe una proposta interessante, perché vedrebbe sostituire parte dei titoli di debito statali con quelli europei. Essi dovrebbero essere gestiti da un'agenzia europea, che si finanzierebbe sul mercato, e a sua volta finanzierebbe gli stati membri a tassi più bassi di quelli che pagano attualmente per i propri titoli di debito. Questo consentirebbe agli Stati di ridurre il costo del debito: non sarebbe la soluzione a tutti i problemi, ma senza dubbio rappresenterebbe un grosso aiuto. Per il momento però questa resta solo un'ipotesi, vista l'opposizione della Germania, la quale teme che una manovra di questo tipo si tradurrebbe in maggiori costi per lei, cosa peraltro non vera».

venerdì, agosto 05, 2011

Stare sul Titanic: quali le reazioni

Gli italiani hanno paura della crisi economica. E’ un sentimento diffuso e palpabile. Lo conferma il sondaggio di Ipsos-Sole 24 Ore: il 78% degli italiani ha paura della crisi e il 54% considera inadeguato il governo a farvi fronte. A temere di più oggi sono le classi medie, con la certezza che il peggio debba ancora venire. E lo scenario della Spagna e della Grecia non sembra più così lontano. Anche perché se addirittura negli Stati Uniti si è rischiato il default, nessun Paese può sentirsi al riparo della bufera. E non certo l’Italia, da tempo annoverata tra i Paesi a maggior rischio, detti spregiativamente Pigs. Il crollo delle Borse, anche se in parte legato ad attacchi speculativi, alimenta un effetto di panico che porta molti a vendere per il timore che il denaro finisca per essere travolto dal ciclone finanziario. Il panico per il default Italia è alimentato anche dalla percezione di una classe politica inerme di fronte alla bufera e per di più lontana e distante, arroccata nei Palazzi. La notizia della chiusura per ferie della Camera per 40 giorni, pur con tardiva parziale retromarcia, è la prova provata dell’incapacità della classe politica di cogliere l’attuale «umore della piazza». L’interventodel presidente del Consiglio non è stato all’altezza del momento, limitato a generiche rassicurazioni che nonhanno rassicurato nessuno, a partire da piazza Affari che è scesa ancora in picchiata. Trovarsi, come ha detto Tremonti, sul Titanic che affonda, può scatenare reazioni anche forti di contestazione alla classe politica, considerata responsabile e per di più gravata da forti sospetti di diffusa corruzione che ci ricordano l’era Tangentopoli. L’indignazione ora veleggia online, ma il passo alla Piazza può essere breve. E’ successo in Grecia, è successo in Spagna dove Zapatero ha dovuto dimettersi. E’ giunto il momento degli indignati italiani? 

di Roberto Poli
erre.poli@yahoo.it

venerdì, luglio 29, 2011

La Lega fa il regalo di compleanno al sindaco

Il fatto è inedito, per certi versi sorprendente, e lascia capire fino in fondo quanta preoccupazione stia creando la situazione economica e finanziaria del nostro Paese. In una nota congiunta, imprese, banche, cooperative, artigiani, commercianti, agricoltori e alcune organizzazioni sindacali sottolineano la loro "forte preoccupazione", lanciando un ultimo appello per chiedere al governo misure per la crescita: “serve una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti” e soprattutto“ discontinuità”. Spaventa Giuliano Amato che, richiamando il 1992, rilancia la proposta di misure eccezionali, lacrime e sangue, per ridare equilibrio alla finanza pubblica: "Mi colpisce che forse non c'è nel Paese una sufficiente consapevolezza sulle dimensioni del rischio che stiamo correndo". E la Marcegaglia rincara la dose: “Dobbiamo cambiare o affonderemo tutti insieme". La situazione appare molto seria, ma le risposte del governo non sembrano dare sufficienti garanzie di credibilità. C’è un clima da “il nemico è alle porte”, eppure l’esecutivo è particolarmente concentrato sui temi della giustizia e sul decentramento di alcuni ministeri. E nel giorno in cui il ministro Fitto, a nome del Governo, chiede la fiducia sul cosiddetto “processo lungo”, il tasso dei BTP sale al 5,7%. Tradotto in parole povere significa tanti miliardi di interessi in più da pagare. E arrivando dalle nostre parti, anche qui in un clima pesante dal punto di vista economico, si assiste ad un durissimo scontro sugli incarichi e le poltrone delle partecipate, con la Lega che fa il regalo di compleanno al sindaco:” Perri non è autonomo dai poteri forti”. Ma se il sindaco “non va bene, perché ha tradito il mandato, ed è una marionetta manovrata dai poteri forti” allora, cara Lega, coraggio uscite dalla maggioranza e vediamo quel che succede. Che ognuno si assuma le proprie responsabilità.

Daniele Tamburini

venerdì, luglio 22, 2011

L’amara medicina per il Paese, non per il Palazzo

Ai cittadini si chiede di pagare salato, da subito, e la politica taglierà (alcuni) suoi costi, ma solo poi. È l’impressione più evidente che sta percorrendo il Paese. Un’impressione che ha solide radici reali, se si analizza la manovra, divenuta legge n. 111 lo scorso 15 luglio. Ho letto, tra le prime righe del testo: “Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni... ” per stabilizzare la finanza, contenere la spesa pubblica eccetera. Gli obiettivi, quindi, sono questi. Peccato che anche le tasche da cui si pesca siano sempre le stesse, e che non ci siano segnali apprezzabili di riforma del Paese, magari abolendo davvero privilegi e sinecure. Sarà per questo che i mercati hanno reagito in modo molto confuso? E la classe politica? Si passa dal solito ottimismo (divenuto quasi fastidioso) alle visoni apocalittiche, passando per quella che forse è la vera questione: la scarsa credibilità. Una credibilità che si gioca, appunto, anche sul piano della condivisione dei sacrifici. Se non si recupera la fiducia dei cittadini nella cosa pubblica e in chi riveste le più alte cariche, il rischio è l’antipolitica peggiore, quella che finisce col rifiutare i meccanismi stessi della democrazia. Non si tratta di rifiutare la politica, che è un atteggiamento molto pericoloso, si tratta di abolire i privilegi di casta: proprio come nella Rivoluzione francese, se vogliamo. È uno schiaffo leggere che “l'amara medicina è solo per il Paese, non per il Palazzo": lo scrive Famiglia Cristiana. Ci chiedono sacrifici e senso di responsabilità e per questo, approvano la manovra in un batter d’occhio. Io, però, sacrifici da parte di deputati e senatori non ne ho visti. Voi?

Daniele Tamburini

giovedì, luglio 14, 2011

La guerra di Segrate

La cosiddetta “guerra di Segrate”, lo scontro tra l’Ingegnere e il Cavaliere, tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi per il controllo della Mondadori, sembrerebbe giunta, dopo 23 anni, ad una conclusione. Ammonta a ben 560 milioni di euro la somma che la sentenza di secondo grado definisce come congruo risarcimento dovuto dalla Fininvest alla Cir di De Benedetti. Somma che molto probabilmente, salvo clamorosi accadimenti, la Cassazione confermerà. Alcune persone bene informate sostengono che, con questi soldi, l’Ingegnere intende comprare La7, la televisione che il telegiornale di Chicco Mentana sta contribuendo a far crescere velocemente in qualità e numeri. La mia memoria torna a quegli anni. Io c’ero, infatti, e ricordo gli uomini, le facce, i discorsi, le animosità, le sensazioni, le emozioni. Nel 1988 ero alla pubblicità del quotidiano La Nuova Sardegna (socio di maggioranza il Gruppo Editoriale Espresso). Era il mio primo incarico di una certa importanza, dopo una breve ma straordinaria esperienza a Pavia. Fu un periodo intenso, complicato, travagliato; mi ritrovai nel bel mezzo di una lotta intestina tra chi non voleva assolutamente perdere poteri e privilegi e chi intendeva dare vita ad un nuovo corso, cercando di fare piazza pulita del “vecchio”. Accade spesso. L’inizio fu veramente difficile. Alfonso Puviani, il mio capo di allora, resosi conto della situazione mi disse: “Sai che ti dico? Adesso sono cavoli tuoi”. E se ne tornò a Milano. Tutto sommato,queste sue parole, furono per me di grande stimolo. Nel frattempo scoppia la guerra di Segrate: nel 1989 dipendo da Berlusconi, poi sono di nuovo con De Benedetti, fino al 1991, quando l’attuale premier divenne presidente della Mondadori. Lo ricordo bene: già allora, alcuni sostenevano che, al processo per dirimere il lodo tra i due contendenti, la sentenza fosse stata comprata (si parlava di dieci miliardi di lire). Cominciò la ribellione di giornalisti e maestranze. Intervenne Giulio Andreotti che, preoccupato dello strapotere mediatico (tv e giornali) tutto a favore di Bettino Craxi, riuscì ad imporre una mediazione, che di fatto era una spartizione: a Berlusconi libri e periodici, al gruppo Espresso “Repubblica” e i quotidiani locali. Fortuna volle che, in quel periodo burrascoso, ebbi modo di conoscere persone straordinarie per carisma e per capacità. Il principe Caracciolo, gran classe, del quale si diceva camminasse sospeso venti centimetri dal suolo. Lio Rubini, Mario Lenzi, Marco Benedetto, Carlo Cravero, Lorenzo Pellicioli. E poi Corrado Passera, Sergio Carlesi, Odoardo Rizzotti, Valter Santangelo. Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa, gliene sono grato.
A Sassari ho ancora molti amici, vorrà dire qualcosa?

Daniele Tamburini
daniele.tamburini@fastpiu.it

venerdì, luglio 08, 2011

Forse manca una gamba

Il decreto manovra del Governo è stato, alla fine, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Finalmente una certezza, dopo i contrasti, le liti, i pronunciamenti, il toglimetti che hanno contraddistinto gli ultimi giorni(con il clamore destato dalla “norma sul Lodo Mondatori”). Tutti i commenti, anche quelli più favorevoli al Governo, si chiedono dove sia l’altra gamba di un tronco costituito dalla necessità estrema di ripresa che ha il nostro Paese: la prima, l’obiettivo del pareggio di bilancio, va senz’altro bene, ma le politiche per lo sviluppo? È arduo vederle, nella manovra. Abbondano i tagli agli enti locali, e molti amministratori, anche di centro-destra, si chiedono che ne sarà dei servizi sui territori, non solo dei livelli di assistenza sociale – in questo numero, si può leggere quanto sia preoccupato il Terzo settore – ma anche del trasporto pubblico,delle politiche di sostegno alle imprese e degli investimenti. “Ci usano come un bancomat”, dicono i Comuni, e Alemanno incalza: “Con i tagli i Comuni sono ridotti a nulla”. Ma non era, questo, il livello di governo più vicino al cittadino, casomai da valorizzare, anche per dare fiato al federalismo fiscale, che così sembra diventato davvero solo una formula vuota? Nella nostra intervista al deputato della Lega Silvana Comaroli appare chiaro che, per il partito di Bossi, la manovra è più accettata che condivisa. E le imprese? Non si aspettavano la semplificazione normativa e amministrativa, l’adeguamento delle infrastrutture territoriali e tecnologiche, una maggiore efficienza, una spinta all’innovazione? E i cittadini, cosa si aspettano? Che le cose si rimettano in moto, che i giovani possano studiare con soddisfazione, che gli stessi giovani, e non solo, possano trovare un lavoro dignitoso, che tornino a circolare denaro, produzione, investimenti. E che torni a circolare speranza. Forza e coraggio.

Daniele Tamburini

venerdì, luglio 01, 2011

STRADA SUD

-Se ne parla fin da...-. Se ci pensate, questa frase ricorre spesso quando, nel nostro Paese, si parla di grandi opere pubbliche: che sia la TAV, o il ponte sullo Stretto, oppure le centrali nucleari, o la Strada sud della nostra Cremona. È del tutto evidente che l’Italia soffra di una cronica carenza di politiche programmatorie. Non siamo certo fautori dei piani quinquennali di sovietica memoria, ma è un fatto che, attraverso la programmazione degli investimenti, delle linee di sviluppo dei territori, e anche, perché no, delle scelte in materia di formazione, istruzione, ricerca, un Paese possa creare e condividere un’idea di futuro. Altrimenti, accade che le grandi opere siano come le sirene che ammaliano con il loro richiamo e poi portano, metaforicamente, a scontrarsi con la realtà. Accade allora che alla TAV non sia contraria solamente la posizione: purché non nel mio giardino! ((si chiama posizione NIMBY, acronimo inglese per Not In My Back Yard: “Non nel mio cortile”, appunto) ma anche alcuni studiosi che la ritengono ormai obsoleta, in quanto i flussi e la tipologia di traffico ferroviario sono oramai cambiati. Sono i numeri che parlano... per non dire delle centrali nucleari, che il referendum ha comunque cancellato, ma la cui realizzazione avrebbe comportato tempi non solo lunghi, ma in completo scostamento dalle scelte fatte da altri Paesi e dallo sviluppo tecnologico. È cresciuta la coscienza ecologica dei cittadini, che vedono grandi pericoli ambientali nella realizzazione di opere di forte impatto. Lo leggiamo anche nella nostra inchiesta: si considera l’impatto troppo oneroso, rispetto agli ipotetici vantaggi. La Giunta di piazza del Comune si è sempre vantata di saper ascoltare la gente, lo faccia anche questa volta. Insomma, occorre stare in contesto, stare nel presente con lo sguardo volto al futuro. La politica italiana, a tutti i livelli, spesso si affanna sui veti reciproci, o sugli interventi spot, o sui cosiddetti tagli lineari, quelli indifferenziati, appunto senza programmazione alle spalle (aspettiamo comunque di vedere la manovra finanziaria di queste ore). Ma il bene comune richiede altro. Io la penso così.

Daniele Tamburini

venerdì, giugno 24, 2011

Gli esami di maturità

I temi dati agli esami di maturità sono sempre stati un buon indicatore dello “stato dell’arte” del Paese. A saperli leggere, anche quest’anno è così. Ci sono state le polemiche, inevitabili e scontate, sulla fuga di notizie, ma sembra che si tratti di un  fenomeno circoscritto e contenuto (pare che su Twitter, prima delle nove, si sapesse tutto). Ce ne sono state altre, forse più fondate, sul merito. Prendo per esempio il tema su Ungaretti. Grande poeta, ma mi pongo alcune domande. A parte che ignoravo la poesia su Lucca, e che mi ha fatto piacere leggerla (però questa è una mia mancanza), siamo sicuri che, in tutte le scuole superiori, Ungaretti si faccia? Intendo, in modo approfondito, riuscendo a inserire la sua poetica non solo nella storia del Novecento letterario, ma nella corrente dell’ermetismo europeo, e così via? Senza contare l’aspetto dell’analisi linguistica. A giudicare dai commenti che si leggono, direi di no. E allora, è un po’ la solita storia: un libro dei sogni su come dovrebbe essere l’Italia e il sistema Paese, declinato, in questo caso, nell’istruzione e nella cultura, e una realtà che invece è ben diversa. Con la scuola e l’Università che arrancano: il ministro Gelmini ha detto che si tratta di portare a fine la riforma. L’ennesima. Più che riformare, non sarebbe il caso di far funzionare quel che c’è? Ne abbiamo tutti un gran bisogno. Non vorrei che un verso della poesia, bellissimo (“Non mi rimane più nulla da profanare, nulla da sognare") diventi la riflessione amara di tanta gioventù. Se pensiamo alle condizioni di instabilità e di incertezza, che in questo periodo storico, i nostri giovani soffrono ecco che tutto torna: gli esami di maturità specchio del Paese. Propongo un referendum legislativo: una legge che obblighi i ministri a sostenere periodici esami di maturità.

venerdì, giugno 17, 2011

Libertà è partecipazione

Questa volta, l'appello a non votare, per i quesiti referendari, non ha funzionato: il 54,8% degli aventi diritto si è recato alle urne. Si calcola, inoltre, che il 28% dei votanti si sia comportato in modo difforme da quanto indicato dai partiti di riferimento. Sarà perché le decisioni da prendere erano comunque concrete, sostanziali, e non consistevano in fumosi programmi elettorali o in logiche di schieramento "a prescindere". Poi, la sorpresa: l'atteggiamento dei giovani, la loro partecipazione. Noi lo avevamo detto, già nei mesi scorsi. Avevamo parlato dell'emergere di un nuovo protagonismo giovanile, basato su parole d'ordine amare, ma di chiarezza adamantina: siamo la generazione senza futuro, vogliamo parola, diritti, opportunità. In una nostra inchiesta, fatta lo scorso anno, avevamo registrato come i giovani fossero tornati ad interessarsi alla politica, a cominciare dai problemi della scuola. Lo si è visto nelle recenti consultazioni amministrative: Milano, Napoli, Cagliari e non solo, dove il voto giovanile è stato determinante. Hanno usato i mezzi a loro più congeniali, il web, facebook, i blog. Mentre le Tv davano pochissimo risalto all’appuntamento referendario, nella rete si è sviluppato un grande dibattito, ampio e coinvolgente, promosso anche da comitati spontanei. Hanno convinto, hanno vinto. I risultati dei referendum, come ogni fatto politico, non stanno solo qui, è evidente: è anche la protesta contro la politica del governo, è il malessere, sempre più palpabile, della Lega, è la stanchezza verso risse, grida e tensioni continue che la gente trova ormai inconcludenti e irritanti. Ma attenzione: la voglia di partecipazione che si è espressa e' un fenomeno nuovo, da non sottovalutare, e sbaglierebbe quella forza politica che volesse semplicemente appropriarsene, senza comprenderla e farsene interprete. D’altro canto, quel partito che riuscisse ad intercettare questo vento che sale, acquisirebbe un capitale enorme. Quanto a noi, siamo contenti quando la gente si esprime liberamente con il voto perché: libertà è partecipazione, come cantava Gaber.

Daniele Tamburini

venerdì, giugno 10, 2011

Aria Pulita

Che cosa vuol dire innovare? Sostanzialmente, accettare le sfide. Le sfide che pongono il mondo globalizzato, le nuove frontiere dell’energia, la tentazione crescente a delocalizzare le produzioni, i nuovi desideri ed i nuovi gusti, insomma: la realtà che cambia. Anche per questo parliamo spesso dei giovani: sono i più propensi, per natura, a sperimentare, a spostarsi, a mutare abitudini e mentalità. Anche per questo, insistiamo sulla necessità di una istruzione di qualità, che fornisca sapere ma che, soprattutto, formi uomini e donne orientati in questo senso. Innovare vuol dire anche rischiare, non pensare che tutto sia garantito. Ma per far questo, occorrono comunque delle reti di salvataggio. È come l’acrobata, che si lancia, ma sa che, se il suo volo dovesse fallire l’obiettivo, troverebbe sotto di sé una rete robusta in grado di attutire la caduta. Prima considerazione: un dibattito politico serio dovrebbe porsi il problema dell’adeguatezza delle reti. Invece, si passa dalla difesa di garanzie granitiche, a volte di privilegi – pensiamo a certi incarichi “a vita” - fino alla cancellazione delle garanzie pensiamo a tutto quello che è “precariato”. Seconda considerazione,non possiamo farne a meno, prendiamo fiato, e parliamo dello scandalo legato al calcio. Ovviamente, è compito della magistratura stabilire, qualora esistano, le responsabilità. Una domanda sorge però spontanea: ma che gioco è questo? Che sport è mai? A quali partite abbiamo assistito? E’ vero che, probabilmente, stiamo parlando di poche “mele marce” ma, perché chi aveva fondati sospetti rispetto a ciò che stava accadendo, ha girato la testa dall'altra parte? Non siamo nati ieri, sappiamo che per denaro c'è gente che farebbe di tutto. Eppure, in Gran Bretagna le scommesse sul calcio avvengono forse da sempre. Probabilmente, c’è un sistema di regole e controlli più strutturato. E allora anche qui si impone con urgenza un intervento drastico. Ma, ed è la terza considerazione, il problema sta secondo me anche in due parole: cultura sportiva. Cultura della competizione sana, del “mettersi in gioco” senza trucchi. Pare che, negli USA, alla fine dei campionati di basket e football dei licei, proprio le squadre professioniste ultime in classifica siano le prime a poter scegliere i giovani talenti. I club più forti lo faranno nella stagione successiva. La morale è: una cultura sportiva corretta non accetta che vinca sempre il più potente, piuttosto che il migliore. E soprattutto, non trucca le carte. Proprio come dovrebbe accadere sempre nella vita. A proposito di Sport, la prossima settimana vado a vedere i campionati italiani giovanili di canottaggio: lì si respira aria pulita, almeno credo.

Daniele Tamburini

sabato, giugno 04, 2011

Referendum: si vota anche sul nucleare

L'ufficio elettorale della Corte di Cassazione ha stabilito che le modifiche apportate dal governo alle norme sul nucleare non sono tali da precludere il referendum. Voteremo, quindi, il 12 e 13 giugno su quattro quesiti: due sull’acqua pubblica, uno sul nucleare, uno sul legittimo impedimento. Ci pare una buona notizia, perdiverse ragioni. La prima è che votare è comunque un diritto. Anzi, un diritto-dovere. L’articolo 48 della Costituzione è chiaro: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Si pensi all’importanza e, direi, alla bellezza di questa espressione: il suo esercizio è un dovere civico. Tutti i cittadini sono elettori: il voto, quindi, è parte fondamentale del concetto di cittadinanza. Penso a tutto questo mentre, io che ho una certa età, ricordo il famigerato: “andate al mare e non votate”, autore Bettino Craxi, a proposito del referendum di Mario Segni sulla preferenza unica. Correva l’anno 1991: tempi di Prima Repubblica, anche se ormai in declino. Non gli portò bene. Molti anni dopo, siamo a deplorare la disaffezione verso la partecipazione politica, il fenomeno dell’astensionismo, l’opinione comune che la politica sia diventata un “mestiere” e non un servizio alla collettività. Quindi, andiamo a votare, secondo coscienza e convinzione. Lo strumento referendum ci dà la possibilità di dire la nostra su alcune scelte che, in un modo o nell’altro, incideranno sulle nostre vite: penso soprattutto al nucleare. Raccogliamo il più possibile notizie ed opinioni, valutiamo bene, e poi, andiamo a votare. Personalmente sono, da sempre,contro il nucleare; voi votate come ritenete più opportuno, ma andate a votare.

Daniele Tamburini

Lo stile gentile

Che qualcosa stesse mutando, nel Paese, era chiaro: anche L’esito della tornata elettor l’atteggiamento dello stesso premier, pur nel suo leggendario ottimismo, mostrava qualche ombra. Come sempre, luoghi comuni e pregiudizi vengono spazzati via, prima o poi, dalla realtà. Si sono spese troppe parole, per esempio, sul disimpegno dei giovani: il voto amministrativo, nelle due tornate, lo ha smentito. Si è parlato a lungo di disaffezione alla politica, senza considerare che, probabilmente, si trattava di disaffezione verso un certo modo di fare politica, lontano dalle cose e dalle situazioni concrete. Comunque la si pensi, il Paese ha visto svilupparsi un nuovo protagonismo, a partire dalle proteste studentesche, passando per il 13 febbraio, con tantissime donne, e anche uomini, in piazza. La sensazione è che il centrodestra, forza di maggioranza al governo del Paese, abbia un po’ smarrito il polso della situazione. Vanno in questa direzione le prime dichiarazioni della Lega sul voto di Milano: ci sono la disoccupazione, la crisi economica, il precariato, di questo si doveva parlare, altro che di ideologismi passati o di auto rubate chissà quando! Il Palazzo è sembrato sempre più chiuso, impegnato a difendere privilegi castali, piuttosto che a risolvere i problemidelle persone in carne, ossa e mutui in corso, lavoro incerto o perduto, potere d’acquisto in forte calo, eccetera. Il terremoto, però, è stato davvero forte. Tale da far sorgere mille domande. Per esempio, lo stile gentile di Giuliano Pisapia. Vorrà dire qualcosa, la fiducia ottenuta da una persona che ha improntato il suo discorso ai toni della gentilezza e della mitezza: tutt’altra storia, rispetto alle grida, ai volti arrabbiati e al dito medio alzato della Santanché. Parole come dialogo, incontro, confronto, e non la retorica della paura: ce n’è già tanta paura, in giro, perché alimentarla? Viviamo un’epoca di transizione che pare infinita: questo risultato, comunque la si pensi, chiude una fase e ne apre un’altra. Comunque la si pensi, in questi anni il carisma di Silvio Berlusconi ha dettato le regole ed ha stabilito anche il campo di gioco. Se questo carismaappare in declino, il passaggio dal carisma all’istituzione, dall’eccezionalità alla normalità, come ha scritto Michele Salvati, è sempre difficile. Si aprono scenari nuovi un po’ dappertutto. Qui a Cremona, il risultato delle amministrative si innesta in una situazione interna alla maggioranza, già complicata di suo. Quali scompigli porterà il vento del voto nelle questioni locali e nel difficile giuoco di equilibri dell’Amministrazione Perri? Adesso cosa accadrà? Secondo me, per il momento niente. Il Sindaco, intervistato a pagina 4, dice che bisogna vedere cosa succederà a livello nazionale, ma lui per adesso non si muove: niente rimpasto. Mi fa venire in mente, non so se qualcuno si ricorda, quella parodia che Corrado Guzzanti faceva di RomanoProdi davanti alla stazione: "Io sto qui fermo, non mi muovo, fermo immobile, dietro la linea gialla...". E l’ipotesi della “minacciata” lista civica? Lui fa intendere che non è interessato.Ma che peccato... erano già in molti pronti a saltarci su.

Daniele Tamburini

venerdì, maggio 27, 2011

Ma le studiano la notte?

Ho letto nei giorni scorsi, con grande interesse, l’intervento di un importante economista, per lungo tempo figura di spicco della Banca d’Italia, Pier Luigi Ciocca. La sua diagnosi sullo stato dell’economia italiana è impietosa, ma contiene alcuni dati molto interessanti. Il più rilevante, a mio parere, è che, a partire dagli anni 2000, non solo si è verificato un rallentamento della crescita, ma un calo dei livelli di produttività. Dice Ciocca: per fare un’automobile ci vogliono più persone, più tempo, più capitale, quindi, è andato particolarmente male il cuore della produttività, cioè il progresso tecnico e l’innovazione. Ancora una volta, si individua nella scarsità di innovazione il punto centrale dello stato di crisi del nostro Paese: uno “stato dell’arte” che coinvolge imprese e istituzioni, insomma la nostra ossatura. Innovazione e ricerca, ne abbiamo parlato molte volte. E infatti … e infatti, si parla di spostare alcuni Ministeri a nord. Parte il totoMinisteri: la salute? L’economia? Ma anzi, no: tutto bloccato, non è vero, non si fa. Invece sì, si fa, va fatto! Mi chiedo: sono questi, gli interventi, le soluzioni innovative, la ripresa di cui la gente e tutto il Paese ha bisogno, più che del pane? È questa la risposta da dare ai nostri giovani, quelli che pongono domande precise e dure, come fa Valentina, in questo stesso numero? Ma non disperiamo mai. Ciocca conclude dicendo che la società italiana ha il lavoro, il risparmio, la tecnologia, l’imprenditorialità per tornare a crescere. Coraggio.

Daniele Tamburini

venerdì, maggio 20, 2011

Milano: Moratti o Pisapia?

Fare una previsione su come andrà il ballottaggio alle elezioni amministrative di Milano equivale a indovinare un terno al lotto, e neppure mi interessa farlo. Dalla vicenda, però, sono emersi alcuni punti interessanti. È davvero strano, il nostro Paese: sicuramente non si può mai dare niente per scontato. Erano elezioni, queste a Milano, su cui il capo del governo aveva davvero puntato molto. Berlusconi raramente sbaglia cavalli e strategie di corsa: eppure, questa volta l’elettorato non l’ha premiato, come non ha premiato la Lega, della quale molti attendevano lo “sfondamento”. Forse, il partito di Bossi ha scontato i malumori della base che mal sopporta gli Scilipoti e i Romano, oltre ad un gregariato “a prescindere”. Pare, ora, che la Moratti abbia puntato il dito contro il livello eccessivo di scontro che ha permeato la battaglia elettorale, soprattutto negli ultimi tempi. Forse non è stato opportuno insistere sui giudici “metastasi cancerose”, in una Milano che non ama gli eccessi. Sì, il nostro è un Paese strano. Una forza, il PdL, che intende parlare al cuore moderato della società, eppure adotta certi toni e amplifica le dichiarazioni denigratorie di chi vuol essere più berlusconiano di Berlusconi; e, al contrario, la Lega, da sempre battagliera, magari “sopra le righe”, che cerca di rimettere al loro posto le parole e usa toni davvero “di governo”: abbiamo ascoltato la ferma e convinta dichiarazione di solidarietà con i giudici del presidente del Piemonte Cota. E’ un segno dei tempi? Forse, la gente si è stancata di proclami, furori e promesse roboanti e chiede concretezza, scelte, ascolto dei problemi veri? Ripeto, non è possibile fare previsioni. Ma, come ha esortato più volte il presidente Napolitano, forse è più produttivo abbassare i toni, non cercare il conflitto da stadio, cercare invece proposte e soluzioni: la locomotiva tedesca si è rimessa in moto, viaggia ad un ritmo di crescita del 4,8% su base annua. Se Milano fosse laboratorio per questo ritorno alla concretezza, comunque vada, sarebbe senz’altro un bel risultato. Per tutti.

Daniele Tamburini

venerdì, maggio 13, 2011

La minaccia del futuro

Desidero tornare, a costo di ripetermi, sulla situazione del mondo giovanile nel nostro Paese. Ne scriviamo all’interno del giornale. L’Istat ci dà, purtroppo, ancora brutte notizie dal fronte lavoro: il tasso di disoccupazione è cresciuto a marzo, e il 26% dei nostri giovani è senza lavoro. Stiamo parlando di giovani di età compresa tra i 15 ed i 24 anni: l’età in cui ci si affaccia alla vita. Il dato è estremamente preoccupante anche perché l’Italia ha bisogno di crescere e può crescere, come dicono gli economisti e gli addetti ai lavori, solo recuperando una produttività totale dei fattori. Per non parlare dei cosiddetti Neet (Non in Education, Employment or Training), ossia i giovani che non sono più inseriti in un percorso scolastico-formativo, ma neppure impegnati in attività lavorativa: si tratta di due milioni di soggetti. Dobbiamo avere il coraggio di dirci che, in questo modo, non si va da nessuna parte. È importante, certo, che si salvaguardi il patto di stabilità o che diminuisca il debito pubblico, ma è più importante dare una speranza per il futuro. Dai debiti ci si può liberare, dalla crisi si può uscire, anche se la cinghia, ormai, è forse giunta all’ultimo buco: ma una generazione consegnata all’assenza di futuro, quella si rischia di non poterla recuperare. Ha detto un filosofo che, per questi giovani, il futuro non si presenta più come una promessa ma come una minaccia. E’ ora di fare, seriamente, qualcosa di concreto. Mi viene in mente una frase di Pier Paolo Pasolini: “il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”.
Sto forse perdendo il mio ottimismo?

Daniele Tamburini

martedì, maggio 10, 2011

Un’altra musica

Non c’è ancora certezza sui modi e sui tempi – e le immagini, quelle che abbiamo visto, non aiutano a far chiarezza – ma l’uccisione di Bin Laden è uno di quegli eventi destinati a far rumore immediato e a mettere radici nel futuro. Perché una cosa è certa: morto lo è sicuramente. Parlando degli effetti immediati, che ricaduta si avrà sulla situazione di un’area del mondo cruciale per l’approvvigionamento ed il mercato del petrolio e del gas? È quanto si chiede, tra gli altri, il professor Francesco Timpano, di cui ospitiamo un intervento in questo numero del giornale. Ma non solo. Nel momento in cui sembravano indeboliti sul piano della coesione interna, vulnerabili su quello economico, esposti al sorpasso cinese in economia, gli Stati Uniti alzano la testa, compiono un’operazione di forte impatto, anche mediatico, e il discorso di Obama fornisce nuova linfa alla speranza ed alla fiducia. Abbiamo letto di manifestazioni di grande ottimismo, anche da parte della gente comune. E Obama, nel suo discorso, senza trionfalismi, ha richiamato le parole care a tutto il suo mandato: la capacità di orgoglio, di reazione, di tenacia e, soprattutto, di unità. Obama sa che dovrà chiedere ancora molto al suo popolo, e che la sua agenda è in ritardo sui programmi elettorali. Ma non sollecita divisioni, anzi richiama l’unità. L’unità, la coesione, la coerenza di intenti, pur nelle diversità, con l’obiettivo di fare il bene del proprio Paese. Uniti si vince. È perlomeno evidente che la musica, qui da noi, è ben altra.

Daniele Tamburini
Venerdi 6 maggio 2011

venerdì, aprile 22, 2011

Ma non dobbiamo mollare

Scrivere è comunicare, o almeno dovrebbe. Fa sempre piacere scrivere e trovare rispondenze e risonanze in altre persone. «Sa, ho letto il suo fondo, mi ha fatto pensare... ». È accaduto anche in questi giorni con alcuni ragazzi dell’ITIS “Torriani”, ne siamo molto felici. Certo che, un conto è cercare di analizzare e coinvolgere nelle proprie modeste riflessioni, magari cercando sempre di dare spunti di ottimismo; un altro sarebbe poter disegnare uno scenario credibile per il futuro, una prospettiva, un orizzonte. Il paradosso è proprio questo: tutti – operatori economici, forze datoriali, organizzazioni sindacali – chiedono a gran voce sinergia e cooperazione per disegnare, appunto, un orizzonte e una prospettiva. Che poi il cammino per giungerci sia lungo e difficile, è un dato, ma camminare avendo dinanzi a sé una meta è molto, molto importante. Che accade, invece? Giungono segnali ed indirizzi contrastanti, per dire, dal ministro dell’economia e dal governatore della Banca d’Italia. Oggi la società nel suo complesso è caratterizzata da un grande sentimento di incertezza, e l’incertezza provoca paura. La mancanza di prospettive future amplifica quella paura che tutto condiziona e che porta a guardare soltanto il momento contingente. Un grande paese come il nostro dovrebbe essere guidato facendo scelte che contemplano il futuro. L’impressione che si ha, invece, è quella di decisioni prese per conservare e non per programmare e crescere. E’ di questi giorni la notizia che un ministro attacca un altro ministro, cercando sì di entrare nel merito, ma la sostanza è: “Così ci fa perdere le elezioni”. A volte il disorientamento è grande. Ma non dobbiamo mollare.
Buona Pasqua

Daniele Tamburini

venerdì, aprile 08, 2011

Preservare per garantire il futuro

Forse non potevano fare altrimenti, i tecnici di Fukushima, ma certo che è inquietante pensare a quella quantità di acqua radioattiva versata in mare: il mare che, da sempre, è simbolo di vita. Ed è magari un caso che, a giugno, si svolgeranno nel nostro Paese due referendum su questi temi, acqua e nucleare. Credo che sarebbe importante capire di più le ragioni degli uni e degli altri. Chi è contro il ritorno del nucleare in Italia, lo fa in nome della sicurezza e della sua antieconomicità; per l’acqua pubblica, in nome del principio che i beni comuni devono rimanere tali. Chi è schierato a favore del nucleare oppone altre ragioni. Sarebbe interessante sentirne parlare spesso e con chiarezza anche sui media nazionali: invece, come su molte questioni, il dibattito è quasi assente e c’è il fondato sospetto che si assumano delle posizioni sulla base degli schieramenti e che meno se ne parla e meglio è. Nei pochi dibattiti in TV, vige poi la par condicio, per la quale “uno a favore e uno contro”, anche se nel mondo scientifico il rapporto è invece: nove contro e uno a favore. Solo la tragedia di Fukushima ha dato modo di saperne un po’ di più. Ancora una volta, un Paese diviso, spaccato, un Paese che non dialoga. Anche su temi controversi e spinosi, come quello della riforma della giustizia, il cittadino vorrebbe capire di più: ci sono certamente ragioni dall’una parte e dall’altra, ma si può sostenere, ad esempio, che magistrati peraltro lodati e stimati per il loro impegno nei confronti della repressione della criminalità organizzata abbiano posizioni solamente ideologiche nei confronti di tale riforma? Anche qui, bisognerebbe confrontarsi con calma e capire. Quanto ai beni comuni, quelli che dobbiamolasciare in eredità ai nostri figli, l’aria, l’acqua, l’ambiente, tutti noi li abbiamo avuti in prestito. E il nostro sacrosanto dovere è quello di preservare, garantendo il futuro.

Daniele Tamburini
daniele.tamburini@fastpiu.it

martedì, aprile 05, 2011

Il lungo inverno sta per finire

 Proviamo a fare un esercizio, una sorta di mantra: per una volta, non diamo la precedenza ai problemi molto gravi che ci circondano, alle difficoltà, alle paure, al timore per il futuro. Parliamo di bellezza. La bellezza della nostra città, ma anche di molte altre, di quelle antiche e anche quelle più recenti, una bellezza fatta di opere d’arte, di stratificazione di culture, di apporti diversi e mescolatisi nel corso dei secoli. Una bellezza che resiste, nonostante i tentativi di saccheggio e l’incuria che spesso domina, oltre a scelte architettoniche spesso difficili da comprendere. La bellezza della natura che ci circonda. I monti, i fiumi, i laghi, le colline, le coste. Abbiamo tutto, i ghiacciai e le isole vulcaniche, le pianure alluvionali e le zone pedemontane. La bellezza dei volti dei nostri giovani, che non sono quelli di plastica della TV, ma dei nostri figli e nipoti, veri, genuini, un po’ ansiosi del loro futuro, ma che cercano di studiare, di lavorare, di costruirsi un futuro laborioso e impegnato, pur se questo è davvero un percorso ad ostacoli, più che il naturale svolgersi delle stagioni umane, come dovrebbe. Ma, a proposito delle stagioni umane e di quelle della natura, il lungo inverno sta per finire. Ora predominano le foglie nuove e gli alberi sono in fiore. Nonostante un “clima” – per restare in metafora – poco propizio, anche nei consessi più alti del Paese (da ultimo il Parlamento di questi giorni che, a mio parere, non rappresenta i cittadini ma vive motu proprio), nonostante tutto, dobbiamo lavorare perché anche il lungo inverno del nostro Paese abbia fine. Che ciò possa accadere non è una speranza, è una certezza.

Daniele Tamburini
venerdì 1aprile 2011