Sappiate che giovedì 30 aprile verrà eletto il nuovo consiglio direttivo del
Consorzio Agrario. E allora? Direte: è cosa che riguarda gli agricoltori, certo,
ma il Consorzio è anch'esso un centro di potere economico, un asse portante
degli assetti del potere cittadino, al pari di Cremona Fiere, della Camera di
Commercio eccetera. Come tale, influisce sulle vicende cittadine. Le votazioni
preliminari per l'elezione dei delegati, svoltesi in questi giorni, hanno visto
prevalere la Coldiretti con 63 delegati, contro i 58 della Libera Associazione
Agricoltori. Quindi, sembrerebbe che il prossimo presidente del Consorzio possa
essere un “coldiretto”… ma le certezze non sono mai tali, quando c’è di mezzo un
potere importante. Le sorprese non si possono escludere: ci furono, lo
ricordiamo, nelle elezioni del 2009, quando, per contrasti interni, alcuni
delegati della Coldiretti, guidati dall'attuale presidente Voltini, “tradirono”
il mandato, votando la lista della Libera Agricoltori che proponeva Ernesto
Folli presidente. La Coldiretti, importante associazione, reclama oggi maggiore
spazio e potere: è ora di cambiare, “cambiare è possibile”, dicono e fanno
scrivere, avvalendosi di un momento favorevole, vista la debolezza dei vertici
dell'altra ancor più importante associazione, cioè la Libera. Venti anni fa, la
Libera presiedeva i più importanti gangli del potere economico: la Banca
Popolare di Cremona, la Camera di Commercio, l'Ente Fiera, il Consorzio, oltre a
detenere la proprietà del giornale “La Provincia”, che, per anni, ha costituito
una sorta di monopolio dell'informazione. Piazza del Duomo rimane ancor oggi la
rappresentazione plastica del potere: c'è quello religioso, quello
amministrativo (il Comune), quello economico, con la sede della Libera, proprio
sopra la Banca. Alla presenza perspicua della Libera nella mappa del potere
cittadino di allora veniva attribuito quel conservatorismo della città, così
definito, inteso come immobilismo e conservazione dello status quo. Questo
assetto di potere, ora, si sta sgretolando: è sempre più evidente, tanto che,
per conservare la presidenza di Cremona Fiere, c'è voluto l'intervento deciso e
decisivo di Arvedi, che ha imposto alle categorie economiche la conferma di
Piva. C’è da dire che durante la presidenza di Piva, per merito suo o del
management, la Fiera ha conquistato maggiore importanza e risonanza a livello
internazionale, e questo lo si deve riconoscere. Se poi questa possa essere un
motivo sufficiente del perché Arvedi si sia così speso, mettendosi di traverso a
molti, non è dato sapere. C'entra il possibile acquisto del giornale “La
Provincia”? C'entra la compartecipazione nell'Ilva di Taranto? C'entra
quant'altro? Non si sa , ma presto lo sapremo e avremo modo di tornarci. La
mappa del potere cremonese, comunque, si sta riorganizzando, come in quelle
partite di scacchi in cui alfieri, cavalli, re, regina, torri e... tante pedine,
a grandezza naturale, si muovono su una grande scacchiera.
sabato, aprile 25, 2015
sabato, aprile 18, 2015
Tutto cambia perché nulla cambi
Si sente spesso dire, e io stesso l’ho detto in più occasioni: la politica
ormai è un teatrino, con tanti attori che non partono da posizionamenti e scelte
precise, ma che si muovono sulla base del gradimento, del consenso, dei sondaggi
d’opinione. Ed è vero. Leggere le prime pagine dei giornali equivale, molto
spesso, a guardare un noioso incontro di tennis (che, quando è noioso, lo è
davvero!). Tant’è che anche i sommovimenti maggiori (il redde rationem nel
centrodestra, l’accelerazione della Lega in senso lepeniano, gli scossoni nel
Pd, che lascia per strada pezzi di partito, iscritti, deputati e anche il
capogruppo Speranza), diciamocelo, interessano poco. Ma… c’è un ma: abbiamo
questa sensazione di inconsistenza, perché, in realtà i giochi veri sono proprio
altrove. Il potere che oggi è quello “vero”, quello legato all’economia ed alla
finanza, eccome se si sta ristrutturando. E la sensazione è che a qualcuno
interessi moltissimo delineare la nuova mappa nazionale di questo potere. Vi si
vedono volti nuovi, ma non troppo. Rotture, ma nella continuità. Più o meno
giovani boiardi che sono cresciuti, comunque, nelle antiche case del potere, di
questo potere. Il potere è una categoria che, durante una stagione vicina
cronologicamente, ma lontana anni luce, nei contenuti e nello stile, si diceva
dovesse essere destrutturato, messo in discussione, decostruito. Questo potere è
oggi un moloch apparentemente invincibile. Gestisce le nostre cose e le nostre
vite. Garantisce il futuro di pochi, mentre per tutti gli altri il futuro sta
nella declinazione dei verbi: “Riformerò, rottamerò, farò, cambierò...”. Forse
ha ragione chi decide di scenderci a patti, perché la rivoluzione non è certo –
o non lo è mai stata – dietro l’angolo. Nel nostro “piccolo” gli esempi recenti
non sono mancati (leggi Ente Fiera), e nel bene o nel male il potere, quello che
decide, a prescindere, passa su tutto e su tutti. Tutto cambia perché nulla
cambi.
Daniele Tamburini
sabato, aprile 11, 2015
Il cielo è azzurro ma l’umore no
Si vorrebbe parlare della primavera che, ormai, si impone, nelle giornate più
lunghe e nei cieli azzurri, ma come facciamo ad ignorare i tempi oscuri? Quando
sono di umore nero non dovrei scrivere? Forse sarebbe meglio di no. Ripenso alla
tragedia del tribunale di Milano, e le mie riflessioni sono molto confuse e
ambivalenti. Da una parte, l’orrore di tre vittime uccise a freddo, mentre
stavano svolgendo il proprio lavoro. Eravamo tristemente abituati alle stragi
nelle scuole americane: il folle che entra e spara all’impazzata. Beh, ci stiamo
globalizzando anche in questo, e il rischio è che chi svolge un servizio
pubblico venga sempre più individuato come bersaglio “fisico” al posto di uno
Stato che si percepisce sempre più lontano e ostile. Ma vorrei dire
qualcos’altro: ho letto che il giudice ucciso era conosciuto per la sua
inflessibilità. E questo è senz’altro un merito: una giustizia corruttibile non
è giustizia, e il giudice Ciampi ha pagato con la vita la sua rettitudine. Ma
non ho potuto fare a meno di riflettere sulla solita prassi italiana
dell’utilizzo di due pesi e due misure. Mi riferisco alla condanna della Corte
di Strasburgo per il ricorso alla tortura nei giorni del G8 del 2001: tutti
abbiamo o dovremmo avere negli occhi le persone pestate, con una violenza
smisurata e ingiustificata, alla Diaz e a Bolzaneto. Qualcuno parlò di
macelleria messicana. E tutti sappiamo chi fosse, allora, capo della polizia:
Gianni De Gennaro, ora manager della Finmeccanica. E tutti abbiamo letto le
parole di Renzi: “massima fiducia in De Gennaro”, capo di quei poliziotti (pochi
per fortuna) che hanno compiuto quelle violenze ora condannate come reati di
tortura, al pari dell’Argentina dei generali golpisti. Qui la rottamazione non
vale, riflettevo, e il peso e la misura sono altri. Brutte riflessioni, non c’è
dubbio. Dov’è l’equanimità che si chiederebbe a chi regge la cosa pubblica?
Dov’è la responsabilità politica, mi chiedevo? Ma di quale responsabilità
politica si può parlare, quando un grande partito politico fa tesseramento
offrendo uno sconto per l’acquisto del biglietto dell’Expo? A quanto il 3x2? (e
spero di non avere dato un’idea…). È primavera, ma i pensieri non sono leggeri.
D’altronde, riflettere e pensare sono il solo spazio di autonomia che ci resta.
Almeno, così mi pare.
Daniele Tamburini
sabato, marzo 28, 2015
Vogliamoci bene, pensiamo alla salute
L'inceneritore di Cremona chiuderà. O, almeno, così pare. Lo aveva assicurato
il sindaco Galimberti, già in campagna elettorale, e lo ribadisce il segretario
del Pd cremonese Matteo Piloni, in un’intervista che pubblichiamo su questo
numero de “Il Piccolo”. C’è da esserne soddisfatti? Sarà la volta buona che
“usciremo dal Medioevo della gestione dei rifiuti”, come, con felice
espressione, ha detto il coordinatore di Sel, Gabriele Piazzoni? Noi abbiamo
sempre sostenuto questa scelta, e anzi, c’è da chiedersi come mai, nelle aspre
polemiche degli ultimi tempi, il tema della salute pubblica non sia emerso con
sufficiente chiarezza. La salute pubblica è, o meglio dovrebbe essere, a norma
di Costituzione, un bene pubblico inalienabile e non contrattabile: sia perché
ciascun individuo è unico ed irripetibile ed ha il diritto alla vita ed alla
salute; sia perché, in termini forse più freddi, ma veri, il costo sociale di
malattie importanti, che, come è provato, possono essere provocate
dall’inquinamento, è enorme. La vicenda amianto, da questo punto di vista,
dovrebbe essere una lezione incancellabile. Tutto bene, quindi? Speriamo.
Speriamo che non prevalgano le ragioni legate alla convenienza contingente di
tenere aperto un impianto, la cui chiusura comporterebbe, secondo lo studio del
Politecnico, un forte impatto economico: circa 38 milioni di euro. Speriamo che,
in questo percorso, sia tutto trasparente: noi ci fidiamo delle rassicurazioni,
ci mancherebbe, ma le vicende legate a telefonate concitate, a scambi di mail
“riservate”, a dimissioni presentate non rassicurano poi troppo. Ci chiediamo
ancora una volta: perché non esprimersi con chiarezza sempre, e non solo nei
comunicati ufficiali? Perché non essere trasparenti sempre? Perché non dire:
guardate, noi confermiamo la scelta, ma certamente i problemi ci sono, quindi
affrontiamoli con ponderazione insieme? Perché l’arte del governare deve, troppo
spesso, ridursi ad essere arte del “dico e non dico”?
Va beh, vogliamoci bene e
pensiamo alla salute.
Daniele Tamburini
sabato, marzo 21, 2015
Cesarismo de’ noantri
A me piacciono i programmi di storia, mi piace molto la storia di Roma
antica. Capisco perché gli americani ci abbiano fatto così tanti film: è epica,
eroica e umana al tempo stesso. Sere fa, ho visto un programma su Giulio Cesare.
Ne parlano Plutarco e Svetonio, mica scherzi. Cesare a cui viene offerta la
corona, e lui la rifiuta, la lancia via, ma gliela ripropongono, e ancora lui la
lancia via… sembra davvero di stare in un film: intorno, i maestosi marmi di
Roma. Ma i congiurati non si fidano, sanno quanto Cesare, in realtà, ami il
potere, e affilano i pugnali. E ora, immaginiamo le nostre piazze, le nostre
strade, i nostri Comuni: non il foro di Roma. Là Cesare, qui personaggi che sono
a lui comparabili per un verso solo: la ricerca del potere. Un cesarismo de'
noantri, è quello dei nostri politici (e non solo), mi veniva da dire guardando
il programma. E non si smentiscono mai… pensiamo al caso Zamboni - inceneritore.
Si tratta, evidentemente, di una questione molto delicata: dietro c’è tanta
roba. E guardiamo l’incredibile superficialità, l’alzata di spalle con cui il
Comune ha tentato di liquidare la faccenda. Meno male che si parla di
trasparenza, di capacità di comunicazione istituzionale. Non sanno neppure
trattare i media con equanime attenzione. Certo, è palese che l'opposizione
abbia voluto convocare la commissione quel giorno lì, in maniera anche
pretestuosa, per mettere in difficoltà la maggioranza, ma, appunto,
l'opposizione fa l'opposizione. Zamboni dice che l’assessora lo ha pressato
perché non si presentasse alla suddetta commissione. Caspita, si aspettava che
lui tacesse? È davvero così ingenua? Se è arrivato a dare le dimissioni, c’è
dietro qualcosa di grave, o no? Raramente un manager presenta le proprie
dimissioni per una crisi mistica o per darsi all’ippica. Domanda sul caso
all’assessora: e questa risponde in modo arrogante. Niente di nuovo sotto il
sole, è lo spirito dei tempi, è, appunto, il cesarismo de' noantri. Un
atteggiamento che a me non piace e che non dovrebbe essere proprio di una
persona incaricata di pubblico ufficio, ma, ormai, le cose vanno così. In taluni
casi può essere che il potere dia alla testa, ne abbiamo di esempi, hai voglia
tu, e non solo nelle istituzioni. Li metti lì, sul gradino più alto, e alcuni
diventano arroganti, fanno la voce grossa, si fanno tronfi; altri diventano
improvvisamente onniscienti: so io cosa bisogna fare. Ma tutti sanno bene quando
scodinzolare, quando invece voltarsi dall'altra parte. Alcuni, poi, si
atteggiano a grandi manager, salvo combinare disastri. Però l’ingenuità no, non
è scusabile, ed è anche pericolosa. È un'ingenuità che non fa i conti con la
realtà, con i rapporti di forza, con come stanno le cose. L'assessora dovrebbe
dare le dimissioni? Per carità, non lo farà, non lo fa nessuno (però il ministro
Lupi le ha date: chapeau). Ma ci sentiamo di suggerire una cosa: signor sindaco,
se dimissioni dovessero esserci, anche solo un accenno… colga l’attimo, le
accolga subito.
Daniele Tamburini
sabato, marzo 14, 2015
Senza Parole...
Certo che la vicenda del finanziamento della manifestazione “Le corde
dell’anima” è quanto meno singolare, se cerchiamo di vederla con occhi liberi da
preconcetti. Allora: il Comune sostiene che, fin dallo scorso settembre, aveva
fatto sapere a PubliA (organizzatrice della manifestazione) che non sarebbe
stato in grado di assicurare, per il 2015, lo stesso contributo erogato nel
2014. Da notare che i novantamila euro dati nel 2014 erano addirittura il triplo
rispetto agli anni precedenti, e questo in tempi già difficili per i bilanci
dell’Amministrazione. Ma tant’è: mi pare di ricordare che, lo scorso anno, ci
siano state le elezioni per la carica di sindaco e che il giornale La Provincia
sostenesse apertamente la candidatura di Perri... Comunque, il sindaco
Galimberti propone di svolgere una edizione ridotta, magari in collegamento
all’Expo di Milano, potendo assicurare una cifra, al massimo, di trentamila
euro. Dall’altra parte, giunge una risposta che, francamente, stupisce: allora
non se ne fa di nulla. Ma come, non era possibile fare una manifestazione ad un
costo inferiore? O magari, non era possibile prevedere alcuni spettacoli a
pagamento, in modo da poter compensare il minor contributo pubblico? Forse non
sarebbe stato più conveniente mettersi attorno a un tavolo e vedere che cosa era
possibile fare? La concertazione non è più di questo mondo? Il confronto
neppure? Allora il Comune è scevro di responsabilità, completamente trasparente?
In questa vicenda, sembrerebbe proprio di sì. Ma ecco che, su un altro versante,
arriva una doccia fredda. Il presidente di Aem Gestioni Federico Zamboni dà le
dimissioni, denunciando «pressioni» da parte dell’Amministrazione perché non si
recasse ad una audizione della Commissione vigilanza del Comune. Il fatto, se
confermato, sarebbe di una gravità inusitata: roba da singolar tenzone! Invece,
il Comune, serafico, risponde: «Prendiamo atto dell’annuncio di dimissioni da
parte del Presidente Zamboni e lo ringraziamo per il lavoro svolto». Aplomb?
Imbarazzo? Non lo so proprio. Da una parte si invoca la trasparenza, dall’altra
si mette il silenziatore ad una bomba. Che succede in piazza del Comune? C’è
doppiezza? Ci sono piani separati? Qualcosa si può dire e qualcosa no? Vedo in
giro gente stanca, demotivata, attonita, stizzita, incazzata... Da ultimo vi
racconto questa. Giunge in redazione una lettera firmata Renato Fiamma,
l'assessore del Pd, quello per il quale l'ampliamento del poligono di tiro
potrebbe risovere i problemi economici, occupazionali e di turismo a Cremona.
Pubblichiamo fedelmente il contenuto della lettera e come conseguenza veniamo
tacciati di scrivere il falso. Scopro che la lettera non solo non era stata
scritta da Fiamma, ma l'occulto estensore non si era nemmeno preoccupato di
avvertire l'assessore. La mozione per l'ampliamento del poligono viene
presentata, lunedì scorso, in consiglio comunale e approvata a larga
maggioranza, nonostante i distinguo del sindaco e i mal di pancia di buona parte
del Pd, costretti a sottostare ad una specie di ricatto. Mah, che dire, non ho
parole... Domani me ne vado al mare, lontano da tutto questo.
Daniele Tamburini
sabato, marzo 07, 2015
Cosa c’entra Tognazzi con il poligono di tiro?
Vi ricordate i basettoni? E il borsello? Gli abiti alla moda, di quel tempo,
che oggi sembrano così ridicoli? La 600 Fiat con la quale andavamo a scoprire il
mondo, e poi le danze delle donne che rivendicavano il loro ruolo e l’impeto
delle manifestazioni politiche, il livello di scontro che si alzava. Avevamo
tanti sogni, tante speranze, in quegli anni ’70 (allungati al finire dei ’60 ed
all’inizio degli ’80): per il presente e per il futuro. E persino la Balena
bianca, la Dc, dava voce ai diversi modi di vedere il mondo e le cose. Le
correnti, così spesso aspramente criticate, erano anche dislocazioni di potere,
ma non solo: c’erano diversificazioni reali, politiche e culturali. Si sentiva,
si percepiva, che una pluralità di emozioni di voci, di aspettative, di idee
percorreva il Paese. Non si sottraeva, Ugo Tognazzi, a quella temperie. Una
certa malinconia, simile a certe caligini padane, e la grande capacità di
interpretare umori e debolezze della società a lui contemporanea. C’erano stati
il federale e i mostri, poi l’immorale e il ruolo nel “Porcile” di Pasolini, e
poi il conte Mascetti e l’umanità vivisezionata de “La terrazza”, e la
straordinaria “Tragedia di un uomo ridicolo”. Eppure, Tognazzi non era il
classico attore “impegnato”: viveva nel suo tempo, viveva il suo tempo con
occhio attento e partecipe. Si sentiva uomo del suo tempo (collaborò anche allo
scherzo del “Male”: “Tognazzi capo delle Brigate rosse!”). Ecco il punto:
sentirsi partecipi del proprio tempo, e non, semplicemente, oggetti passivi, che
è il grande rischio di oggi. Lo vedo, ahimè, anche nei giovani. Lo vedo in chi
non spera più, o non ha mai sperato, di poter avere voce in capitolo, di essere,
magari un minimo, protagonista delle scelte e delle situazioni. In alto sopra di
noi, la cupola mondiale delle banche e della finanza e di una politica che non
ti guarda negli occhi, che non ascolta, ma che blandisce e proclama. Più vicino
a noi, vediamo nei ruoli decisori persone che, magari, subordinano le proprie
scelte di appartenenza al fatto di non ricevere soddisfazione alle proprie
richieste. Che dire? Un tempo si decideva l’appartenenza rispetto a cosa si
pensava della guerra nel Vietnam, oggi rispetto all’accoglimento o meno della
proposta di ampliare un poligono di tiro. Mah, a volte mi dico, sconsolato, che
forse hanno ragione ora. Adesso, che ho più passato che futuro, sia chiaro non
rimpiango niente: ho vissuto il mio tempo, ne sono stato partecipe, ho fatto
quello che volevo fare, quello che mi piaceva fare, con passione e caparbietà.
Quella caparbietà che anche oggi mi consente di vivere questo tempo indistinto
che, a dire il vero, mi piace un po' meno.
Daniele Tamburini
sabato, febbraio 21, 2015
COME SE FOSSE ANTANI...
Dice il presidente del Consiglio: “Sono gasatissimo”. E’ lì con Marchionne e
si fanno pubblicità a vicenda. Marchionne deve vendere le Fiat, Renzi deve
vendere se stesso: e gli riesce benissimo. Che lo ritraggano su un muletto, o
mentre dà il cinque a qualcuno, o mentre sussurra all’orecchio della signora
Merkel, è sempre spiazzante. E’ vero, è un ottimo giocatore, è anche un uomo
senza scrupoli (“stai sereno, Enrico… stai sereno, Silvio”). Si è circondato di
figure che non gli fanno affatto ombra, anzi: ministri e ministre, sembrano così
quieti, così mansueti, così in linea. Se si espongono, è palese che lo fanno per
permettere a Lui di correggere, bacchettare, rettificare. Da ultimo è toccato a
Gentiloni. Ma intanto, il messaggio è lanciato. Ho provato a leggere alcuni blog
di politici suoi seguaci: dal “twit” del capo discendono commenti e valutazioni,
tutti encomiastici, tutti entusiasti. L’Ocse dice che siamo sulla strada giusta?
La notizia viene fatta rimbalzare ovunque (chissà se c’è qualcuno che si chieda:
e chi è, l’Ocse?). Le organizzazioni come la Caritas, viceversa, dichiarano che
tanta, troppa gente è allo stremo: non se ne parla proprio. Non c’è che dire, il
premier porta a casa ciò che gli interessa davvero; resta da vedere se ciò che
interessa a lui (la messa in un angolo di Berlusconi, l’elezione di Mattarella,
l’Italicum, le riforme costituzionali etc…) interessa alla popolazione. Forse
sì, forse la gente ha bisogno di ascoltare frasi come: basta con l’industria
della lagna, supereremo la Germania, vinceremo sulla globalizzazione… Come aveva
bisogno di sentire anche le precedenti: meno tasse per tutti, un milione di
posti di lavoro… e, andando ancora all’indietro: un pacco di pasta per tutti…
Eppure, erano state tante le promesse: una su tutte, la cultura sarà
valorizzata, è il petrolio italiano… ma intanto Pompei continua a sgretolarsi. E
gli F35? avevano promesso di ridurne l’acquisto sensibilmente, ma dagli Usa
giunge notizia che non se ne parla proprio. E magari, il governo con l’elmetto
commenterebbe anche: “ma ora c’è l’Isis!”, salvo poi mettersi un berrettino di
lana e rassicurare che noi, guerre non ne faremo. Mah. Mi viene in mente il
nostro grande Ugo in “Amici miei” con la sua supercazzola: “Come se fosse
antani….”.
Daniele Tamburini
sabato, febbraio 14, 2015
Nel resto del mondo... è semplicemente inverno
Il concetto di fondo che abbiamo ascoltato questa settimana, da parte
dell'Amministrazione comunale, così come l'ho percepito io, è quello
dell'inevitabilità. Inevitabili i disagi derivanti dalla nevicata "eccezionale";
inevitabile che ci voglia tempo - tanto tempo – (troppo tempo), per portar via
mezzo metro di neve; inevitabili le auto bloccate, le persone che non potevano
camminare sui marciapiedi, i nonni a rischio caduta, per giorni, mentre
portavano i nipoti a scuola, gli asili con gli accessi impraticabili.
Inevitabile, pare, dover spalare piazza del Comune e piazza Stradivari. Certo;
però, forse, le scuole avrebbero potuto avere la precedenza. L'assessora
competente risponde alle critiche un po' in maniera rituale, e un po' in modo
stizzito: del resto, dice: “... è stato fatto un lavoro straordinario... il
piano neve ha funzionato a dovere”. Ma se molti cittadini non sono d'accordo, e
si sono fatti sentire, qualche motivo ci sarà, o no? È vero, amministrare una
città significa non poter accontentare tutti; di questi tempi, poi... Ma noi
siamo certi che amministrare una città significhi anche andare al confronto e
accettare anche critiche che si considerino ingenerose. Amministrare non è una
chiamata divina, non è una missione, non è neppure una scelta obbligata: è un
servizio che si sceglie volontariamente di dare. Un servizio oggi
difficilissimo, specie per chi amministra i Comuni, sottoposti dal governo a
tagli micidiali. Strano che gli amministratori non sottolineino di più questo
aspetto. Ma forse, non è così strano. E comunque, se cinquanta centimetri di
neve da noi rappresentano un evento, quasi drammatico, di difficile e complicata
gestione... nel resto del mondo, è semplicemente inverno.
Daniele Tamburini
Daniele Tamburini
sabato, febbraio 07, 2015
COME TANTI, BRAVI, PICCOLI TAFAZZI...
Un venerdì da incubo in città e nei paesi. Ore 14.30, sono sulla via Mantova,
verso Gadesco, devo andare, non posso farne a meno. È vero, è caduta moltissima
neve, ma ormai da diverse ore non nevica più, eppure le strade sono un disastro.
Stiamo procedendo a passo d’uomo, e quindi c’è tempo per riflettere, su tante
cose. La prima è l’amara constatazione che sempre facciamo in queste
circostanze: siamo andati sulla Luna quasi 50 anni fa, stiamo lavorando con 2.0
e droni, ma basta una forte nevicata e tutto va in tilt. Ci sarà una soluzione?
Il fatto è che vedo pochi mezzi, pochi uomini, forse anche poco sale. E penso:
sono questi, evidentemente, i primi risultati dei tagli lineari ai bilanci degli
enti locali? Questo è il primo risultato dell’operazione sgangherata che è stata
condotta sulle Province, per esempio? Sindaci, presidenti eccetera avranno anche
amministrato male in passato, in alcuni casi; sicuramente ci saranno stati
sprechi; ma, all’italiana, cosa si è pensato di fare? Di rendere ingestibile
quel che era già difficile reggere; di tagliare senza pietà quei servizi che già
languivano. Invece di razionalizzare, sfrondare, sistemare, si è tagliato
indiscriminatamente. Invece che un ragionamento serio, una serie di tagliole.
D’altronde, chi parla più del dossier Cottarelli, che aveva individuato – pare –
spese da razionalizzare davvero, senza colpire i servizi al cittadino, e che è
sepolto, sparito, sommerso chissà dove? Aboliamo le Province, gridavano, certi
politici, con la bava alla bocca. Mi sa che, più che colpire la casta, abbiamo
fatto come Tafazzi e colpito a morte i servizi. Medito ancora, mentre ancora
vado a passo d’uomo. Siamo tante scatole semoventi in fila, mentre il tempo,
prezioso, scorre, i droni, forse, volano, e i sacchi di sale sono desolatamente
vuoti.
Daniele Tamburini
Daniele Tamburini
Torrazzo Srl: così la ’Ndrangheta si spartiva il nostro territorio
General Contractor ed Edilstella: le due “società-fortino” da cui si controllava il territorio cremonese
Nelle carte dell’indagine “Aemilia”, Cremona risulta «un punto di riferimento» importante dell’impero dei Grande Aracri
di Michele Scolari
Altra ‘ndrangheta». O «’ndrangheta emiliana». E’ il fantasma inseguito per
anni da magistrati e investigatori (e di cui abbiamo più volte parlato su queste
colonne negli ultimi due anni). Ora sappiamo nei dettagli cos’è. Avvisaglie non
erano mancate. Ma l’indagine Aemilia (160 arresti, di cui 117 emessi da Bologna)
è mastodontica rispetto a Grande Drago, Edilpiovra, Scacco Matto e Pandora. «Una
svolta storica senza precedenti», per dirla con le parole di Franco Roberti,
procuratore nazionale antimafia. Un terremoto che ha colpito duramente
l’epicentro settentrionale del potentato afferente al boss Nicolino Grande
Aracri, propaggine della “locale” di Cutro e infiltrato nei gangli vitali del
tessuto emiliano, cremonese, mantovano e veneto, arrivando a intrecciarsi con
profili di imprenditorialità, in particolare l’edilizia, la politica e, ancor
più pericolosamente, l’informazione. È su questa “zona grigia” che si è
concentrata e dovrà continuare a concentrarsi l’attenzione. E il terremoto
giudiziario non ha risparmiato neppure Cremona: dieci arresti, tra città e
dintorni (sei con l’accusa di associazione mafiosa, tra cui un ex funzionario
della Polstrada, ora in carcere in Venezuela). Nomi eccellenti e noti da tempo,
assieme a qualche nome nuovo. Certo, dall’omicidio “Dramore” degli anni ’90 si
sapeva di una cellula operante autonomamente nel territorio piacentino cremonese,
riferibile a Nicolino Grande Aracri, sgominata una prima volta dall’indagine
Grande Drago del 2002; nel 2012 si sapeva che «è la direttrice Reggio- Cremona
quella alla quale occorrerà stare particolarmente attenti in futuro» (aveva
avvertito il sostituto procuratore della Dna Roberto Pennisi); nel 2013 si
sapeva che il caso di usura scoperto a Cremona a maggio (quel filo affiorante
che, tirato, ha permesso di dissotterrare la spaventosa rete ‘ndranghetista
scoperta da Aemilia) appariva «connesso a fenomeni anche pregressi di usura
sistematica connessa ad ambienti della criminalità organizzata» (osservava già
allora il gip di Cremona Guido Salvini); ancora nel 2013 si sapeva del
persistere di «costanti attività delittuose legate alla criminalità organizzata
nel territorio di Cremona e Mantova» (riferiva il Rapporto della Dia milanese);
nel 2014 si sapeva dell’incidenza sul territorio di Cremona di «soggetti
ritenuti legati alla cosca Grande Aracri di Cutro» (si leggeva nel rapporto
Dna); si sapeva che, in questi anni, questi soggetti si stavano infiltrando con
modalità nuove nel tessuto economico locale, nell’edilizia e nel settore
immobiliare (rapporto Dna 2014); si sapeva che si trattava di «potentati mafiosi
crotonesi tali da far impallidire quelli reggini» (come aveva dichiarato il
procuratore Roberto Pennisi). E si sapeva, dalle parole del pentito Luigi
Bonaventura, che la ‘ndrangheta “emiliana” si era rafforzata estendendosi
progressivamente in una “Provincia” (“cupola” forte di più potentati mafiosi)
che investiva in pieno Cremona, come si vede nella cartina. Ma un ciclone delle
dimensioni di Aemilia forse pochi se l’aspettavano. IL TERZIARIO DELLA
‘NDRANGHETA – Eccola dunque, la “altra ‘ndrangheta”. Quella ‘ndrangheta che «si
rimodella in base al territorio in cui viene a trovarsi, agendo in modo
sotterraneo e subdolo». Quella ‘ndrangheta che non colonizza ma “delocalizza”:
ciò significa che il “ramo” dell’impresa “madre” (la ‘ndrina con base il
Calabria) sistemato nel nuovo territorio (ad esempio, Reggio o Cremona) è
subordinato al “centro direttivo” rimasto in Calabria, il quale crea una sua
rappresentanza nel luogo della “delocalizzazione” mettendovi a capo un
“institore” (termine del diritto commerciale), «vero alter-ego del boss con il
compito di sovrintendere a tutta l’attività criminosa svolta dall’associazione e
di acquisirne i proventi». Ma, si legge ancora nelle carte, «la dipendenza dal
capo-società non è però totalitaria ed asfissiante»: la ‘ndrina piacentina-
cremonese e quella reggiana «godono infatti di grande autonomia, nel rispetto di
regole che fanno della ‘ndrangheta un’organizzazione del tutto verticistica.
Difatti, i responsabili delle cellule emiliane possono gestire i loro affari
autodeterminandosi, decidendo cioè i traffici illeciti da attuare, avendo cura
solo di riconoscere una percentuale sui profitti illeciti a favore». È questa
“terziarizzazione” dell’organizzazione, che la rende simile ad una società di
servizi (come l’ha definita perfettamente il giornalista Giovanni Tizian), la
novità. È la nuova dimensione economica e finanziaria della ‘ndrangheta, ora non
più relegata a qualche indagine locale. Non è più soltanto una metamorfosi
estetica (dalla coppola alla cravatta) ma professionale: non più attività
“vetero-criminali” (sequestri, grandi partite di droga, prostituzione) ma frodi
fiscali, fatture false, marketing, investimenti e prestiti (ad usura). E questo
in tempi di crisi, in cui i cordoni delle banche sono sempre più stretti e
l’imprenditoria ha un disperato bisogno di credito. Ed ecco spiegato anche il
perché di quella strana «quiete», di quella «stasi» (si fa per dire) di cui
Pennisi aveva parlato relativamente alla zona di Reggio, Cremona e Piacenza
negli anni successivi alle sentenze del processo Grande Drago, pronunciate nel
2008 dal Tribunale di Piacenza. La situazione tra Emilia e Cremona «si muoveva
poco – con le parole del pentito Bonaventura -. Sembrava che si muovesse poco…
non c’è più la caciara che… come c’era prima… perché adesso… si sono creati
degli investimenti veramente importanti in quell’area, per questo magari sembra
che ci sia un po’ di silenzio no? Ehhh… (…) silenzio che non si spara». CREMONA:
UN «PUNTO DI RIFERIMENTO » – Per quanto riguarda il filone di Cremona, dalle
carte dell’inchiesta, emerge come anche dopo il 2008 (l’anno delle sentenze
dell’operazione Grande Drago) la nostra città avesse continuato ad essere sede
di una delle due ‘ndrine, indicate dal pentito Angelo Salvatore Cortese come
«quelle vere e proprie… le operative»: una attiva «a Reggio Emilia, con
competenza allargata alle province di Modena, Parma, fino a Bologna»; l’altra
attiva tra Piacenza e Cremona, «con a capo Francesco Lamanna». «Le due ‘ndrine
distaccate, sebbene fortemente interconnesse tra loro, sono tuttavia riferibili
a due famiglie diverse, benché saldamente alleate: mentre quella di Reggio
Emilia è congiuntamente gestita dai Nicoscia e dai Grande Aracri, quella
insistente tra Piacenza e Cremona è ad esclusivo appannaggio del Grande Aracri,
pur rimanendo “a disposizione del clan”». In questo quadro, Cremona risulta un
vero e proprio punto di riferimento: «Le persone di giù sanno che a Cremona c’è
Franco Lamanna – spiegava Cortese agli investigatori – se c’ho bisogno di
qualcosa, un appoggio di qualsiasi cosa, io vado da Franco Lamanna, perché “mi
serve una macchina rubata, vedi che dobbiamo fare una rapina, dobbiamo… ci serve
per fare un traffico di droga” cioè è un punto di riferimento che c’è, e si
stacca, lo puoi fare dove vuoi». LE DUE SOCIETA’-FORTINO DI CREMONA – Le carte
dell’indagine parlano di due società consortili con sede legale a Cremona e
operative a Castelvetro (Pc): la General Contractor Group e la Edilstella Srl.
Da queste postazioni, secondo gli inquirenti, Francesco L. avrebbe controllato
il territorio. In queste società «avevano a vario titolo il controllo o
possedevano quote di partecipazione determinanti (direttamente o per interposta
persona)» R.V. (ritenuto figura centrale nella gestione), Francesco L. (di
Cremona) ed altri tre soggetti: M.C. (di Castelvetro, ex sovrintendente della
Polstrada, accusato tra l’altro di essersi introdotto «abusivamente nel sistema
informatico denominato Sistema di Indagine, in dotazione alle forze di polizia,
sistema protetto da misure di sicurezza, con abuso dei poteri e violazione dei
doveri inerenti la sua funzione di ufficiale di p.g. e con violazione delle
direttive concernenti l’accesso allo Sdi da parte di appartenenti alle forze
dell’ordine»), V.M., (cutrese di Castelverde, che «deteneva armi da fuoco a
disposizione dell’associazione »), e i fratelli P.V. e R.V. (cutresi di
Castelvetro), accusati, assieme ad assieme a F.L. (anch’egli cutrese di
Castelvetro) di tentata estorsione ai danni di un imprenditore del paese
(«avvalendosi della condizione di intimidazione derivante dalla loro
appartenenza alla ‘ndrangheta ed in particolare all’articolazione
‘ndranghetistica emiliana, avente epicentro nella provincia di Reggio Emilia»);
a questi si aggiungono S.M., cutrese residente a Corte de’ Frati, ritenuto
«costantemente a disposizione di Lamanna Francesco» di cui sarebbe «autista e
factotum» e «punto di riferimento degli altri sodali di Castelvetro Piacentino»,
nonché «in possesso di armi da fuoco»; G.M., cutrese residente a Sesto ed Uniti,
«in possesso di armi da fuoco»; S.C., di Bagnara, accusato di avere
«illegalmente detenuto e portato una pistola a tamburo e relativo
munizionamento»; e P.V., di Castelvetro. Eccetto gli ultimi tre, per gli altri
l’accusa è di associazione a delinquere di stampo mafioso. I primi sei, «nella
piena consapevolezza della provenienza di parte del denaro affidato a R.V.
dall’associazione mafiosa dei Grande Aracri di Cutro, lo investivano
nell’attività di fatturazione per operazioni inesistenti oggetto sostanzialmente
dominante dell’attività del gruppo di società sopra indicate». La Edilstella
«funge da trait d’union con numerose altre società riferibili a soggetti
originari di Cutro e risulta essere stata utilizzata come copertura per compiere
attività illecite quali il riciclaggio di denaro proveniente da usura o altri
reati attraverso false fatturazioni su lavori inesistenti». Dal canto suo, la
General Contractor, secondo le accuse, sarebbe anche servita a coprire, tramite
l’emissione di false fatture, una tentata azione estorsiva da parte di F.L. e
P.V. ai danni di un imprenditore di Castelvetro. E il metodo utilizzato per il
riciclaggio ricostruito dagli inquirenti risulta indubbiamente ingegnoso: «Il
denaro contante, dopo essere stato consegnato ad una società – sulla carta –
appaltante, che non ha alcun legame con l’organizzazione calabrese, viene quindi
trasmesso mediante bonifico al Consorzio “Edil Stella” che a sua volta, lo gira
a società correlabili al sodalizio in qualità di operatori in subappalto nei
lavori fittizi o direttamente al finanziatore del denaro contante. Tutte queste
movimentazioni vengono quindi rese lecite mediante una serie di false
fatturazioni nel campo edile». Insomma, la quantità di denaro per i necessari
investimenti del clan, che prima veniva creata attraverso le metodologie
“militari” delle attività “vetero-criminali”, anche a Cremona avveniva ormai con
i nuovi illeciti para-legali. Ed ora, come ha ricordato il procuratore capo di
Bologna, Roberto Alfonso, quella «mafia imprenditrice » inseguita per anni come
un fantasma «l’abbiamo scoperta e perseguita proprio in casa nostra».
L’ombra di cutro su rifiuti, night club e immobiliare
A Cremona permangono situazioni non chiare in cui spuntano ancora nomi di cutresi già coinvolti nella Grande Drago
Dalla discarica di Cignone ai possibili intrecci tra ‘ndrangheta e camorra nel settore a luci rosse
Il salto di qualità della ‘ndrangheta “terziarizzata” compiuto dalla rete dei
vassalli emiliani del presunto boss Nicolino Grande Aracri lo abbiamo visto
nella prima parte dell’inchiesta. La data d’inizio la conosciamo: il 1982,
quando il boss cutrese Totò Dragone arrivò in terra emiliana (il suo posto
l’avrebbe poi preso l’attuale presunto boss, Nicolino Grande Aracri, estesosi
poi nel cremonese e nel mantovano). Ma si può dire che i 160 arresti di
“Aemilia” segnino la data di scadenza? Le mafie sono come monete false: prima o
poi saltano sempre fuori. E, oltre alla dimensione da holding finanziaria,
l’altra novità preoccupante è l’occupazione non più “militare” del territorio,
ma «dei cittadini e delle loro menti» (come ha sottolineato il sostituto
procuratore antimafia Roberto Pennisi nella conferenza stampa del 28 gennaio).
Ha scritto il giornalista Giovanni Tizian: «La sensazione è che siamo solo
all’inizio. Come fu per la Lombardia dopo la maxi operazione Crimine (300
arresti tra Calabria e Lombardia nel 2010), che diede il via a decine di
operazioni della stessa importanza. Questo perché una volta aperti, certi vasi
sono più profondi di quel che potevamo immaginare». E come dargli torto? In
Emilia e a Mantova restano numerose zone d’ombra. E lo stesso si può dire per la
provincia di Cremona, dove persistono ombre nel traffico dei rifiuti,
nell’immobiliare, nel giro dei night club che per ora sembrano essere rimaste
fuori dall’inchiesta. TRAFFICO ILLECITO DI RIFIUTI – Un soggetto cutrese
(C.O.M.), già comparso tra quelli dell’indagine Grande Drago del 2002, è
rispuntato nell’affaire della mega discarica abusiva sequestrata dal Noe di
Brescia nel maggio del 2012 in un vecchio impianto di betonaggio a Cignone
(Corte de’ Cortesi). Nel periodo della conduzione “cutrese” del terreno,
numerose testimonianze parlano di estorsioni perpetrate in paese. E un
imprenditore edile cremonese (che ha chiesto l’anonimato) indica
l’amministratore “fantasma” della società intestata a C.O.M. in un secondo
cutrese, che sarebbe rimasto fuori dalle carte della società a “tirare le fila”
da dietro la tenda: «Questa è la parte peggiore della ’ndrangheta – commentava
l’imprenditore edile – perché non fanno neppure girare denaro, per quanto
illecito: si limitano ad un’azione di solo parassitismo, sfruttando e ripulendo
società in perdita senza costruire o produrre nulla». CONTROLLO E SVUOTAMENTO
AZIENDE IN CRISI – Curioso anche il caso di un’azienda in crisi in un paese del
territorio di Casalmaggiore, relativamente alla quale è emerso un metodo di
“svuotamento delle aziende” analogo a quello identificato da Roberto Pennisi per
la “altra ’ndrangheta” e la camorra in molte zone dell’Emilia e del territorio
Veneto. Nel 2012, l’azienda è risultata affittata ad alcuni misteriosi soggetti
“senza storia” e di origine campana, comparsi all’improvviso dal nulla;
all’inizio del 2013, lo stabile era inspiegabilmente chiuso anche ai legittimi
proprietari ed agli operai: nessuno vi accedeva più. Alcuni testimoni riferirono
di aver udito all’interno, nei mesi successivi (circa da febbraio a giugno
2013), continui rumori di macchinari smontati e materiale metallico segato,
segnalando un intenso via vai soprattutto notturno di autoarticolati che
entravano in azienda con i cassoni scoperti e vi uscivano di nuovo coperti con
teloni. Poi i soggetti sparirono assieme al nome ed alla persona giuridica della
società. NIGHT CLUB E POSSIBILI INTRECCI ‘NDRANGHETA-CAMORRA – Nella zona di
Cremona, ombre preoccupanti si allungano anche sul settore dei night club. Da
indiscrezioni circolate negli ultimi tempi (per le quali si attendono verifiche)
si parlerebbe di un’azione congiunta di soggetti cutresi già coinvolti
nell’operazione Grande Drago (uno comparso anche nel caso della discarica di
Cignone) e legati alla ‘ndrina di Grande Aracri, con altri legati ad ambienti
camorristici di Torre Annunziata (e tra questi ultimi, incuriosisce il nome di
un soggetto legato ad un partito politico di centro e più volte immortalato
assieme ad un noto parlamentare centrista). Oltretutto, alcuni dei soggetti di
parte cutrese risultano legati ad altri soggetti cutresi residenti in Emilia che
spuntano dalle carte della maxi-operazione “Venus” scattata nel 2012 a Parma
contro il racket della prostituzione. AGENZIE IMMOBILIARI SENZA SEDE E
COMPRATORI “NULLATENENTI” – Di strani movimenti si parla anche nel settore
immobiliare, dietro un’agenzia cittadina (che risulta, almeno apparentemente,
senza sede): indiscrezioni parlano di numerose ed ambigue compravendite perlopiù
di case appena costruite in lotti situati sia a Cremona che in un paese del
vicino territorio, da parte di alcuni soggetti di origine cutrese, che
risulterebbero però disoccupati e senza entrate. Anche in questo caso, alcuni
nomi risultano, curiosamente, già comparsi nell’ambito dell’operazione Grande
Drago. E in un Comune vicino a Cremona sono affiorate irregolarità nei conteggi
relativi all’edificazione di due lotti da parte di imprese edilizie riferibili a
due soggetti cutresi appena arrestati nell’operazione “Aemilia”. Questa
settimana è stata depositata dal consigliere comunale Giancarlo Schifano una
mozione sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nella provincia di Cremona. Non è
la prima. E, al netto della situazione, forse non sarà neppure l’ultima.
Incontrerà stavolta il voto della maggioranza? Ci sarà per una volta la volontà
politica di guardare in faccia la realtà?
domenica, febbraio 01, 2015
Dopo gli scontri, su Facebook è il delirio
In seguito ai disordini di sabato la comunità di cittadini, di tutte le età, commenta e si sfoga sui social network
Il mondo reale e il mondo virtuale.
I livelli di incattivimento, di rozzezza, di inciviltà salgono, salgono…
La foto postata da una cittadina che si dichiara “non violenta”
Non vi è correlazione accertata tra i comportamenti adottati dalle persone
nella vita reale e quelli, viceversa, agiti nel mondo virtuale: lo dimostrano
serie ricerche condotte in ambito anglosassone. Quando leggiamo sfrenati
commenti su Facebook, atroci volgarità, offese sessiste e razziste, è come se si
spalancasse la porta di una stanza umida e chiusa da anni: ne potrebbero uscire
schifezze di ogni genere. La ricerca dimostra l'errore concettuale di chi
ritenga che un'indole tendenzialmente aggressiva nella vita reale, "coperta" e
implementata dalla distanza e dalla separatezza insite nel social, possa
amplificare le sue caratteristiche, mentre una persona mite non giungerebbe mai,
anche se coperta dall'anonimato, all'insulto gratuito. Non è vero. Quando
avvengono situazioni che provocano tensioni, paure, rabbia, l'aggressività e
l'aggressione su Facebook raggiungono livelli da paranoia. Diventano un delirio
collettivo. Il delirio, in psichiatria, è un disturbo nell'interpretazione della
realtà. È allora evidente che il mondo virtuale, non contenuto, non garantito
dalla corporeità in presenza, sia vissuto, in molti casi, come un'arena in cui
proiettare le proprie paure e dare voce e spazio alle proprie fobie. Leggo,
stamani, un post di una persona che conosco, in cui racconta la vera e propria
aggressione verbale subita da un ex collega, riguardo a diverse opinioni
politiche espresse su un tema "caldo" (il terrorismo islamista). Conosco
entrambi, due intellettuali, due persone colte e civili: sono rimasto di stucco.
Tento qualche valutazione. L'insulto a base politica, la volgarità sessista e
razzista sono utilizzati, anche perché Facebook, in realtà, li tollera:
difficile che rimuova qualcosa. Qui entreremmo nel delicatissimo tema della
libertà di espressione e dei suoi limiti ... Le esibizioni muscolari fasciste e
naziste avvengono quasi sempre sotto copertura (si dovrebbe comunque sempre
ricordare che la ricostituzione sotto qualsiasi forma del fascismo e la sua
apologia sono vietati dalla XII disposizione transitoria e finale della nostra
Costituzione e da una legge dello Stato; quindi, senza giri di parole, sono
reati). L'invocazione della pena di morte, l'urlo, la sparata sono linguaggi
che, ahimè, da tempo vengono veicolati da quella palestra di malcostume e
irrisione che spesso diventa la TV. Ma c'è anche un altro aspetto. Avete mai
visto due animali che lottano? Si sorvegliano a vicenda, studiano non solo i
movimenti, ma anche le contrazioni impercettibili del corpo, e lo sguardo.
Bilanciano le azioni e le reazioni secondo questa dinamicità corporea. È ciò che
manca nel mondo virtuale: la corporeità, lo stare in presenza, lo scambio di
sguardi. Più facile frenarsi se incontriamo uno sguardo offeso o ferito; troppo
facile colpire, svillaneggiare, massacrare verbalmente un fantasma incorporeo.
Ma, intanto, i livelli di incattivimento, di rozzezza, di inciviltà salgono,
salgono…
Alcuni dei commenti letti in questi giorni su Facebook, ce ne erano
anche di peggiori.
"Noi paghiamo la corrente del centro sociale con cui
questi maiali si fanno il concerto..loro che pagano 50 euro di affito e i poveri
disoccupati esodati cassintegrati che devono pagarsi il bollo e l'affitto.... ma
quando c'era LUI questo nn succedeva"
"Io adesso andrei a bruciare quella
merda del centro Dordoni e tutti quelli che lo frequentano.... animali
ignoranti"
"Avrebbero dovuto farli sloggiare da molto tempo, invece che
calarsi le braghe, così come facciamo con gli immigrati. Siamo sempre leccaculo
di gentaglia, ormai noi che in questa città ci siamo nati, cresciuti e l'abbiamo
vista mutare, non contiamo più un cazzo di niente". Come fai dopo a non farti
prendere da un istinto di violenza!!!"
"Fuoco ad altezza uomo e ruspe che
raccolgono cadaveri per caricarli su bilici diretti all'inceneritore! Unica
soluzione possibile"
"I centri sociali con i black bloc non centrano un
cazzo e se guardate e ascoltate bene i video reportage si sentono i veri
manifestanti che gridano merde coglioni ecc ecc e solo i black bloc attaccano
gli altri si sono allontanati imparate a fare buona informazione al posto di
fomentare odio....... solo questo sa fare la politica e i politicanti tutti é
cosi da sempre svegliaaaaaa "
"Non giustifico certo la violenza, ma le
persone come voi, mi fanno profondamente schifo, perché siete tutti un ammasso
di secondi fini. Infatti, nessuno di voi si è indignato per domenica scorsa,
quando un uomo ha difeso il suo spazio ed è quasi stato ucciso,
nell'indifferenza più totale, aggiungerei. Lo sapete perché non avete detto
nulla? Perché avete pensato solamente "uno di meno", quindi ficcatevele dove non
batte il sole le vostre parole al vento"
"Si doveva sparare alle gambe a
tutti loro che hanno fatto la manifestazione "pacifica "e nel frattempo
bruciargli i pullman. Non si può nel 2015 stare ancora a pensare se è giusto o
meno far fare a gente che si conosce bene ,ancora stronzate del genere".
sabato, gennaio 31, 2015
SIAMO ANCORA IN PIENO NOVECENTO
Riflettevo sui fatti del Dordoni e sull’elezione del Presidente della
Repubblica. E che c’entrano i due fatti tra di loro?, vi chiederete. Provo a
spiegarmi. Riflettevo, per esempio, sulla forte probabilità - al momento in cui
scrivo - che Sergio Mattarella diventi il nuovo Presidente. La persona è di
grande valore, secondo me. E’ serio, ha dimostrato di possedere un’etica che non
cede facilmente ai compromessi, è uomo di legge: un ottimo candidato. Leggiamo
il suo profilo e vediamo che era ministro in un governo Andreotti (beh, non c’è
niente di male, no?) e che era un moroteo (vicino, cioè, lo dico per i più
giovani, a Aldo Moro, grande statista). A questo punto, mi sorge un sentimento,
non tanto di “déjà vu”, ma una sorta di tenerezza nostalgica, un profumo di
tempi lontani. “A quell’epoca...”, diceva mia nonna. Sì, a quell’epoca, quella
in cui c’erano la Dc, il Psi, il Pci, il Pri. Ma veniamo al Dordoni: dramma in
due fasi, lo scontro tra Centro Sociale Autogestito e i fascisti di CasaPound
prima, il corteo con le devastazioni dei Black block, dopo. Anche questo mi ha
fatto tornare ad anni lontani, a scontri ideologici pesantissimi, al ricordo di
manifestazioni che a volte finivano in tragedia. Rifletto sull’idiozia che andò
di moda anni fa, quella della fine della storia. Ricordate? Il crollo del muro
di Berlino, la fine delle ideologie, la fine della storia, tutto pacificato. In
realtà, dopo è andato in scena uno scontro ideologico fortissimo, nel quale
siamo ancora immersi, protagonisti il welfare, il lavoro, il capitale, il
pubblico, il privato. Ma non divaghiamo. Sergio Mattarella da un lato, gli
scontri al Dordoni dall’altro sono profondamente novecenteschi. Appartengono,
con coloriture diverse, ovviamente, a quella storia, che resiste a tutti i
tentativi di annullamento e di ridicolizzazione. E a questo punto, un’altra
domanda sorge spontanea: ma non dovevano essere anni di rottamazioni, di nuovo a
tutti i costi, di turbo, di asfaltamenti? Eh, mi sa che la gran madre
democristiana continui ad affascinare anche lui, anche il “giovane” Renzi...
Daniele Tamburini
Daniele Tamburini
CREMONA OSTAGGIO DEI BLACK BLOC
CHI SONO I BLACK BLOC VISTI QUI A CREMONA?
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| I Black bloc hanno formato il blocco, iniziano gli scontri con le forze dell'ordine |
Una vera e propria guerriglia urbana durata quasi quattro ore. Scontri con le forze dell’ordine, ingenti i danni
| La cortina fumogena nasconde i Black bloc che indossano caschi e passamontagna |
Hanno agito con tattiche ben studiate e collaudate. La polizia ha evitato lo scontro fisico riuscendo a contenere gli assalti.«Siamo i figli del caos e della catastrofe».
| I Black bloc accendono i fumogeni |
di Daniele Tamburini
Chi sono quelle figure nere giunte a Cremona, chissà da dove, insomma i
cosiddetti i Black bloc? Coloro che per circa quattro ore hanno provocato una
vera e propria guerriglia urbana, scontrandosi ripetutamente con le forze
dell’ordine, devastando alcune zone della città e ferendo una comunità intera?
In Italia si comincia a parlare, per la prima volta, di Black bloc al G8 di
Genova, nel luglio del 2001, durante quelle terribili giornate che ancora
abbiamo impresse nella memoria. Nei filmati trasmessi dalle TV, vengono
identificati come Black bloc. quelle persone vestite completamente di nero, con
caschi e passamontagna, che compiono scorribande nella città, ingaggiando, a
distanza, scontri con la polizia e devastando vetrine, auto etc. Una
caratteristica distintiva dei Black bloc, da cui il nome, che tradotto significa
“blocco nero”, è quella di indossare vestiti e maschere neri. E’, questa, una
strategia studiata per apparire una massa compatta e ben identificabile. Questo
sia per apparire numericamente superiori, sia che per attirare la solidarietà e
l'aiuto di altri gruppi ideologicamente, più o meno, omogenei all'interno delle
manifestazioni. I passamontagna, le maschere e i caschi hanno la funzione, oltre
che di protezione, di impedirne l'identificazione da parte delle autorità. Al G8
di Genova fece impressione l’abilità e la rapidità con cui si muovevano, tanto
che qualcuno parlò di persone addestrate militarmente alla guerriglia urbana.
Black bloc, è un termine che fu usato per la prima volta durante le proteste
contro la prima guerra del Golfo nel 1991, negli Stati Uniti. Si designò così un
gruppo di individui, caratterizzati dall’obiettivo comune di contrastare e
combattere la globalizzazione, tanto che la stampa italiana, in alcuni casi, li
ha accostati al Movimento noglobal o movimento antiglobalizzazione.
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| Cremona 24 gennaio 2015 scontri tra Black bloc e forze dell'ordine |
I Black bloc
salgono prepotentemente alla ribalta, grazie ad una forte risonanza mediatica,
dopo gli scontri cruenti e le devastazioni avvenute a Seattle sul finire del
1999, durante le manifestazioni contro la Conferenza ministeriale del WTO, e a
Praga, sempre nel 1999, quando la città fu messa sotto assedio durante la
riunione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. In Italia,
dopo le terribili giornate del G8 di Genova (caratterizzate non solo dagli
scontri con i B.b) questi sono di nuovo entrati in azione, a distanza di dieci
anni, Il 15 ottobre 2011, a Roma. In città era stata organizzata la
manifestazione dei cosiddetti Indignados, contro la crisi economica mondiale.
Anche in quel caso, si ebbero episodi di guerriglia urbana, con feriti tra i
manifestanti e tra le forze dell'ordine. Individui vestiti di nero, protetti da
caschi e passamontagna, provocarono danni a banche, auto e sedi istituzionali. I
manifestanti pacifici tentarono invano di isolare i violenti, che anche in
quella occasione erano in netta minoranza rispetto al resto dei partecipanti
alla manifestazione di protesta. Pare che alcuni Black bloc siano stati presenti
anche durante gli scontri in Val di Susa tra i No-Tav e le forze di polizia. LE
TATTICHE DEI BLACK BLOC Abbiamo già detto che sembrano persone addestrate
militarmente, per come sono organizzate e per come si muovono, infatti la loro
“tattica” prevede la costituzione di un blocco all’interno di un corteo, nel
quale tutti sono vestiti di nero. Hanno solitamente almeno un gruppo iniziale
che si organizza e si coordina, per iniziare un'azione che tende a impegnare le
forze dell’ordine, marciando in blocco allo scopo di creare un forte effetto
visivo e cercando da subito lo scontro diretto con le forze dell'ordine, mentre
altri gruppi minori si sparpagliano per le vie mirando ad uno o più obiettivi.
Esattamente come è accaduto a Cremona, dove l’obiettivo primario era la sede di
CasaPound in via Geromini. Durante gli scontri, ma tendenzialmente in fase di
ritirata, compiono sistematicamente atti di vandalismo verso quelli che
considerano i simboli del capitalismo e della repressione: banche,
assicurazioni, i negozi in franchising di società multinazionali, i sistemi di
video sorveglianza, le auto di lusso e le sedi istituzionali. La tattica
d’azione di solito non prevede lo scontro fisico con le forze dell’ordine, che
vengono aggredite con lancio di pietre, petardi, razzi e non di rado bottiglie
incendiarie, per poi fuggire velocemente, allontanandosi e ricompattandosi in
seguito, e continuare le azioni. Un perno della tattica del Black bloc è dunque
il rifiuto del confronto fisico con le forze dell’ordine, che ovviamente sarebbe
perdente.
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| Cremona 24 gennaio 2015 scontri tra Black bloc e forze dell'ordine |
L’IDEOLOGIA I Black bloc non possono essere ricondotti ad una vera e
propria ideologia, e questo li differenzia, per esempio, dalla pratica politica
dei centri sociali. I B.b. non si dicono comunisti né tanto meno sono fascisti.
Se proprio vogliamo affibbiare loro una etichetta, sono più vicini
all'anarchismo. Sono “contro”. “Siamo i figli del caos e della catastrofe”, così
si definivano già nel 1999. Si dichiarano contro lo stato autoritario e
repressivo nelle sue varie forme. Sono contro il potere economico e finanziario
del quale devastano i simboli, in particolare le banche. “Combattiamo il potere
della finanza e della politica ad essa asservita, per una società autonoma da controllo sociale e dalla
disciplina del mercato”. Non possono, quindi, essere definiti anarchici,
anarcoinsurrezionalisti, no global, comunisti e così via. In Europa sono apparsi
prevalentemente durante le manifestazioni caratterizzate dalla presenza della
“sinistra antagonista". Va detto che non sono una organizzazione internazionale,
ma hanno una grande capacità di raccordarsi e di organizzarsi anche tra gruppi
di diversi paesi. A Cremona si è assistito a episodi e comportamenti che
rispecchiano a pieno la tattica usata dai Black bloc: sfilare sparpagliati
all'interno del corteo, salvo poi costituire il “blocco” nascosti da una cortina
fumogena. Non c’è stato lo scontro fisico durante i disordini con le forze
dell’ordine, questo anche per volontà, a nostro parere, delle autorità preposte
all’ordine pubblico, che hanno fatto di tutto per evitarlo. Le autorità, ossia
prefettura e questura, molto probabilmente, sapevano con chi avrebbero avuto a
che fare, tanto che la definizione del percorso, che avrebbe dovuto percorrere
il corteo, scelta che è stata contestata da molti cittadini perché troppo vicina
a via Geromini, è stata in realtà, pianificata allo scopo di contenere,
eventuali disordini, in una limitata zona della città che prevedesse ampie vie
di fuga. Zona che opportunamente nel frattempo era stata sgomberata di auto e di
quant’altro. Di contro la devastazione delle vetrine delle banche, delle
assicurazioni, e della sede dei vigili urbani rafforza la convinzione che,
sabato scorso, abbiamo avuto a che fare proprio con i Black bloc.
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| Cremona 24 gennaio 2015 scontri tra Black bloc e forze dell'ordine |
E dunque chi
ancora pensa che la guerriglia urbana, sia stata la reazione di giovani vandali
sbandati che improvvisamente, magari con la mente annebbiata da qualche canna,
diventano violenti, si sbaglia di grosso. Sicuramente, al di là dei gravissimi
episodi cremonesi, restano aperte molte domande: sull’identità di quelle
persone; sulla loro possibilità di muoversi indisturbati, in Italia ma anche tra
Stati diversi; sui finanziamenti su cui possono contare. Avranno necessità di
addestrarsi, di studiare sul campo le tattiche; un’organizzazione così non può
essere solo su base volontaria. Domande che, per adesso, restano senza
risposta.
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| Cremona 24 gennaio 2015 Black bloc |
sabato, gennaio 24, 2015
Non c'è niente di male, basta dirlo
Devo dirlo: ho alcuni amici e conoscenti, militanti o semplicemente
simpatizzanti del Pd, che sono visibilmente in imbarazzo a parlare di politica.
Forse ricordano quando dicevo loro, in tempi non sospetti: attenzione che Renzi
è l'altra faccia della stessa medaglia di conio berlusconiano… loro scuotevano
increduli la testa e mi dicevano che, le mie,erano solo “sciocchezze”, posizioni
settarie. Macché settarismo, io non mi schiero dalla parte di nessuno, valuto
semplicemente i fatti e gli antefatti: e i fatti erano le scelte, le
dichiarazioni, lo stile del fiorentino. Ma insomma: ricordate il momento della
caduta di Berlusconi? Attanagliato dagli scandali, abbandonato dall’Europa, il
sorriso che non sapeva più convincere, lo spread a valori pazzeschi, e poi la
condanna definitiva, il servizio sociale, il divieto ad espatriare… Chi avrebbe
mai detto, allora, che lo stesso uomo, ridotto in un angolo, oggi potesse essere
arbitro di scelte come la legge elettorale e l’elezione del Presidente della
Repubblica? Stampella robusta del governo, fedele alleato, nei fatti, in virtù
del cosiddetto patto del Nazareno, di un Renzi che sente crescere l’opposizione
interna. E chi lo ha affrancato, chi lo ha fatto uscire dall’isolamento, chi
l’ha reso di nuovo protagonista e arbitro? Gli amici, di cui sopra, bofonchiano.
Secondo me, ancora adesso stentano a crederlo, anzi non vogliono crederci. Oltre
ogni evidenza. Guardo divertito lo sbigottimento. E comunque, cari voi, vorrei
dire una cosa: non c'è niente di male ad essere “un partito di centro che guarda
a destra”, come ha detto un autorevole esponente Pd. L’importante, però, è
essere chiari, e non far finta di essere ciò che non si è. O non si è più.
#sappiatelo.
sabato, gennaio 17, 2015
AAA offresi posto vacante di capo dello Stato
Nel bene e nel male, Giorgio Napolitano ha sicuramente interpretato in modo
nuovo il mandato presidenziale. In modo nuovo e in modo forte: non sarà facile
sceglierne il successore (ma in effetti, non lo è mai stato, nemmeno negli anni
passati). Leggiamo sulla stampa come dovrebbe essere il nuovo presidente: le sue
caratteristiche, il suo profilo. Deve essere sicuramente autorevole (quindi
d’esperienza? Del resto difficilmente l’autorevolezza si fonda sulle
chiacchiere); deve essere preferibilmente, anche in vista della stagione di
riforme, un costituzionalista (il Presidente è garante della Costituzione e
dell’ordinamento repubblicano). Però non un “deja vu”: per carità! Un outsider
della politica, ci dicono, una persona super partes, ma che sappia essere
arbitro e non soggiaccia alla tentazione di scendere in campo in una delle
squadre. Non deve aver rivestito importanti incarichi di guida partitica. Deve
godere, comunque, della stima della comunità internazionale (un po’ bassa,
nonostante il recente semestre italiano alla guida della UE, o forse proprio per
quello): condizione imprescindibile, quindi, la conoscenza delle lingue (almeno
tre!). Non dimentichiamo che deve avere più di cinquanta anni. Ovviamente deve
essere incensurato. E poi, finora abbiamo parlato al maschile, ma non va bene,
anzi: dovrebbe essere una donna. Ma ce l'abbiamo uno così? Esiste un soggetto
così? Certo, può darsi che esista, ma come si fa a trovarlo: un concorso di
idee? La bacchetta del rabdomante? Qualcuno ha scritto che una soluzione ci
sarebbe: mettiamo insieme tutti quei pezzi e diamo un incarico al barone
Frankenstein.
Daniele Tamburini
Daniele Tamburini
sabato, gennaio 10, 2015
Occhio per occhio, fa un mondo di ciechi
Le matite spezzate”: con questa espressione ricorderemo la strage di Parigi,
l’assalto al giornale satirico Charlie Hebdo che ha causato almeno venti morti,
contando anche la poliziotta francese, colpita vigliaccamente alle spalle, in
una sparatoria a Montrouge, gli ostaggi e gli stessi terroristi. Gli attentatori
hanno voluto colpire un simbolo: la libertà di stampa, anche se molto, a volte
forse anche troppo, irriverente (mi chiedo quando si fermi il diritto di satira
e inizi la mancanza di rispetto, ma questo è un altro discorso). Certo è che
niente può giustificare il sangue versato. Una cosa è certa: non abbiamo
bisogno, e quindi non dobbiamo, sollevare il tema dello “scontro tra civiltà”.
Le diverse civiltà, proprio perché “civiltà”, hanno prodotto e producono
un’infinita varietà di meraviglie storiche, culturali, comportamentali,
culinarie. Chi commette stragi non è “civiltà”, e, nel caso di Parigi, lo sanno
bene i moltissimi musulmani che hanno condannato con fermezza quanto è successo.
Il dopo 11 settembre ha prodotto, oltre al dolore delle vittime e dei familiari,
un rincorrersi esasperato di paure, di odio, di violenze. L’odio chiama odio: se
un imam vicino allo Stato islamico (Is) ha rivendicato la strage, non faremmo
che il loro gioco, se pensassimo ad una risposta “occhio per occhio, dente per
dente”. Il terrorismo va combattuto con fermezza, ma anche con intelligenza e
lungimiranza. Scendere sul loro terreno è impossibile, per una democrazia. I
nostri “valori” non sono i valori di questi integralisti, inutile illudersi. Le
guerre scatenate per “combattere i terroristi”, come è palese, non hanno
distrutto il fenomeno. Il terrorismo si combatte togliendo al pesce l’acqua in
cui nuota. Le simpatie filo terroriste che si possono avere in alcuni ambienti
occidentali non verranno sconfitte dalla pura repressione: al contrario, si
darebbe spazio alla mistica del martirio, che per tali realtà è una meta da
raggiungere. È difficile convincersene, tanto più quando la rabbia e il dolore
gridano vendetta, ma occorre sapere che l’apertura, l’integrazione, la
convivenza, ovviamente con regole precise e concrete, sono le uniche strade.
Altrimenti, come diceva uno che se ne intendeva, di lotta: “occhio per occhio fa
un mondo di ciechi”. Si chiamava Gandhi: ha liberato il subcontinente
indiano.
Daniele Tamburini
sabato, gennaio 03, 2015
Chi vorresti come presidente?
Sono prossime le dimissioni di Giorgio Napolitano. E sono molti i nomi che circolano come potenziali candidati
di Daniele Tamburini
Leggiamo nella Costituzione italiana, all’articolo 87: “Il Presidente della
Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Può inviare
messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima
riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di
iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di
legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla
Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.
Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati
internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere. Ha il
comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito
secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede
il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le
pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica”. Quindi, il Presidente della
Repubblica, nel nostro ordinamento, non ha un diretto ruolo di governo, ma nelle
sue mani risiede una altissima responsabilità: quella di essere, appunto, il
garante dell’unità nazionale. Ciascuno dei Presidenti che si sono susseguiti, da
Enrico De Nicola (il primo, colui che firmò la Costituzione) a Luigi Einaudi (di
lui successore, il primo ad essere eletto secondo le norme costituzionali), a
Giovanni Gronchi, Antonio Segni (dimessosi in anticipo a causa di un ictus),
Giuseppe Saragat, Giovanni Leone (anch’egli, travolto dallo scandalo Lockheed,
si dimise in anticipo), Sandro Pertini (il Presidente partigiano, il più amato),
Francesco Cossiga (l’ultimo ad essersi dimesso in anticipo), Oscar Luigi
Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napoletano (l’unico ad essere stato
incaricato per il secondo mandato), ciascuno, dicevamo, ha interpretato il ruolo
in maniera personale e caratterizzata. Ricordiamo De Nicola mentre firma,
sorridente, l’atto di promulgazione della Costituzione, attorniato da De
Gasperi, Togliatti e Terracini; Einaudi, rigoroso intellettuale liberale;
Gronchi, il primo democristiano, il cui mandato fu funestato dagli scontri di
piazza del governo Tambroni; Segni, su cui si sono addensate le ombre
dell’eversivo “Piano Solo”; Saragat, un vecchio resistente, il primo Presidente
di centro sinistra (era socialdemocratico); Leone, giurista di fama, oggi in via
di rivalutazione, ma che viene ricordato per gli scandali e per le corna
scaramantiche che era uso fare; Pertini, l’amatissimo Presidente con la pipa,
partigiano combattente, capace di discorsi memorabili come il famoso “Si
svuotino gli arsenali, si colmino i granai!”, il Presidente che esulta per
l’Italia che vince il mondiale di calcio, che saluta dolente e partecipe tanti
morti negli anni di piombo, che non risiede al Quirinale. E poi Cossiga,
personalità istrionica e controversa, il “picconatore” autore di esternazioni
che, spesso, parvero travalicare il suo ruolo. Scalfaro, uomo di fede e di
cultura, interprete del moto di ostilità del Paese verso quella politica dei
corrotti e dei corruttori che veniva alla luce (egli accompagnò la riluttanza di
Craxi a dimettersi dalla segreteria del PSI con le parole «chi ha salito le
scale del potere deve saperle discendere con uguale dignità»). Ciampi, il
livornese dal passato azionista, che cercò di vivificare negli italiani l’amor
di patria, sottolineando l’importanza del Risorgimento, della Resistenza,
dell'Inno di Mameli e del tricolore, oggetto di alto favore popolare. E, in
ultimo, Napolitano, che si è scelto il ruolo di garante di una situazione tra le
più difficili della Repubblica (con l’esplosione della crisi del 2008),
accompagnando, in modo spesso irritale e oggetto di forti critiche, un percorso
di riforme economiche e istituzionali certamente non condivise da tutto il
Paese. Chi sarà il prossimo, o la prossima, Presidente? I nomi che circolano,
più insistentemente in questi giorrni, sono quelli di Romano Prodi, Walter
Veltroni, Pierluigi Bersani, Mario Draghi, Emma Bonino, Anna Finocchiaro e
altri. In ogni caso, colui che sarà, dovrà fare i conti con una situazione
difficilissima. Presumibilmente, sarà Presidente con la riforma istituzionale
che toglie al Senato la caratterizzazione elettiva a suffragio universale. Dovrà
vedersela con l’Europa del rigore, spesso, a senso unico. Con l’intenzione di
fare un piccolo sondaggio, ho chiesto ad alcune persone (scelte tra i miei
contatti di facebook e comunque tra coloro che si interessano di politica,
perché ne sono parte attiva, per passione o perché sono cittadini interessati
alla propria sorte): “Chi vorresti come presidente della Repubblica?”. Qualcuno
mi ha fatto notare che, tra coloro che hanno risposto, prevalgono persone più
vicine al centro sinistra. Il motivo risiede nel fatto che alcune persone
notoriamente simpatizzanti della destra non hanno risposto o hanno gentilmente
declinato l’invito. Ecco le risposte. Caterina Ruggeri «Vorrei Bersani. Persona
seria, stimata, competente e con un grande rispetto delle istituzioni. Ha 63
anni: l’età giusta, non voglio un ottuagenario». Franco Albertoni «Direi che la
senatrice Anna Finocchiaro potrebbe sicuramente essere una ipotesi
interessante... ». Patrizia Signorini «Come presidente della repubblica vorrei
Riccardo Muti. Uomo non compromesso e la cui storia professionale parla al mondo
dell'identità culturale italiana. Cosa che nessuno dei candidati sopraelencati
può minimamente rappresentare. Anzi: sono totalmente il contrario dell'animo del
nostro paese». Alessandro Carpani «Prodi, Padoan, Bersani, Finocchiaro? No,
grazie. Chi ha voluto l'euro e ha ucciso il nostro Paese non può rappresentare
l'Italia, no ai servi di Bruxelles. Io vedrei bene al Colle una mamma
disoccupata con figli, perché solo chi sa cosa vuol dire vivere nelle difficoltà
può rappresentare al meglio questo Paese». Deo Fogliazza «l mio candidato é
Romano Prodi. Ha grande esperienza internazionale (Presidente Commissione
Europea, Alto Rappresentante ONU in diverse aree d Crisi nel mondo), è stato per
due volte Presidente del Consiglio, è economista di fama internazionale, è stato
il padre fondatore del PD ed ideatore di una delle poche novità politiche:
l'Ulivo. Si è definito "cattolico adulto" dunque rispettoso della massima "Dare
a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio ciò che è di Dio". Potrebbe/dovrebbe
raccogliere le simpatie di gran parte del PD, del M5S, di SEL, di Italia Civica.
Con Prodi l'Italia sarebbe più forte e rispettata nel mondo». Benito Fiori
«Viviamo uno dei più bui momenti della politica e della nostra storia e la
personalità chiamata a tanta responsabilità dovrebbe godere della stima di ogni
parte politica e che però non vedo. Almeno dovrebbe avere, almeno, una storia
personale inattaccabile, di grande esperienza politica e di grande cultura. Le
meno lontane dal mio ideale sono la Finocchiaro e, benché indigesta
all'opposizione, Gustavo Zagrebelsky». Antonio Agazzi «Gradirei una donna,
conosciuta a livello internazionale, a 'scavalco' tra centro-sinistra e
centro-destra, conoscitrice del sistema politico istituzionale italiano, con una
storia politica alle spalle, specie in termini di impegno sul versante dei
diritti umani: Emma Bonino... ma non accadrà». Elia Sciacca «Il mio candidato
preferito è Stefano Rodotà essendo Professore di diritto costituzionale ex
presidente dell’Autorità garante della privacy, è uno degli autori della Carta
dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.Il motivo perché lo ritengo una
persona molto preparata sul funzionamento delle varie istituzioni dai toni
pacati e molto disponibile al dialogo costruttivo ». Roberto Borsella «A mio
avviso un candidato serio credibile è Casini. Lunga esperienza mediatore
intelligente...che dire... forza Casini», Federico Fasani «Come provocazione
direi Berlusconi. Ha esperienza e capacità. Come auspicio Enrico Letta. Giovane
e stimato in europa, il vero scenario politico del futuro». Giorgio Everet
«Vorrei un Presidente della Repubblica indipendente dai partiti, che pensasse al
bene dell Italia, di tutti gli Italiani». Flaminio Cozzaglio «Sceglie la
sinistra, che ha i numeri in più: spero si impegni a trovare un Ciampi; o almeno
uno che non sia stato in prima fila nelle battaglie della politica». Agostino
Alloni «Se fossi uno dei grandi elettori voterei, come Presidente della
Repubblica, Massimo Gramellini. Siccome non avrà il consenso necessario voterei
in seconda battuta Romano Prodi. MI sarebbe piaciuto votare per una donna che
però fatico ad individuare, Emma Bonino non mi pare più una candidatura adeguata
alla difficile situazione in atto». Carlo Malvezzi «Ad essere sincero non mi
entusiasma nessuno dei nomi che circolano in questi giorni. Molti hanno un
sapore antico, altri non hanno dimostrato la necessaria autorevolezza per
ricoprire un ruolo di così grande prestigio. Se potessi indicare figure a mio
giudizio adeguate proporrei Gianni Letta o Lorenzo Ornaghi per il loro
equilibrio, preparazione, rispetto nei confronti di tutti e alto senso dello
Stato, ma, essendo candidature improbabili, vedrei meglio di altri Mario
Draghi». Giuseppe Trespidi «Il prossimo Presidente della Repubblica dovrà essere
giovane vicino ai 60 anni, espressione della Politica: ancorato ai principi
della Costituzione, rispettoso delle Istituzioni, con un prestigio nazionale e
internazionale riconosciuto. Che abbia nel corso della sua vita dato
dimostrazione di rettitudine e capacità politica. In quel ruolo vedrei bene
Pierferdinando Casini». Giovanni Biondi «Il mio candidato per la Presidenza è
Massimo Cacciari, filosofo e intellettuale, coltissimo ma attrezzato e
competente rispetto alle liturgie della politica; sarebbe una Presidenza
originale, moderna e innovativa». Carlalberto Ghidotti «Il nome, lo
sappiamo, non sarà deciso da Forza Italia. Il mio auspicio è che sia individuato
un soggetto slegato dalla vecchia politica e che risponda a valori trasparenti e
liberali, in grado di garantire una presidenza davvero super partes». Iago
Iachetti «Vorrei Pierluigi Bersani... l'uomo che riunisce l'Italia e la "ditta".
Giancarlo Schifano «Credo che il prossimo Presidente della Repubblica sarà
Bersani, un uomo delle istituzioni che ha contribuito volendo o nolendo
all'ascesa politica di Renzi e ha saputo fare un passo indietro quando ha visto
che il partito era spaccato. Sicuramente è il giusto riconoscimento nei
confronti di una persona perbene,in grado di essere il garante della
Costituzione». Roberto Vitali «Fare retorica elencando quali caratteristiche
dovrebbe avere il nuovo Presidente o chi non dovrebbe essere tra i nomi che
circolano e fin troppo facile. Allora, senza alcun timore di critica, dico
Roberto Benigni». Roberto Poli Credo che Romano Prodi per la sua storia e la sua
competenza abbia il profilo ideale del prossimo Presidente della Repubblica
Rosita Viola «Vorrei Laura Boldrini perché ha esperienza europea ed
internazionale. Ha il senso delle istituzioni ed è attualmente una persona che
ha dimostrato di saper fare il Presidente della Camera con equilibrio e in
dialogo con tutto il Parlamento. Conosce e riconosce i valori costituzionali in
particolare il principio di solidarietà assolutamente necessario in un periodo
di crisi generale per "restare umani"». Michele De Crecchio «Tutto sommato,
sarei per indicare il buon Prodi, persona seria e consapevole, anche se modesto
comunicatore, come purtroppo lamentava anche Montanelli». Gabriele Piazzoni «Il
mio candidato presidente è Romano Prodi, persona onesta, con un grande carisma
internazionale, simbolo vivente di un centrosinistra che non ha bisogno di fare
patti del nazareno e altri indicibili accordi per dare un governo al paese. Una
persona che ha saputo dimostrare nei suoi ruoli di governo di avere un altissimo
rispetto delle istituzioni repubblicane, e che quindi può ridare il necessario
credito alla politica italiana. Inoltre, per aumentare il peso dell'Italia nella
difficile trattativa per la modifica dei vincoli economici europei, nessuna
persona è più indicata di colui che seppe portare il nostro paese all'interno
dell'eurozona ». Anselmo Gusperti «Propongo una rosa di tre nomi: Bonino,
Grasso, Draghi. Bonino: donna, di assoluto livello, conosciuta e stimata in
tutto il mondo, istituzionalmente affidabile. Ma é invisa alla Chiesa ed ai
cattolici intransigenti, che pure sono una parte consistente degli italiani;
Grasso: già vice naturale della carica, uomo istituzionale, costituzionalmente
affidabile, ha già dato buona prova nel reggere il Senato, imparziale; Draghi:
di assoluto prestigio, ma sta facendo il bene dell'Italia e dell'Europa là dov'é
e lì dovrebbe rimanere». Francesco Zanibelli «Per quanto riguarda la questione
presidenza della repubblica, credo che Mario Draghi possa essere il nominativo
più indicato per il prestigioso incarico. Certamente si potrà dire di lui che è
molto vicino a quel potere europeo e sovra europeo del quale una dolorosa
testimonianza è rimasta col governo Monti, tuttavia la sua competenza e la sua
autorevolezza potrebbero appresentare il nostro Paese meglio di altri candidati
di cui su legge in questi giorni».
L'eterno presente
La fine del 2014 e l'inizio del 2015 sono stati caratterizzati da sciagure
nei trasporti, terribili sul piano umano e cariche di domande su come vada
questo nostro mondo (ci sono esseri umani che possono scomparire senza che se ne
sappia nulla). Ma il dibattito politico, ormai, è in fibrillazione sull'elezione
del (o della?) Presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano lascia, lo ha
annunciato ufficialmente. Ai posteri un giudizio definitivo sulla sua opera, un
settennato più uno scampolo. Per molti è stato un elemento di riferimento
importante ed autorevole; per altri, non ha interpretato al meglio il ruolo
super partes che la Costituzione attribuisce a tale figura, dando l'impressione,
in più di una occasione, di sostenere, costi quel che costi, le scelte di chi
governava, come le uniche possibili. D'altronde, il tutto sta nella biografia di
Giorgio Napolitano, uomo d'ordine fin dai tempi delle epurazioni nel PCI
napoletano. E adesso? Le candidature autorevoli non mancano: lo dimostra anche
il breve sondaggio informale che pubblichiamo. Romano Prodi, Pierluigi Bersani,
Anna Finocchiaro, Emma Bonino, Mario Draghi..., tutte persone assai qualificate
e capaci. Ma, se qualcuno avesse dubbi su quanto possa essere bizzarro questo
nostro Paese, la notizia, sotto traccia, più eclatante è quella di un possibile
accordo tra Pd e Pdl su Romano Prodi. Proprio lui, colui che Berlusconi vede
come il fumo negli occhi e che, nello scontro diretto, lo ha sempre battuto? E
Prodi accetterebbe, dopo l'agguato che subì? Ma in politica, si sa, perlomeno in
quella di oggi, è meglio non avere né ricordi né rimpianti. È l'eterno presente,
lo abbiamo già detto. Sta di fatto che Prodi, ultimamente, è sempre più critico
rispetto alla politica della U.E. La sua opinione è più che condivisibile: il
rigore a senso unico strozza ogni possibilità di ripresa, e la Germania dovrebbe
ricordare quando, per fronteggiare un momento eccezionale, ottenne
l'allentamento dei vincoli. Io credo che i governi di Prodi siano stati
importanti per il Paese. Soltanto con I suoi governi diminuì il debito pubblico.
L'uomo è stimato: anche se critica la politica di austerity, non può certo
essere giudicato un allegro scialone. Potrebbe essere lui la figura autorevole
per ottenere un cambio di passo? Il semestre di presidenza italiana, a parte
l'assicurare un buon posto a Federica Mogherini, non ha sortito grandi effetti.
In Europa, in Italia, ovunque servono autorevolezza e preparazione. L'incertezza
che ancora permane sulla sorte di chi era imbarcato sulla Norman Atlantic non
deve essere metafora per il nostro futuro.
Daniele Tamburini
sabato, dicembre 20, 2014
Altro che lotta ai privilegi L’unico taglio è sul lavoro
Era tutto prevedibile, tutto scritto. La riforma “epocale” delle Province, il
cui padre, Graziano Delrio, se ne sta prudentemente in silenzio, in questi
giorni, si dimostra pasticciata e irrealizzabile. Le funzioni non assegnate
dalla legge medesima, ma esercitate ad oggi dalle Province, dovevano essere
ripartite, con personale e risorse al seguito, tra Stato, Regioni, Comuni, e
tutto questo entro il 31 dicembre. Non del 2050, ma del 2014. Delrio, Madia
eccetera giurarono che così sarebbe stato. Figuriamoci: la legge di stabilità
taglia pesantemente i bilanci di Comuni e Regioni e Province stesse e, con
emendamento apposito, pare intenda tagliare del 50% la spesa del personale delle
Province e del 30% quella delle Città metropolitane. Cioè: Regioni e Comuni non
prendono le funzioni che non sono più proprie delle Province, che quindi
rimangono in capo a queste ultime, le quali, però, dovranno ridurre il personale
del 50% o del 30%. E questo personale “residuale”, dove andrà? Le risposte sono
fumose: tribunali? A copertura dei pensionamenti statali? Non si sa bene. Bella
roba: i risparmi effettuati non su privilegi, prebende e clientelismi, non
combattendo veramente corruzione e evasione, non colpendo a fondo i tanti “casi
Roma”, ma su servizi e lavoratori. Bravi, sette più. Altre 56.000 persone a
rischio di non essere collocate e, quindi, di licenziamento, dopo due anni di
messa in disponibilità. Ma che bell'impulso alla ripresa del Paese. Strade con
le buche, frane non rimosse, scuole superiori senza manutenzione: ditte che,
quindi, non riceveranno lavoro. Era chiaro a molti di noi che l'eliminazione
dell'elettività a suffragio universale del Consiglio provinciale e del
presidente - che comportavano spese risibili - fosse solo il preludio all'unico,
vero risparmio, sciaguratamente individuato: un taglio immane delle spese sul
personale e sui servizi. Bravi, davvero bravi a fare le riforme così. Riforme
epocali... E questi vorrebbero riformare pure la Costituzione! Ma fateci il
piacere!
Agostino Poli
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legge di stabilità,
province
sabato, dicembre 13, 2014
Sono stufo di questo sottobosco aggrovigliato e puzzolente
Siamo in una situazione per cui i sindaci non possono che aumentare tasse e
tariffe: tanto è forte l'impatto dei tagli previsti dalla legge finanziaria per
il 2015, che ora, forse suona meglio, si chiama legge di stabilità. Le Regioni
tagliano sulla sanità, la nostra sanità pubblica che, nonostante sprechi e
disservizi, è ancora un nostro vanto nel mondo. Non si parli delle Province:
dovevano essere traghettate verso una dimensione più snella e gestire servizi
essenziali (manutenzione strade, edilizia scolastica): ebbene, la maggior parte
non sa come pagare il personale e si parla, ormai apertamente, di licenziamenti.
Si è fatto il Jobs act, insomma la riforma del lavoro, e, a parte l'articolo 18,
qualcuno ha fatto due conti e dice che sarà molto più conveniente licenziare che
stabilizzare. Uno storico ha scritto un libro, dal titolo: "La lotta di classe
esiste e l'hanno vinta i ricchi". Non penso che ci vogliano master esclusivi per
capire che questo è vero. I ricchi, che la sanità se la pagano, che non hanno
bisogno di asili nido, né di sussidi per l'affitto o la spesa, sono
relativamente tranquilli. Noi stiamo nel Paese - pare - più corrotto
dell'Occidente. Lo scandalo- Roma non cessa di rovesciare fango. Per anni ci
hanno detto che parlare di giustizia sociale e di antifascismo era roba vecchia.
I risultati si vedono. Renzi ormai arranca, è innegabile. Lui, di appartenenza
democristiana, ma cantore della velocità, non ha fatto i conti con una realtà
troppo complessa per essere gestita con superficialità e colpi di scena. E sì
che l'essere democristiano avrebbe dovuto insegnarglielo. Gli ex DC hanno
scippato il Pd sotto il naso agli ex comunisti. Che maestri! Senza prese del
palazzo d'inverno, senza turbo, senza proclami. Lo hanno fatto e basta. Sono più
furbi, più scaltri, lo sono da sempre.E il semestre europeo? Cosa porta a casa,
quell'atteggiamento un po' bullesco e quell'inglese improbabile? Poco o niente,
a parte l'incarico a Mogherini. O si mette mano davvero al sottobosco
aggrovigliato e puzzolente in cui stanno insieme una certa classe politica,
corrotti e corruttori a loro volta corrotti, mafia e criminalità, o non andremo
da nessuna parte. È per questo che non si investe in Italia, e non basta certo
un nome inglese ad una legge per dare risposte serie. Le patatine fritte si
digeriscono male, anche se si chiamano chips.sabato, dicembre 06, 2014
Il verminaio
Ci ho un po’ pensato: è un titolo troppo forte? Penso, però, di no. E’
evidente che mi riferisco a quanto è emerso del nodo
affari-corruzionecriminalità a Roma. Una storia nauseante, di collusioni, di
complicità, di malcostume. L’ennesima? Certo. Ma in tutte le storie vergognose
c’è un punto che colpisce in modo particolare. Io penso a quella foto, quella in
cui c’è anche un attuale ministro della Repubblica: sono tutti a una tavola
imbandita. Politici, affaristi, pregiudicati. E penso a chi, quella tavola oggi
se la sogna. Penso alle parole roboanti che certi politici pronunciano, sulla
crisi, sulla necessità di fare sacrifici, sull’Europa che si aspetta questo e
quello, sul fatto che siamo stati troppo spreconi .. certo, è stato detto anche
questo, mi pare durante il governo Monti. Penso che non sia mai stato un caso
l’attacco alla magistratura, attacco che perdura da alcuni anni; una
magistratura che si immischiava troppo, secondo alcuni, in “cosa loro”, e per
questo da limitare attraverso la “riforma della giustizia” E penso che, pur
essendo senz’altro un “marziano” in questo sistema, Marino dovrebbe dimettersi,
anche solo per dare un segnale. Penso, anche, che nessuno può chiamarsi
completamente fuori: la nostra colpa è, ed è stata, quella nell’aver dato
fiducia a questa gente, e lo dico in senso assolutamente bipartisan, come
dimostrano fatti e appartenenze. Renzi, premier, ma anche segretario del Pd, fa
commissariare il suo partito nella Capitale. Altro che commissario del Pd, qui
ci vorrebbe il commissario Montalbano…
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