venerdì, giugno 04, 2010

Emergenza

Abbiamo conosciuto l’emergenza incendi: un paese a fuoco. Poi, per contraltare, quasi, l’emergenza dell’acqua … E l’emergenza rifiuti, l’emergenza petrolio, l’emergenza terremoto, l’emergenza frane, l’emergenza sanità con i malati nei corridoi, l’emergenza giustizia. E l’emergenza sicurezza. Solo che l’emergenza, per definizione, è una condizione eccezionale, imprevista, inattesa, rara. Un’emergenza che diventa normalità non è più emergenza. Eppure, noi viviamo, da molti anni, da molti governi, da molte stagioni, una continua emergenza. Si dice: ci vuole rigore, la situazione è di emergenza, e da qui le manovre, i tagli e la richiesta di sacrifici. Poi si scopre che l’attore massimo dell’emergenza, la protezione civile, deve gestire anche i festeggiamenti di San Giuseppe da Copertino, patrono degli studenti … e cadono le braccia. La spesa pubblica è un’emergenza? Probabilmente sì. Il rimedio sta nel blocco degli stipendi degli statali? Probabilmente no. I sacrifici sono necessari per il bene di tutti, dice il Presidente del Consiglio. Sono provvedimenti episodici e non strutturali, dice il capo dell’opposizione. La sensazione è che ci sia tanta improvvisazione e tanta paura. Sapete qual è secondo me un’emergenza grave che condiziona la futura possibilità di ripresa? Lo dicel’ultimo Rapporto annuale dell’Istat che dipinge un quadro a tinte fosche della condizione dei giovani nel nostro paese: il 30% dei giovani sono inoccupati e si sta cronicizzando la loro dipendenza dalla famiglia. Un esercito immobile, che chi guida il paese non riesce a rendere attivo per creare sviluppo e ricchezza, ma che nemmeno si mobilita per protestare contro una situazione assai penalizzante. La conseguenza è un’economia che non si riprende e una società che non riesce a rinnovarsi. Mio figlio ha venti anni, gli ho fatto leggere questo mio breve scritto; mi dice che alla fine non sto dicendo niente e meno propongo. E’ vero: la mia è solo una costatazione. Ma non rinuncio alla speranza che le nuove generazioni siano in grado di costruire un futuro migliore.

Daniele Tamburini

venerdì, maggio 28, 2010

Sacrifici

Chi volesse scrivere la storia dei nostri ultimi quarant’anni, potrebbe farlo a partire da una parola: “sacrifici”. La crisi petrolifera dette una scossa terribile alle economie dell’Occidente, all’inizio degli anni settanta dello scorso secolo; e la ricetta furono i sacrifici. Chi ha i capelli grigi si ricorderà: l’austerity, le domeniche a piedi. Dopo di che, ad ogni fase recessiva, ad ogni depressione della Borsa, ad ogni trend negativo dell’economia la parola è uscita fuori. Come se fosse nuova di zecca. A questo non si sottrae l’odierna manovra economica che il Governo ha approntato. Di nuovo, c’è solo l’ammissione della reale consistenza dello stato delle cose da parte del Presidente del Consiglio. Ora, nel mondo antico si offrivano sacrifici al dio per ingraziarselo, ringraziarlo, venerarlo. È certo che l’economia può essere considerata una dea capricciosa, ma, forse, esisterebbero anche altri modi per renderla benigna. Per esempio, dicendo con chiarezza quale sia la portata della crisi e indicando una strada, o un insieme di strade, che possono essere anche impopolari o dolorose, ma che facciano intravedere un barlume di luce in fondo al percorso e soprattutto che evitino che il futuro dei nostri giovani venga ipotecato. Probabilmente servono riforme che mettano in discussione diritti acquisiti e interessi costituiti. Probabilmente serviranno davvero altri sacrifici. Il problema è come distribuirli, con quale incidenza reale sulle varie fasce di reddito, con quale cadenza e con quali obiettivi, evitando ristagno e contrazione dei consumi. Questo lo si fa con analisi serie, mirando ad obiettivi di medio e lungo termine, ragionando e non seguendo umori e sondaggi: “ … c’è uno schiacciamento pericoloso sull’immediato” (Gianfranco Fini). Altrimenti, si corre il rischio che, invece di ingraziarsi la dea economia, si debba confidare nella dea Fortuna.

Daniele Tamburini

venerdì, maggio 21, 2010

Non si può stare sempre a lamentarsi

Un eminente psichiatra, il professor Di Giannantonio, parla di una vera e propria epidemia di malumore ed irritabilità nel nostro Paese, dovuta alle incertezze del clima atmosferico di questi giorni. Sarà senz’altro così. È probabile, però, che malumore ed irritabilità derivino anche da un forte senso di insicurezza che si percepisce nel Paese. Siamo finiti tra i PIGS, brutto acronimo, con Portogallo, Grecia e Spagna: Paesi a rischio. La crisi economica, che pareva fosse in via di superamento ci dicono, ora, che richiede invece tagli a salari e pensioni. E probabili tagli – ancora– a università e ricerca. A meno che non basti quello del 5% ai ministri … Ma non si esce dalla crisi, se non si compie anche un balzo in avanti in tecnologie innovative e nuovi modelli di produzione e se non si danno risorse alla ricerca. La gente si fa domande, è inevitabile.
Per esempio: quello che trapela da affari illeciti, ricarichi di spesa, affitti e appartamenti pagati, ristrutturazioni e corruzione in genere, un fiume di denaro illecito che pare scorra ovunque, questo denaro che comunque viene distolto dalle casse pubbliche, seconvenientemente investito, alla luce del sole, non potrebbe essere una risposta, seppure parziale, alla crisi? E siamo proprio sicuri che serva al Paese spendere cifre altissime per la missione in Afghanistan, oltre al terribile costo umano dei nostri soldati morti? Si dirà: manon si può stare sempre a lamentarsi. Diceva Thomas Jefferson, terzo Presidente degli Stati Uniti, che dissentire è una forma di patriottismo, perché si vorrebbe sempre il meglio per il proprio Paese. E anche noi vorremmo il meglio per il nostro.


Daniele Tamburini

venerdì, maggio 14, 2010

La cenere del vulcano

La cosa ha inizio con Prometeo, addirittura: narra la mitologia greca che avesse fatto dono agli uomini dell'intelligenza, della memoria e, soprattutto, del fuoco. Quindi, la possibilità di affrancarsi dallo stato bestiale, di trasformare la natura riscaldandosi, cuocendo i cibi, lavorando i metalli, fino a spingere nello spazio i missili e le navicelle. Prometeo viene terribilmente punito. Incatenato a una roccia, un'aquila glis quarcia il petto: gli dei non accettano che gli uomini possiedano intelligenza e scienza. Ma si tratta di un dono irreversibile, e da allora si parlerà del "dominio" umano sulla natura. Fino a scindere l'atomo, fino a trivellare combustibile nelle viscere della Terra, fino a mettere piede sulla Luna. Certo, "dominare" la natura significa anche curare malattie che credevamo incurabili, prevenire e prevedere. L'umanità ci crede da secoli: la natura può essere domata. Eppure... eppure, basta un piccolos cossone della madre Terra e le città crollano, e basta un vulcano arrabbiato, e tutta la nostra fretta, la nostra ansia di velocità, di spostamento, di appuntamenti da non perdere, di vacanze da non rimandare, diventano insignificanti. Un vulcano dal nome impronunciabile, nell'Islanda dei ghiacci e del fuoco, un vulcano come quello di cui racconta Jules Verne in "Viaggio al centro della terra",e gli aerei, il simbolo del dominio umano sulla distanza e sul tempo, si fermano. E poi... riusciremo a fermare la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico? L'aquila ancora si erge su Prometeo incatenato.

Daniele Tamburini

Oggi più che mai occorre una scuola di qualità

Mi hanno fatto riflettere le parole che Luca Cordero di Montezemolo ha pronunciato qualche settimana fa in occasione di un convegno promosso dall’Associazione Italia Futura. "Ognuno di noi ha detto almeno una volta: voglio che mio figlio abbia possibilità migliori di quelle che ho avuto io, voglio che i miei nipoti stiano meglio di me. La risposta a questa speranza così naturale e così necessaria è il buon funzionamento della mobilità sociale, di quell’ascensore che dovrebbe permettere a chiunque di salire verso l’alto facendo affidamento sul proprio talento e sulle proprie capacità”. E' questa la condizione necessaria per un Paese dinamico, capace di rispondere alle sfide della modernità e della crisi, con idee, progetti, lavoro in squadra. E, per far questo, occorre imparare. Nel 2000, a Lisbona, l'Europa s’impegnò solennemente a divenire l'economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita economica durevole accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell'occupazione e da una maggiore coesione sociale, attraverso sistemi d'istruzione e di formazione che coniugassero qualità, accesso e apertura sul mondo. Questo doveva avvenire entro il 2010. Oggi, nel 2010, la nostra Corte dei Conti boccia sonoramente il sistema universitario italiano, il cosiddetto 3+2, laurea triennale + specialistica. Non solo non è aumentato il numero dei laureati, ma l'offerta formativa è frammentata, moltiplicata in segmenti immotivati, insomma, è scadente. Non ha creato lavoro né tanto meno nuove opportunità di crescita. Domanda: dove dovrebbero imparare i nostri giovani? Un paese che vuole essere di qualità non può pensare al suo futuro, e nemmeno riesce a immaginarlo, senza una scuola di qualità. Non è poi così difficileda capire. O no?

Daniele Tamburini

venerdì, aprile 30, 2010

Lo showdown tra Oni e Ini.

Come finirà la crisi che si è aperta nel centrodestra dopo lo scontro Berlusconi-Fini? Vedremo. Certo che questo è un ulteriore segnale della incertezza che domina la vita politica italiana di questi ultimi anni. Chi lo avrebbe detto, neppure due anni fa, con il centrodestra trionfatore alle elezioni politiche, che si potessero paventare elezionianticipate …
Come vorrei poter leggere quello che, tra cent’anni, diranno gli storici sulla figura del capo del governo. Personaggio che oggi a me pare così paternalisticamente ottocentesco e premoderno, nel suo modo di intendere la politica, e invece così capace, da imprenditore, di interpretare ed anticipare, in molti casi, i tempi: l’impero mediatico, l’impatto della comunicazione. Una commistione inedita, tra il cipiglio del padrone delle ferriere, che decide e dispone e mal accetta critiche ed opposizione, e la spregiudicatezza del cittadino Kane in “Quarto potere”, antesignano dell’enorme capacità dei mezzi di informazione di influenzare e formare l’opinione pubblica. Sta qui forse la radice del successo di Berlusconi, nella sua “differenza”, nella sua capacità di impersonare ed esprimere linguaggi e codici diversi che tanto affascinano la maggioranza degli italiani. Una capacità di persuasione che arriverà a convincere il popolo, in una totale confusione tra scienza e economia, che anche il nucleare è cosa buona e giusta. Intanto l’opposizione, a mio parere, invece che discutere se Fini sia “accidente” o sostanza dovrebbe vincere il panico da elezioni anticipate e scegliere in fretta identità, alleanze e magari il candidato. Dovrebbe insomma sapere chi è e cosa vuole. Bossi lo sa, Berlusconi pure e lo sa anche Fini. Il centrosinistra ancora se lo domanda. Chiudo con la domanda, un po’ provocatoria, che l’on. Pizzetti si pone: è anomalo Berlusconi o è anomala l’assenza di un’alternativa, nel nostro Paese?

Daniele Tamburini

venerdì, aprile 23, 2010

La ricompensa per la saggezza

Per un lungo periodo, nella storia dell’umanità, l’anziano ha ricoperto un ruolo essenziale. In famiglia, si attendeva dalla sua voce il sì o il no finale ad una scelta importante. In molte società, il “consiglio degli anziani” ha retto la cosa pubblica. Al lavoro, ti dicevano: “impara da chi è più anziano di te”. Anziano come sinonimo di venerando, saggio, maestro paterno. Per alcuni versi, si trattava di una costruzione mitologica: spesso i comportamenti erano di tipo gerarchico, fortemente autoritario. Se stavi in quel modello, bene, altrimenti lo pagavi con conflitti e allontanamenti. Arriva il Novecento, e la storia galoppa, e tutte le certezze vengono messe in discussione, compresa quella del valore dell’esperienza e della tradizione. Si afferma un altro mito: la gioventù. “Giovinezza”, cantavano durante il ventennio; giovane è bello, efficace, al passo con i tempi. Essere giovani diventa sempre più un valore, nella società dell’immagine. Ma i giovani restano spesso al palo, sempre più precarizzati. E gli anziani Stanno tra Scilla e Cariddi, tra l’accusa di togliere risorse ai giovani e la realtà di un ruolo sociale sempre più scarso (escluso che in politica? Lì gli anziani prosperano …). E se una delle riforme più condivise degli ultimi anni è stata quella che ha innalzato l’età pensionabile, in Francia, Martine Aubry, leader politica recente vincitrice delle elezioni regionali, sostiene che si debba compensare la sagesse (la saggezza), innalzando, sì, ma il valore delle pensioni. Significa che nel resto dell’Europa girano anche idee diverse da quelle che qui appaiono scontate. Scontate? Provate a chiedere a un padre: “Lo sai che tuo figlio andrà in pensione a 68 anni?”.

Daniele Tamburini

venerdì, aprile 16, 2010

C'è chi non ci sta

Avviene anche qualcosa di bello. Spesso siamo portati a pensare che il nostro non sia un Paese per chi è debole: malato, povero, vecchio, svantaggiato, o semplicemente precario. Se nascono pochi bambini, è perché molte donne e molti uomini giovani si chiedono se saranno abbastanza forti per condurli ad avere tutte le opportunità che una nuova vita merita. Perché questo, penso, è il vero rispetto della vita: cercare di far sì che ognuno abbia le opportunità per crescere in dignità e in libertà. Ci sono zone del mondo in cui questo è impossibile, per la miseria estrema, per la guerra, per la persecuzione. Ci sono situazioni, anche qui da noi, sempre più difficili. Bene: per poter crescere come cittadini consapevoli, preparati, in grado di dare il proprio contributo alla società, l’educazione, la cultura e la scuola sono mattoni essenziali. Allora, qui vicino a noi, a Adro nel bresciano, un imprenditore, che ha voluto rimanere anonimo, ha saputo che le famiglie di alcuni bambini delle elementari, in difficoltà economica, non avevano pagato la mensa scolastica, e che, quindi, i piccoli stavano per essere esclusi dal servizio mensa. Giova ricordare che una legge dello Stato sancisce l’obbligo di frequenza del tempo mensa. Questo signore ha scritto una lettera bellissima, senza alcuna retorica, piena di memoria e di rispetto. Ma non solo: ha detto ”Pago io”. Ha rimesso il debito di quelle famiglie. Ha scritto: ” Io non ci sto. Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi, ma un infinito patrimonio di dignità… Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varrà la spesa”. Consapevole di compiere un gesto simbolico, ma di una portata enorme. Sono le ragioni della solidarietà, dell’umanità, del rispetto. Dare una mano quando si può.
Non è una cosa da poco.

Daniele Tamburini

venerdì, aprile 09, 2010

Non si scrive sui muri !

Così ci intimavano quando eravamo bambini. Poi abbiamo scoperto la creatività dei murales, che fossero quelli dei messicani Siqueiros e Rivera, o quelli di Valparaiso, o del Maggio francese. La cultura e l’espressione uscivano dall’ambito chiuso di accademie e musei, e potevano e dovevano esprimersi in libertà nel tessuto urbano. Non solo immagini, ma anche slogan, pensieri, versi. Ricordo il tempo de “L’immaginazione al potere”. Negli anni, qualcuno ha parlato di una forma d’arte, la street art: ospitata in rassegne, musei, esposizioni. Da sempre si dibatte attorno alla questione di cosa sia arte. È certo che un bugnato rinascimentale o un marmo neoclassico lordati da scritte non siano tollerabili, così come una statua incisa con cuoricini infranti o, più banalmente, il muro perimetrale di un’abitazione appena ridipinto, dopo sofferte riunioni condominiali, su cui qualcuno inneggi alla squadra del cuore o dileggi l’avversario. D’altra parte, alcuni dei vecchi, brutti palazzoni della Berlino comunista sono stati coperti di graffiti e murales colorati, e questi lampi di luce rompono un grigio uniforme. Sono molte le città che scelgono anche questa strada di design urbano. A me piace il murales di via Postumia realizzato due anni fa in occasione della manifestazione Gemini Muse voluta dall’assessorato alle politiche giovanili con, oltretutto, il contributo della Regione. A Milano, invece, il Comune ha portato in tribunale, per imbrattamento molesto, uno dei più famosi “graffitari”, Daniele Nicolosi, conosciuto come Bros ,che ha peraltro esposto le sue opere anche a PalazzoReale, definito da Sgarbi “un Giotto moderno”. Chi avrà ragione, allora? Potremmo dire che le crociate, come sempre, servono a ben poco. Che questa forma di espressione è tipica della modernità e che occorre trovare modi di gestione mediata, con buon senso ed equilibrio. E che, forse, le emergenze economiche, sociali, di sicurezza di una città come Milano, e non solo, sono altre.

Daniele Tamburini

venerdì, marzo 26, 2010

Chiare, fresche e dolci acque

Non sempre, ma la saggezza popolare, nutrita da secoli di esperienza e di condivisione, dice grandi verità. Come quella per cui non si apprezza mai tanto ciò che si ha, quando lo si è perduto. Quando finisce, quando non lo si ha più. E questovale per tutto: nei rapporti umani, nelle cose materiali, nei beni e nelle speranze. Prendiamo l’amore: lo si vive, lo si assapora, lo giochiamo in una partita a volte scherzosa, a volte dolorosa, ma è lì, presente, caldo, rassicurante, quasi scontato, poi un giorno finisce e ci troviamo soli e infreddoliti. Assetati: come quando manca l’acqua. Per millenni abbiamo dato per scontato che l’acqua fosse un bene inesauribile, che le chiare, fresche e dolci acque sgorgassero per l’eternità da rocce e fondali, ma ora non è più così. Una gran parte del mondo è assetata, ma – se le previsioni dicono il vero – lo saremo presto anche noi. 2020? 2050? Cambia poco. Si dice che le prossime guerre saranno per l’acqua. Einstein diceva che non sapeva con che armi si sarebbe combattuta la terza guerra mondiale, ma che conosceva le armi della quarta: arco e frecce. Volete un altro esempio? Il nostro modello di sanità. Il modello universalistico, il welfare, pur “temperato” e convenzionato con il privato. Giustamente siamo pronti a stigmatizzare la malasanità, i disservizi, gli sprechi. Ma il presidente Obama, negli Stati Uniti, ha salutato con un sorriso radioso il voto alla Camera che estende – ma ancora non a tutti i cittadini, si badi bene – la copertura sanitaria (cavilli permettendo). Una svolta epocale, ha detto. Se questo è vero per una grande democrazia come quella statunitense, a maggior ragione dovrebbe rendere orgogliosi noi, che di tale scelta siamo modello. Una volta tanto, l’America è qui da noi. Questo grazie alla grande civiltà di una riforma sanitaria approvata, alla vigilia del Natale del 1978, e condivisa praticamente da tutti i partiti dell’arco costituzionale.
Altri tempi!
P.s. La settimana scorsa sono stato in una
nota Casa di Cura cremonese per un esame
piuttosto fastidioso. Ho trovato nel personale
medico e paramedico una grande, generosa e
confortante umanità. Grazie.

Daniele Tamburini

venerdì, marzo 19, 2010

Venga a prendere un caffè da noi

Abbiamo visto tutti alla Tv gli striscioni dei manifestanti ad Atene:non pagheremo la vostra crisi. Igreci protestano contro il piano di austerità del governo, per combattere una situazione ormai giunta ai livelli di guardia, che preoccupa l’Europa. Ma anchei n Islanda la popolazione protesta contro l’idea di pagare i debiti ereditati dall’affondamento delle banche. E gli spagnoli protestano contro il prolungamento dell’età pensionabile. Il sistema bancario ha giocato sull’ingegneria finanziaria, e alla fine l’economia reale ha presentato il conto: profondo rosso. Ma cosa può fare uno Stato,per non rischiare la bancarotta? Semplice: o aumentare le entrate o limitare le spese. E’ sicuro che una corretta politica fiscale centrerebbe il primo obiettivo, magari anche con una ripartizione più equa del carico. Si dirà che non è facile, ma non lo è neppure la seconda strada. Infatti, chi paga, così? Il rigore sarà pagato dai cittadini: con meno qualità nella scuola, nella sanità, nell’ambiente, nei servizi. Il fatto è che la crisi della finanza privata si è trasformata in crisi della finanza pubblica, e che gli Stati non riescono, non possono, non sanno metterla in conto a chi l’ha provocata. Certamente, le banche non pagheranno il conto in prima battuta: il presidente Obama ha previsto una tassa speciale per le banche, ma in un periodo di dieci anni. In questa fiera dell’irresponsabilità, dell’economia cannibale, come l’ha chiamata qualcuno, cosa resta da fare?
Magari, un Coffee party: il caffè delle persone responsabili. L’idea viene dagli Usa, ed è un movimento che si batte per la partecipazione democratica e l’unità del Paese su alcuni obiettivi prioritari, per risolvere i problemi; in particolare la “cleptocrazia”del capitalismo finanziario di rapina.
E’ un’idea importabile? Il caffè italiano è senz’altro migliore di quello made in Usa… ma la classe dirigente?

Paolo L.

sabato, marzo 13, 2010

Dedicato a me, a te e al Paese

Sapete? Noi abitiamo la terra dove fioriscono i limoni, scriveva Goethe. E un giardino di limoni è il luogo profumato in cui due donne, che appartengono a due popoli in lotta tra loro, stipulano un’alleanza per la vita, contro la violenza: è la trama di un film. Ancora, in un giardino segreto, due bambini e un pettirosso trasformano la storia vuota e arida di una famiglia distrutta in una nuova vita, un nuovo inizio, una speranza: è un libro, degli inizi del Novecento. L’Eden era il luogo in cui Dio creò un giardino. I giardini che verranno dopo, forse, sono tutti debitori del rimpianto di quello, inarrivabile. Il giardino, per poeti e scrittori, è un luogo di pausa, di sussurri segreti, di sottrazione agli affanni della vita quotidiana, di amori appena dichiarati, di vita che scorre insieme alle stagioni. Nel giardini all’italiana, viali e aiuole ordinati geometricamente si accompagnano a grotte, nicchie, anfratti segreti. Le siepi sono sempreverdi, le acque sono incanalate e alimentano le fontane, i colori sono quelli dei fiori. Il giardino all’italiana come metafora di un Paese che vorremmo? Un Paese in cui possano stare insieme regole ed invenzione, fantasia e richiamo alla realtà. Abbiamo avuto un inverno terribile, e i giardini sono ammutoliti, seccati, gelati. Non sappiamo ancora cosa sia sopravvissuto, quali radici siano state danneggiate, quali abbiano resistito, protette dalla terra e dalla cura. Ma già, in qualche arbusto, fanno capolino i germogli. Non si espongono troppo, perché la stagione riserva ancora bufere. E in alcuni alberi sono spuntati i primi fiori. Quei colori e quei piccoli segni verdi, che spaccano i rami, ci dicono che, forse, l’inverno sta finendo.

domenica, marzo 07, 2010

La situazione è grave, ma non è seria

“Guai al mondo per gli scandali!”, sta scritto nel Vangelo. Lo scandalo è l’inciampo, il tranello, l’ostacolo forte alla fede. Potremmo allora dire che gli scandali, nella vita quotidiana, sono un ostacolo alla convivenza civile, al corretto andamento dei rapporti sociali ed economici. Un ostacolo che sembra insormontabile: si solleva un coperchio e, dal vaso di Pandora, escono centinaia di migliaia di euro andate in fumo, spese bizzarre e incomprensibili (i famosi megafoni del G8), regali per “ungere” certi meccanismi, denaro pubblico usato per portare in vacanza la segretaria, e chi più ne ha più ne metta. Ma non solo. Ritardi nelle procedure, strutture lasciate al degrado, ospedali mai funzionanti, carceri mai aperte. Il catalogo è questo: la situazione è grave ma non è seria, direbbe Flaiano. Eppure, non c’è reazione. Ci si potrebbe aspettare una sorta di “rivolta dei giusti”, al di là del colore politico; un movimento di indignazione, un’onda che si solleva per dire basta. Perché questo non accade? Non c’è una spiegazione unica. La paura, certo. Siamo tutti spaventati, dal presente e dal futuro: abbiamo timore di perdere ancora qualcosa, di peggiorare la nostra situazione, di infilarci in un tunnel senza uscita. Ma, soprattutto, si sono smarriti il senso e la forza dell’azione collettiva. Quella che ha permesso le tante conquiste civili, sociali e politiche che oggi diamo per scontate. Il senso di chi agiva insieme ad altri per migliorare le cose, per una prospettiva futura di cui, magari, sapeva che non avrebbe neppure goduto i frutti, ma lo faceva per i figli, per i compagni di lavoro, di fede politica, per il proprio Paese, per l’umanità.
Adesso, è come se ognuno stesse solo con le angosce e le incertezze che i tempi ci portano. È come se non si avvertisse più la responsabilità collettiva verso il posto in cui viviamo, verso la sua storia ed il suo futuro. L'Italia, direbbe ancora Flaiano, è un Paese dove sono accampati gli italiani.

Giulio Branciforte

Gli avrei affidato il mio portafoglio

Si presenta proprio bene: serio, concreto. Maglioncino da lavoro, aria decisa e pratica. Avrebbe detto mio nonno: affiderei anche il portafoglio a Guido Bertolaso. Un uomo che si è sempre proclamato al servizio dello Stato e non dei governi. Percarità, nel nostro ordinamento ognuno è presunto innocente fino a che non sia dimostrata la sua colpevolezza, ma intanto, qualcosa
Bertolaso ha ammesso. Ha detto: “Forse qualcosa mi è sfuggito e mi sono fidato troppo". Beh, ma questa non è una risposta. O meglio, non è una giustificazione. Avere una responsabilità
pubblica può portare a errori, anche commessi in buona fede, ma, senza che per questo si invochi la gogna, chi ammette che gli è sfuggito qualcosa e che si è fidato troppo, dovrebbe trarne le dovute conseguenze. Specie se quello che è sfuggito ha a che fare con appalti per milioni di euro. Specie se ci si è fidati di personaggi che si dicono al telefono cose da far drizzare i capelli.Ciò che si fa con i soldi pubblici richiede una grande responsabilità: che non è di destra o di sinistra. Si chiama coscienza civile, spirito di servizio, onestà. Bertolaso ha detto che il suo potere consiste nello stare tra la gente che soffre, nel fango e tra la neve. Ci si chiede se condividano questo pensiero anche il presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e gli imprenditori indagati, mentre parlavano al telefono di mobili, cellulari, soggiorniin hotel, ristrutturazioni di immobiliprivati e altri benefit. E di donne che, ormai,vengono usate come bustarelle. E chissà cosane pensano quegli imprenditori che ridevanopoche ore dopo il terremoto dell'Aquila, pregustando la montagna di affari.Adesso il Governo ha rinunciato a trasformare la Protezione Civile in S.p.A. Scelta saggia:saranno vie lente e farraginose, ma è bene checontinui il controllo pubblico dei soldi pubblici;ossia i nostri.
Giulio Branciforte

Sempre più isola e sempre meno felice

Tutte le strade portano a Roma, ma non passano più da Cremona. E’ ufficiale: Trenitalia ha soppresso il collegamento veloce tra la nostra città e la Capitale. Lor signori non sentono ragioni. Se vogliamo andare a Roma, in un tempo ragionevole, dobbiamo raggiungere Bologna e prendere l’alta velocità. Come? Con l’autobus! E poco importano la Fiera internazionale, la liuteria, l’agroalimentare... Cremona è sempre più isolata, anche in prospettiva Expo 2015. Già anni fa Trenitalia aveva tentato la stessa operazione, trovando però la resistenza di un fronte politico, economico e istituzionale compatto e determinato che era riuscito a impedire la soppressione. Questa volta, invece, la società che gestisce il servizio ferroviario ha vinto. Ha raggiunto il proprio obiettivo. Complici la rassegnazione e l’impotenza dei nostri?
O piuttosto una mancata capacità di reazione? Così è sembrato.Sono pochi i cremonesi che mediamenteutilizzano il Pendolino, quindi la tratta è antieconomica. E’ con queste parole che Trenitalia si giustifica. Pochi biglietti niente servizio. Quando ero ragazzo, capitava di sentir gridare, dalla carovana che faceva propaganda al circo appena giunto in città: “Venite numerosi, più gente entra più animali si vedono”. Se questa è la logica, non vale però per i malcapitati pendolari che quotidianamente si recano a Milano. Le carrozze sono sempre affollate ma il servizio rimane osceno per puntualità, conforto e pulizia. C’è qualcosa che non torna. Sembra chiaro l’intento di privilegiare l’alta velocità a discapito degli altri collegamenti, con buona pace di che ne subisce il disagio. C’è qualcosa che non va … in questo cielo.

a.b.

sabato, ottobre 31, 2009

Bravi in orale, meno nello scritto

A parole siamo tutti bravi. Alcuni meno altri concretamente di più, ma in fondo a chiacchiere ce la caviamo tutti. Soprattutto quando si sa, come diceva il mio vecchio: “Le parole non pagano il dazio”. Oramai i veri maestri, quelli che un tempo erano chiamati gli affabulatori sono politici e governanti. Costoro arrivano a dare il loro meglio, immancabilmente, con l’approssimarsi delle scadenze elettorali. Il tema preferito per promesse e sacri impegni sono di frequente e in ogni tempo, le tasse. “Meno tasse per tutti” è oramai storia. Adesso è la volta dell’Irap (l’imposta regionale sulle attività produttive). Si propone l’eliminazione della tassa per dare ossigeno all’industria in difficoltà. Difficile crederlo. Con questa imposta viene compensata tutta la spesa sanitaria. Infatti, questa, è almeno la terza volta che lo sento dire negli ultimi cinque anni. Ed è questo il punto … tanto poi nessuno chiede il conto. Avete più sentito parlare del bollo auto che doveva essere abolito? Delle gabbie salariali che solo due mesi fa erano questione di grande dibattito, con di contorno l’insegnamento del dialetto, per il quale c’era già pronta la legge? Parole che, insieme a tante altre, il vento ha portato via. Forse, con uno sforzo, se ne può ancora ascoltare la eco. Un flebile e lontano suono di slogan elettorali recenti: “Una casa per tutti “Un lavoro sicuro per tutti”, “Nuovi fondi per le forze dell’ordine”. E se facciamo ancora più silenzio, possiamo ancora captare: “Sostegni alle famiglie, asili nido, detassazione del lavoro femminile…”.Per la prossima occasione ne suggerisco uno io, di sicuro successo: “Benzina gratis per tutti”. Tanto poi una ragione per non dare seguito la si trova sempre. Eppure le parole sono importanti. Dal loro abuso e dal non dar conto di quanto si dice, è certo che, alla lunga, si ottengono solo sfiducia e scetticismo.

a.b.

venerdì, ottobre 09, 2009

Del ponte di Messina non m’importa niente

Della costruzione del ponte sullo Stretto a me non importa niente, e a voi? Dico questo dopo aver ascoltato il monito del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (in questi giorni chiamato in causa da molti) che, all’indomani dei tragici eventi di Messina, aveva esortato: «O c'è un piano serio che piuttosto che in opere faraoniche investa sulla sicurezza in questo paese o si potranno avere altre sciagure». Ho immaginato che si riferisse allatanto discussa econtroversa ipotesi di costruzione del ponte di Messina. Il giorno dopo, in una trasmissione televisiva (e dove se no?), ecco che risponde un rappresentante della maggioranza di governo che in sostanza dice: “ Il ponte si farà perché lo vogliono gli italiani. La costruzione del ponte sullo stretto è nel programma di governo che gli italiani hanno votato”. Ipse dixit. Il ragionamento mi lascia perplesso. Però dice che siamo in democrazia e pertantola maggioranza decide, sempre. A prescindere. Quindi tutto quello che il governo fa o disfa,lo fa perché lo vogliono gli italiani. Io, che sono fuori dal gioco, sono andato dal mio amico Attilio. Lui ha votato per l’attuale maggioranza, e gli ho chiesto: “Tu vuoi il ponte di Messina?” Mi guarda sorpreso, con facciasgomenta, e dice: ” Io? Ma fammi il piacere. Sai cosa me ne frega a me del ponte. E’ un’opera inutile, costosissima che in pochi vogliono. Rischiosa. Finirà che la pagheremo noi. Prima o poi un terremoto la tirerà giù perché la zona è a forte pericolo sismico. A causa del vento non sarà utilizzabile per almeno cento giorni l’anno. E’buona solo per gli interessi di mafia e ‘ndrangheta. Lascia pur li”. Condivido. Signor Presidente del Consiglio, se vuole fare il ponte lo faccia (e chi può impedirlo?), ma, per favore, non dica che sono gli italiani a volerlo. Nemmeno la maggioranza dei siciliani è favorevole. Di fronte a un quesito referendario del tipo: cari italiani, siete favorevoli alla costruzione del ponte sullo stretto… quale sarebbe il risultato? Not in my name. Per favore.

a.b.

venerdì, settembre 18, 2009

Meglio non fidarsi del popolo italiano

Coloro che hanno la possibilità, il tempo e la voglia di informarsi, magari non solo attraverso la tv, ma anche leggendo i quotidiani, online e non, sapranno che una parte della stampa, soprattutto quella internazionale insieme con alcuni commentatori politici, racconta di un Silvio Berlusconi politicamente in difficoltà; giungendo a profetizzare l’imminente e inesorabile inizio della sua parabola discendente. Detto così, ciò appare bizzarro e inverosimile e forse lo è. Lo è ancor di più quando ascoltiamo il Cavaliere ripetere che egli gode del sostegno del 68% degli italiani; i quali vorrebbero essere come lui. Pertanto non lo scalfiscono le critiche di “certa stampa piena di farabutti”, i richiami alla moralità e i recenti contrasti con i vescovi. Forte del consenso, non lo preoccupano più di tanto gli eventuali pronunciamenti negativi della Corte Costituzionale sulla legittimità del lodo Alfano con il conseguente processo Mills, né tanto meno le supposte inchieste, di alcune procure, su periodi nebulosi, lontani nel tempo, di questa nostra Italia. Eppure, la storia insegna. Del popolo italiano non c’è da fidarsi. L’italica progenie, opportunista per fede, è sempre pronta a salire sul carro del vincitore. “Attento ai plauditori” gli grida Gianfranco Fini, invitandolo a guardare tra i suoi. Mio zio Gastone mi raccontava che durante il regime, in Italia, c’erano quaranta milioni di fascisti. Dopo la caduta di Mussolini, invece, si contavano quaranta milioni di “eroi della Resistenza”. Lui estremizzava ma era chiaro ciò che voleva insegnare. Era sfuggito miracolosamente e astutamente, insieme a mio padre, al plotone di esecuzione tedesco nei pressi di un paesino in Toscana: Terrinca, in Alta Versilia. Zona che fu teatro di fatti difficili da immaginare e raccontare; orrori dell’umanità culminati con l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, un’atrocità inutile e per questo ancor più difficile da capire. Mi raccontano che quando un gregge di pecore, seguendo il pastore in transumanza, attraversava la via, Gastone si fermava e, cappello e sigaro in bocca, con voce richiamante gridava: “Fermi tutti, passa il popolo italiano”. Officiato il suo rito, riprendeva la passeggiata mattutina sistemandosi il borsalino sulle ventitré. La storia ci racconta, anche, che quattro mesi prima che il popolo milanese inveisse sui miserevoli resti del Duce e della sua compagna, un bagno di folla acclamante e osannante aveva accolto Mussolini in città. Adesso per sdrammatizzare, vi dico di quel mio amico, convinto elettore della Lega, che di ritorno da Torino dove, la settimana scorsa, ha assistito alla partita Italia – Bulgaria, ha detto di essersi commosso quando, al vantaggio degli azzurri, con orgoglio ed entusiasmo, ha cantato: “Fratelli d'Italia, l'Italia s'èdesta, dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò…”
Mai fidarsi.
Aldemario Bentini

venerdì, agosto 28, 2009

Ore 8, prova scritta di dialetto

Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, è un genio della politica? I suoi fans ne sono convinti. Con le ultime sue uscite, in rapida successione, ha conquistato la scena agostana e ha tenuto il Cavaliere in apprensione, tormentandolo con una trovata dietro l’altra, infastidendolo non poco durante un’estate già di per sé noiosa e forzatamente morigerata. Il nostro ministro ha esordito con le bandiere e gli inni regionali, poi ha attaccato con le gabbie salariali per il meridione e l’inno di Mameli, ha proseguito con la proposta d’insegnamento del dialetto, imposto per legge, a scuola, dopo aver detto altresì: niente soldi per i festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia. E da ultimo la diatriba con il Vaticano sulla questione degli immigrati. Per il ministro La Russa è tutto frutto del sole di agosto. Anche Berlusconi ha minimizzato: “Sono soltanto messaggi che interessano i suoi elettori". Io credo, invece, che tutto questo sia strategico e propedeutico in funzione delle prossime elezioni regionali. Il senatur, nei giorni prossimi al ferragosto, ha dichiarato che lo studio del dialetto a scuola deve essere obbligatorio e che il ministro Calderoli sta, di conseguenza, preparando il disegno di legge. Non ho niente contro il dialetto, anzi, lo ritengo un arricchimento culturale, purché non sia in contrapposizione con l’italiano inteso come lingua comune. Immaginando che non s’intenda di voler insegnare una parlata diversa per singolo territorio, mi domando quale dialetto? Il lombardo? Non esiste un dialetto lombardo. Esiste caso mai il dialetto milanese, il pavese, esiste il bergamasco (quello di città e quello delle valli), esiste il cremonese, e poi il cremasco e tante e tante inflessioni locali. Idem per la regione Veneto. Il veneziano è diverso dal padovano, dal vicentino, dal trevigiano e così via. E poi su quali testi verrebbe studiato? Però, come diceva mio nonno: ” Volere è potere”, con il verbo essere che ha funzione di copula, se la Lega dovesse riuscire a imporre una tal legge, troverà anche la soluzione per individuare i dialetti identificativi regionali. In Lombardia potrebbe essere il milanese, in Veneto il veneziano, in Piemonte il torinese… e in Alto Adige? In quella regione si insegna ovviamente il tedesco. Ecco, forse è meglio imparare il tedesco. Sono convinto che ai nostri giovani serva più la padronanza dell’inglese e del tedesco e magari conoscere un po’ più l’italiano. Molti giovani hanno problemi di analisi logica e di congiuntivi, che non servono tanto a parlar forbito ma principalmente a strutturare il pensiero e a comprendere quel che si legge. Ragazzi miei, se volete avere maggiori chance e condizioni più favorevoli per riuscire in una società che diventa sempre più competitiva, imparate bene l’inglese, il tedesco e magari, visti i tempi, il cinese.
Studiate, studiate perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza.

Aldemario Bentini

sabato, maggio 30, 2009

Vincere di Marco Bellocchio

Un film importante, di grande tensione civile, etico e duro. E’ “Vincere”, di Marco Bellocchio, salutato a Cannes da una lunga standing ovation, tutta meritata. Il film si dipana attorno alla storia di Ida Dalser, una donna importante nella vita del giovane Benito Mussolini, forse sua moglie forse no, sicuramente madre di suo figlio, Benito Albino – che Mussolini infatti riconobbe. Ida è bella, giovane, appassionatamente attratta da quell’uomo: lo aiuta, lo sostiene quando se ne va dall’”Avanti!” e fonda “Il Secolo d’Italia”. La pensa come lui, vive per lui. Ma il giovane Mussolini ribelle, anticonvenzionale, anticlericale cova un’anima perbenista e da “uomo d’ordine”: sceglie Rachele, la rassicurante massaia rurale. Una fotografia ed un montaggio splendidi accompagnano nella estrema violenza sociale e politica del “periodo furioso che copre il primo ventennio del secolo”. Alla violenza dei moti di piazza interventisti (“Guerra sola igienedel mondo”), a cui Mussolini subito si avvicina, fanno da contrappunto le immagini di violenza da Sarajevo, dal fronte della Grande guerra e poi quelle del fascismo nascente: gli squadristi, gli assalti ai giornali di sinistra, alle case del popolo, alle feste socialiste. Fiamme, urla, fez issati su volti stravolti dall’odio, bastonature, prepotenze, linguaggio violento e ferino a cui si accompagna passo passo la grande, vergognosa violenza usata verso la donna Ida e suo figlio. Mussolini, ad un certo punto, la cancella: il fascismo rientra completamente in ranghi perbenisti e reazionari, si prepara la firma del Concordato con la Chiesa cattolica. Ida rincorre il suo uomo, gli mostra il piccolo: invano, riceve solo umiliazioni. Frappone tra la verità e le menzogna se stessa ed il suo corpo, si para davanti ai gerarchi nei momenti ufficiali, in cui i fez e le camicie nere si mescolano alle grisaglie borghesi ed alle tonache dei prelati: è troppo. Ecco l’esilio nella casa della sorella e del cognato, che comunque sosterranno sempre con grande affetto e sacrificio personale lei e il piccolo Benito, ecco l’internamento in manicomio e la sottrazione del figlio. Isa grida sempre la sua verità: non si accontenta che tutti sappiano, vuole che si riconosca la verità, lo vuole pervicacemente ed ossessivamente. Figura di un compulsivo eccesso femminile, Ida vuole che le parole riconoscano la verità, che la dicano. E il machismo, il disprezzo verso la donna, il perbenismo, la menzogna fascista risaltano per contrapposizione a questa donna sola nel suo essere internata, umiliata, cancellata, ma sempre resistente. Bellocchio ci mostra cos’erano i manicomi, prima della grande e civile legge Basaglia: in una sequenza indimenticabile, in un manicomio, quello di Venezia, più “umano”, Ida e gli altri internati vedono “Il monello” di Chaplin, la povertà forte della propria dignità e del proprio amore che resiste alla violenza e alla mancanza di umanità dell’ordine costituito. Piangono tutti, poi, quando Charlot si riprende il monello, scoppia un applauso incontenibile: l’amore può vincere. Ida e suo figlio, chiuso in un istituto, seguono lontani l’uno dall’altra la carriera di Mussolini, che diventa sempre più grottesco nelle parole e nei modi: un clown feroce, la maschera farsesca di una tragedia che si avvicina alla fine. Icona violenta, farisaica, volgare di un ventennio che ugualmente violento e volgare, le teste di Mussolini rotolano giù mentre rotolano nei cieli le bombe portate dalla guerra fascista, che metterà a ferro e a fuoco il nostro Paese: le nostre belle città in fiamme, i volti di chi soffre, un uomo carezza dolcemente le caviglie di una donna stesa su un carro, forse ferita, forse morta. E sapere che era già tutto là, in quel linguaggio pieno di odio, in quella vertigine di violenza e di volgarità che l’amore di Ida non ha potuto fermare. Benito junior finirà anche lui in manicomio, distrutto dal sapere di essere figlio dell’altro Benito ma deprivato,progressivamente,
della madre, degli zii, e poi del cognome: finiranno col chiamarlo Dalser, come la madre. E lui finirà con lo scimmiottare il padre, rifacendogli il verso nei momenti più grotteschi, uguale a lui in modo imbarazzante. Troppo, anche per le sua stabilità mentale. Nero e una gamma di grigi è il colore di questo film bellissimo: soli fotogrammi più chiari quelli dei rari momenti di quiete di Ida, una Giovanna Mezzogiorno meravigliosa, nel corpo, nel volto, nello spirito, che morirà anch’ella in manicomio. Sapete, questo film suscita grande ammirazione, ma anche pena ed imbarazzo. E’ un film fieramente antifascista. E' un agghiacciante memento di quello che il fascismo è stato: repressione, manipolazione, machismo, militarismo, sadismo. Ci mette implacabilmente di fronte a uno specchio. E' in quello specchio che in tanti non sopportano di guardarsi”. E non c’è niente di più difficile, e di più importante, che sapersi specchiare bene.

P.M.

sabato, maggio 16, 2009

Senza Commento

Propongo ai lettori de il Piccolo questo pezzo di storia. Si tratta di una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti. La relazione è del 1912. Può essere motivo di riflessione e ognuno, se vuole, in cuor suo lo faccia. Questo il testo. "Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città, dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, diventano violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali"…
La relazione conclude dicendo: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostrasi curezza deve essere la prima preoccupazione".

a.b.

venerdì, aprile 24, 2009

Da Jair a Balotelli

Il calcio non mi appassiona più. Da ragazzino la passione era sfrenata. Una passione che si trasferiva tutti i giorni sul ruvido cemento dietro casa. La domenica stavo incollato alla radio ad ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto “Se la squadra del vostro cuore ha vinto, brindate con Stock 84, se ha perso, consolatevi con Stock 84’’. Tutta colpa di Omar Sivori. Fu lui, el cabezon, che mi ammaliò. Un tracagnotto trotterellante con una testa folta e arruffata, faccia da indiano apache, irriverentemente estroso, un genio della pelota. Giocava solo con il piede sinistro, calzettoni sfrontatamente abbassati, irritante con quel suo dribbling stretto alla ricerca dell’umiliante tunnel. Esercitava su di noi ragazzini un grande fascino con quel carattere ribelle, rissoso, beffardo e vendicativo. Altri tempi. Erano anche i tempi in cui giocava nell’Inter, anzi nell’Internazionale, un certo Jair. Da Costa Jair, giocatore brasiliano, un fuoriclasse veloce come una saetta. Una delle tante scommesse del mago Herrera. Un furetto, scartato dal Milan, che con l’Inter vinse quattro scudetti, due coppe dei campioni e due coppe intercontinentali. Jair era nero, ma in quel tempo si diceva “negro” e nella parola non c’era alcun senso di offesa. Nero, proprio come Mario Balotelli, un ragazzo di colore non ancora ventenne che nel carattere mi ricorda Sivori. Non ho mai sentito cori di disprezzo né tantomeno odiose battute razziste contro Jair. Mai. Sabato scorso mezzo stadio di Torino ha rovesciato su Balotelli ogni genere di insulto, mentre l’altra metà dello stadio è rimasta impassibile. Vergogna. Ventimila persone. Non soltanto i soliti immancabili quattro cretini, quelli che inducono a dire: ” La mamma degli stolti è sempre incinta”, ma uno stadio intero. Cosa sta accadendo? Quanto tempo è trascorso da Jair a Balotelli? Di chi la responsabilità? Il presidente dell’Inter ha detto che se fosse stato a Torino sarebbe sceso in campo per ritirare la squadra. Che occasione persa presidente Moratti. Sarebbe stato un gesto con una valenza più forte di cento squalifiche del campo o di altrettante partite giocate a porte chiuse. Balotelli, un ragazzo con tanta amarezza dentro che, anziché gioire come un pazzo quando fa goal, reagisce come se fosse a fine carriera. Coraggio Mario, quando sarai in Nazionale, gli stessi stolti ti osanneranno.

d.t.

venerdì, aprile 17, 2009

Ma dove ti ho trovato?

Nel Tide! Così scherzavamo da ragazzi. Chi si ricorda del Tide? Immagino quelli della mia generazione. Siamo negli anni 60. Noi ragazzi pregavamo le nostre mamme perché comprassero quel detersivo in polvere. Conteneva una sorpresa, solitamente soldatini di plastica, spesso dell’esercito americano. Ce n’erano in varie pose: quello con la mitragliatrice, quello che lancia la granata, quello a terra con la ricetrasmittente. Il mio ricordo è nitido anche perché in estate, finita la scuola, andavo a lavorare da mio zio in Versilia. Lo zio faceva l’ambulante, vendeva detergenti, saponi e lisciva nei mercati di Forte dei Marmi, Pietrasanta, Querceta, Seravezza. La mattina sveglia alle cinque e con il motocarro Guzzi raggiungevamo il mercato per preparare il banco dei mille profumi. Al pomeriggio meritato bagno in mare: spiaggia libera del Cinquale. Ricordo che con una piccola quantità di polvere diluita in una bacinella d’acqua, usando un pennello, pulivo il motorino. Olio e grasso si disgregavano con estrema facilità, il motore tornava come nuovo. Penso che il Tide, allora, fosse un detersivo tra i più inquinanti in commercio. In quel tempo si parlava poco di ecologia. Non che fino ad oggi si sia fatto molto in difesa dell’ambiente. Attendiamo il New Deal ecologico del presidente Obama. Forse, se funzionerà negli States, se sarà in grado di risollevare l’economia americana, può essere che anche qualcuno dei nostri governanti si decida a prendere in considerazione le opportunità che una riconversione ecologica può offrire. Si potrebbe già cominciare dal cosiddetto piano casa che dovrebbe, a mio parere, favorire principalmente le ristrutturazioni ad alta efficienza energetica; prevedere incentivi verso la bioedilizia, concedere sostegni consistenti per l’edilizia antisismica, con particolare riguardo a scuole, ospedali e edilizia popolare. Sarebbe conveniente, poi, investire nelle energie alternative: sole, vento, maree, biomasse, motori elettrici, pannelli solari e conseguentemente nelle infrastrutture necessarie. Invece sentiamo parlare di centrali nucleari… lasciamo stare per favore. Ho una mia personale teoria: l’età anagrafica è inversamente proporzionale alla lungimiranza. E’ un limite psicologico? Sembra di sì, tanto che s’immagina un futuro che al massimo raggiunge i prossimi cinquanta anni; quando, ci dicono, il combustibile per le centrali nucleari sarà esaurito. Oppure si progetta di costruire un ponte nel posto peggiore. Lo dicono geologi: prima o poi un terremoto lo tirerà giù. Se non fosse che intorno alla costruzione del ponte di Messina ci sono interessi esorbitanti direi che è una nuova Torre di Babele: una sfida alla natura e a Dio, frutto della vanità e dell’arroganza degli uomini.

d.t.
venerdi 17 aprile 2009

domenica, marzo 01, 2009

Quel brindisi di Corada è un bicchiere mezzo pieno

E' apparsa su tutti i giornali locali la fotografia del sindaco Gian Carlo Corada che brinda nel cantiere di piazza Marconi, insieme ad alcuni dirigenti comunali e ai vertici di Sea, l’azienda che si è aggiudicata il secondo lotto dei lavori. Si è fatta dell’ironia su quel brindisi. Legittima. Così come i dirigenti del centrodestra hanno usato il sarcasmo guardando quell’immagine. Legittimo pure questo. Ironia e sarcasmo sono il sale della democrazia. Questa fotografia che dalla cronaca passerà alla storia è come il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Noi l’abbiamo visto mezzo pieno. Non per partito preso dal momento che questogiornale non parteggia per alcuno. Ma perché faceva tenerezza vedere il sindaco brindare, soddisfatto, come se avesse sconfitto una maledizione che gravava su quel cantiere. Siamo sinceri: ognuno di noi si porta le sue croci e le sue colpe, ma non possiamo negare che in piazza Marconi, in questi anni, è successo davvero di tutto: ritrovamenti di siti archeologici, ricorsi e controricorsi, sentenze del Tar. Che andavano a demolire quanto si stava cercando di costruire. Quel brindisi deve, quindi, essere di buon augurio per tutti i cremonesi. Il malocchio sul cantiere, forse, è stato sconfitto del tutto. E per sempre. Chiunque sarà il prossimo sindaco della città, si ritroverà una piazza Marconi messa a nuovo. Al servizio di tutti i cremonesi. Che hanno dovuto pazientare per alcuni anni, ma ora vedono il traguardo vicino. Nella vita, anche la fortuna o la sfortuna contano. E alla fine i conti si pareggiano. Per Gian Carlo Corada, quel cantiere ha rappresentato la parte meno piacevole del suo mestiere di sindaco. Quella che gli ha provocato i maggiori mal di pancia. Così, quando ha potuto brindare all’apertura dei lavori, si è sentito come liberato di un peso. Anzi di un macigno.E ha tirato un sospiro di sollievo. Quel calice alzato era anche il suo calcio alla sfortuna, al malocchio, alla iella. Perché rovinargli, e rovinarci, la festa? Brindiamo, almeno oggi. La crisi economica e finanziaria che si sta abbattendo anche su Cremona e il suo territorio, è peggio di un milione dipiazze Marconi.
s.c.
venerdi 27 febbario 2009

Non c'è più tempo da perdere,contro la crisi non basta il lotto

Scorrendo le pagine di internet alla voce «homeless», come gli anglosassoni definiscono i nostri «senza casa» o «barboni», sono rimasto impressionato nel leggere quanti siti esistano attraverso i quali è possibile trovare indicazioni per le cose più disparate: assistenza legale, aiuti per trovare un rifugio, distribuzione di pasti e così via. Ma sono le notizie sulla nostra società che mi colpiscono e mi impressionano quando indicano fra i 70 ed i 100mila i barboni che popolano le nostre strade a fronte degli stimati ventimila tedeschi o ventunmila spagnoli, con numeri in costante e preoccupante crescita. E chi sono questi vicini di cui sino ad oggi non ci eravamo accorti? Cominciamo col dire che i barboni nostrani non sono più quei personaggi da letteratura che avevano scelto la vita di strada per romanticismo, ma sono persone fra i 40-50 anni che hanno perso il lavoro e non ne trovano un altro, sono i pensionati con redditi insufficienti, sono i divorziati che non ce la fanno a coprire le spese di due famiglie, sono iconiugi con più di 3 figli, sono i singoli con stipendi da 650/700 euro che ne devono pagare 500 di affitto, gli anziani monoreddito, sono quei 7 milioni e mezzo di «poveri relativi» come li definisce l’ISTAT, cioè coloro che hanno meno della metà del reddito di sopravvivenza, e, altra sorpresa, la metà circa sono nostri connazionali. Stazioni ferroviarie, conventi e sedi di enti assistenziali stanno sempre più diventando mete di pellegrinaggi giornalieri di chi chiede un pasto, soldi per i libri dei figli, assistenza legale od un aiuto per pagare luce e gas. Ancora più triste è la lettura di altri indicatori di povertà: in Italia i furti nei supermercati sono aumentati del 4% contro una media europea dello 0,8%, i pignoramenti di case sono passati dai 15mila del 2006 ai 21mila del 2008 e la Banca d’Italia afferma che ben un 8% del reddito mensile se ne va per pagare debiti, senza tener conto della quota pagata agli usurai. L’anno 2010 è stato proclamato «Anno europeo contro la povertà» evidenziando la consapevolezza di tutti che non c’è tempo da perdere e che i botteghini del lotto non possono divenire l’unico luogo in cui trovare conforto.

Enrico Tupone
tuponee@alice.it
venerdi 20 febbraio 2009

sabato, febbraio 14, 2009

Eluana è morta. Facciamo tutti silenzio

Pietà e rispettoso silenzio...















d.t.
Venerdi 13 febbraio 2009


Dal capitalismo al protezionismo

Operai britannici contro lavoratori italiani, in Inghilterra, al grido: «Il lavoro inglese agli inglesi». Barack Obama incitagli statunitensi: «Comprate americano». Gli ha risposto, subito, da Parigi il presidente Sarkozy: «Comprate francese». Alla faccia della libera circolazione degli uomini e delle merci! La crisi globale sta scuotendo uno dei capisaldi del capitalismo: la miglior qualità al minor prezzo. A meno di nicchie ad alto valore aggiunto. Un esempio? La Ferrari. Chi la vuole non bada a spese. Dal capitalismo stiamo franando nel protezionismo. La paura di perdere il lavoro (da parte di chi ha un posto fisso o è precario) o di perdere ordini e fatturati (da parte delle imprese) sta facendo precipitare il mondo in tante autarchie. Le quali peggiorano solo la situazione. Basta riandare alla Grande crisi del 1929 negli Usa o al credo fascista dell’Italia autosufficiente dalla metà degli anni Trenta: pochi prodotti in commercio, sempre gli stessi, e costosissimi. Ma senza scomodare la Storia, veniamo ai giorni nostri. E’ bastato toccare vari privilegi, aprendo alcuni mestieri o settori alla competizione, per trovare taxisti, farmacisti e avvocati in piazza. Il risultato? Freni all’accesso alla professione; tassametri, parcelle e medicinali cari. A farne le spese è sempre il consumatore. Perché, infatti, un americano dovrebbe comprare un’auto di Detroit se quella prodotta in Giappone va meglio e costa meno? E perché un francese dovrebbe acquistare vino transalpino se quello italiano gli piace di più e viene venduto a minor prezzo? E perché un’azienda inglese dovrebbe far lavorare solo i suoi connazionali con buste paga più pesanti e minore professionalità? Capitalisti a parole, monopolisti nei fatti. E il peggio, purtroppo, deve ancora arrivare perché se le follie finanziarie stanno mettendo in ginocchio l’economia reale che, a corto di ordini, è costretta a licenziare, chi resta senza lavoro non avrà più i soldi per acquistare i beni prodotti dalle aziende le quali, a loro volta, saranno costrette a nuovi licenziamenti. E’ il gatto che si morde la coda. E’ il risultato di una finanza e di un capitalismo senza regole. Il Far west. Speriamo che duri poco.

s.c.
venerdi 6 febbraio 2009

Linate, Malpensa, Formula 1: la tensione sta crescendo

In questo momento di crisi economica, non è una notizia che fa scalpore. Più interessante sarà vedere nei prossimi giorni quanti soldi metterà sul piatto della bilancia il governo per le rottamazioni di vetture vecchie e inquinanti (un provvedimento che ci interessa più da vicino come possessori di auto). Ma è una notizia che fa riflettere e va a toccare ormai un nervo scoperto: Maurizio Flammini, campione di Formula 2, vuole organizzare una corsa di Formula 1 a Roma. Immediata è stata la reazione di alcuni leghisti: «Monza nonsi tocca. Il Gran premio d’Italia si deve correre qui. I romani facciano le gare con le bighe». Al di là del folklore, in Lombardia, colpita pure lei dalla crisi, ormai si guarda con sospetto a tutto. Anche perché sono troppi e costanti gli accadimenti che stanno aumentando la tensione. Il primo: l’hub di Alitalia sarà a Roma e non più a Malpensa. E se si pensa che il 19% delle piccole imprese manda i suoi prodotti per aereo, si capisce la perdita di tempo (e di denaro) che dovranno sopportare d’ora in poi molti imprenditori lombardi. Poi Linate: Cai, la nuova società che ha inglobato Alitalia, vuole che i voli da questo scalo interessino solo le “navette” Roma-Milano delle quali ha il monopolio. Se un imprenditore deve andare a Monaco, quindi, dovrebbe recarsi a Malpensa: anche in questo caso, altre risorse perse e tempo sprecato in più. E ancora: per l’Expo 2015, aMilano, dal governo forse non arriveranno tutti i soldi che servono, mentre si sa che quest’Esposizione mondiale potrebbe dare lavoro (e fiato) alle piccole e medie imprese lombarde. Ora il gran premio di Formula 1. Se ne riparlerà, forse, nel 2011. Sarà davvero un evento mediatico che richiamerà sponsor e quattrini. Mentre, quasi sicuramente, il Gran premio d’Italia continuerà a svolgersi sul circuito di Monza, un monumento nazionale. Ma, ormai, basta una notizia che potrebbe danneggiare chi abita nella regione fra le più virtuose d’Italia per toccare nervi da sempre scoperti. La morale? E’ sempre meglio tenere gli occhi aperti. E a pensar male, qualche volta si indovina. Diceva uno che se ne intende: il senatore Andreotti.

s.c.
venerdi 30 gennaio 2009

venerdì, gennaio 23, 2009

Contro la crisi, Barack Obama e l'economia della speranza

Fra chi aveva lo sguardo rivolto a Washington ed alla elezione del presidente Obama netta era la maggioranza di appartenenti alla classe media, di coloro che erano stati pesantemente colpiti dalla crisi economico finanziaria degli scorsi mesi, gente che aveva visto erodere il proprio livello di vita e messe arepentaglio le proprie case, i propri posti di lavoro, le proprie pensioni ed i propri risparmi. Obama sembra volermettere fine ad una dissennata politica economica americana tesa ad alimentare un deficit pubblico impressionante, utile a sostenere la potenza militare ma non a puntellare un’economia in crisi, una politica economica in cui erano venute a mancare regole certe per lasciare spazio a speculazioni ed arricchimenti irresponsabili, alimentandonel contempo un non sostenibile indebitamento dei privati. In una economia globalizzata il comportamento degli USA ha contagiato tutti gli altri paesi. I risultati di questa politica economicasono stati dirompenti per gli appartenenti alla classe media, ma non solo negli USA: l’OCSE afferma che l'Italia è tra i paesi dove la differenza di reddito tra ricchi e poveri è più ampia, e considerando i paesi del G7, l'Italia è seconda solo agli StatiUniti. L'Ocse definiscel 'Italia come un paese in cui le differenze di reddito sono particolarmente ampie: i salari di livello basso sono estremamente ridotti mentre i ricchi hanno standard di vita più elevato rispetto a paesi, come la Germania, dove le differenze di reddito sono più limitate ed i salari minimi sono più alti. Secondo l’OCSE «l'unica via sostenibile per ridurre le disuguaglianze» è assicurarsi che le persone siano in grado di trovare e mantenere un'occupazione. Questo significa che «i paesi sviluppati devono sforzarsi molto di più per inserire i cittadini nel mercato del lavoro piuttosto che sostenerli con indennità di disoccupazione o pensioni anticipate». Dunque la strada è stata indicata: investimenti pubblici, aumento degli stipendi più bassi, sostegno all’occupazione, moratoria nei pignoramenti di case, regole chiare per i mercati e, una norma per tutti: meno avidità ed irresponsabilità.

Enrico Tupone
tuponee@alice.it

venerdì, gennaio 16, 2009

Verso una nuova cultura della mobilità urbana

Caro Direttore, lunedì, ore 11 del mattino, spostamento in macchina da Porta Venezia a Porta Milano su Via Dante, cinque semafori ed una attesa per ognuno di almeno due “verdi” prima di muoversi: per circa 900 metri, cinque minuti (10 se fatti a piedi con passo un po’ lesto). Ore 11,45, da Porta Milano, pardon San Luca, a Porta Venezia: più o meno la stessa cosa. Io, che mi do le arie di essere persona “informata”, mi sono ritrovato ad imprecare come molti cremonesi sui lavori in corso su queste due vie e sulla Ztl. Imperdonabile, visto che la Ztl nulla c’entra con quelle lentezze che dipendono solo dalla complessità dei lavori in corso per la rivoluzionaria sistemazione di Via Dante e Viale Trento e Trieste che poi sarà assistita dall’impiego di semafori “intelligenti”.
Per quanto riguarda invece la Ztl, che in verità si tratta solo del suo allargamento rispetto all’esistente, è una esigenza e non uno sfizio se vogliamo che girare per il centro storico sia un piacere e non, come oggi, un mezzo incubo, presi di mira come si è da auto e da bus. Basta guardare a come la gente, sapendo di essere difesa dal traffico, scenda volentieri in strada il sabato e la domenica pomeriggio e, d’estate, il giovedì sera. Se fosse dipeso da me, la Ztl l’avrei estesa a tutta la città della Magna Faseolus, del Grande Vascello: Via Dante, Via Ghinaglia, Via Massarotti, Via Giordano, Via Genala, Via Ghisleri. Mi chiedo spesso perché se fino adesso per la vecchia Ztl non ci sono state grandi critiche, per quella nuova assistiamo ad una levata di scudi. Forse perché la sua gestione con la cittadinanza non è priva di pecche, favorendo timori da parte dei commercianti interessati? Oppure, e mi si scusi per la perfidia, per la vigilanza per il suo rispetto che sarà messa in campo? Oggi, infatti, l’attuale Ztl è controllata per mille motivi solo virtualmente dai vigili urbani. Domani, invece, lo faranno “implacabili” telecamere che riconosceranno chi ne ha diritto e chi cercherà, per non fare qualche passo a piedi in più, di fare il furbo. La verità però, caro direttore, è che il traffico avvelenando la nostra vita quotidiana e la nostra salute. Mi chiedo se tutti sanno che le tanto citate polveri sottili (PM10) per il 49% ce le regala il traffico stradale che però è solo un valore medio e che, quindi, quello del traffico urbano non può non essere che ben più alto! Se i cremonesi sono informati che l’Ue accusa lo smog della Pianura Padana (una delle 9 o 10 “fogne” del mondo) di essere responsabile di una diminuzione della aspettativa di vita per chi ci vive di ben tre anni di vita. E, sempre a proposito di traffico urbano, poco più di un anno fa, ottobre 2007, la Commissione europea ha adottato il suo “Libro verde” dall’emblematico titolo “Verso una nuova cultura della mobilità urbana”. Insomma, dobbiamo convincerci tutti che la realtà ci impone di fare qualcosa per migliorare non tanto il nostro benessere, quanto la qualità della nostra vita quotidiana. Specie se si vive in una città. Un riconoscimento va dato a questa amministrazione di avere realizzato il trasporto gratuito sui mezzi pubblici per gli alunni di alcune scuole in Ztl, provocando però, consapevolmente o meno, la ripresa del dibattito sul vecchio dilemma sul tema “trasporto pubblico o quello privato?”. Bene lo ha compreso, e bene ha fatto a cogliere l’occasione sul suo giornale, il signor d.e., avanzando la sua proposta di estendere a tutti questo servizio. Una idea non nuova, ma non in contrasto con le vigenti disposizioni regionali, perfettamente coerente con le direttive europee in materia di rispetto ambientale, indispensabile per contribuire alla vitale battaglia per l’abbattimento dei gas serra e dell ’inquinamento dell’aria. Una scelta, che richiederebbe una attenta quantificazione dei parcheggi “a corona” (che errore quel parcheggio in Piazza Marconi!). Si dirà, e icosti, visti i tempi? Non sono inavvicinabili. Infatti, dopo qualche ragionamento e l’acquisizione di qualche dato, i costi si aggirerebbero intorno ai 700 mila euro di minori entrate. Bisognerebbe però contare in una logica “full cost” i risparmi in altre spese, come, per esempio, in quelle sanitarie. Domanda che spero retorica: i cremonesi sarebbero disponibili a pagare mediamente 10 euro l’anno a testa per godere meglio della propria bella ed antica città, passeggiando in condizioni di salubrità dell’aria migliori, seppure di poco, rispetto a quella attuale e sperando di riguadagnare la speranza di vivere un po’ di più?

Benito Fiori

venerdì, gennaio 09, 2009

Ancora Ztl. E se i bus fossero gratuiti?

Mi è difficile immaginare la maggioranza dei cremonesi contraria alla limitazione del traffico in centro, contraria alla ZTL e ad una sua naturale evoluzione che dovrebbe, a mio parere, portare ad aree pedonali. L’alleggerimento del traffico è semplice buonsenso, non solo a tutela del centro storico, e quindi del patrimonio architettonico, ma a vantaggio di una maggiore vivibilità per gli “utenti”. Il centro storico è l’anima della Città, la memoria collettiva. Assolve una funzione simbolica di aggregazione e d’identità alla quale si può anche non dare eccessivo valore, ma obiettivamente ha un enorme valore economico per il prestigio dei suoi edifici e la bellezza dei monumenti che esercitano una notevole attrattiva sui turisti. Inoltre il centro storico si identifica con il centro direzionale e culturale, il centro degli “affari” e di molti servizi della città. Esso è frequentato da svariate categorie di cittadini, da chi lo abita a chi lo vive. In primis gli abitanti, poi studenti, liberi professionisti, commercianti, artigiani, impiegati di uffici pubblici e privati, lavoratori in genere. Ancora clienti acquirenti che visitano i negozi anche provenendo da “fuori”; ma anche passanti e turisti che si appropriano, per poche ore, del centro semplicemente per apprezzarlo e per goderne, passeggiando o sostando per un caffè. Un centro meno congestionato è un vantaggio anche per le attività commerciali, lo sanno i commercianti e lo sa Paolo Mantovani, presidente delle Botteghe del Centro che, infatti, non si dichiara contrario alla ZTL e a un’eventuale zona pedonale, ma piuttosto lamenta l’insufficienza di parcheggi. Parcheggi che si sarebbero dovuti prevedere e realizzare. Per questo, allo stesso modo, mi riesce difficile non dare ragione a chi protesta, anche con veemenza, per l’insufficienza di soluzioni tendenti ad evitare che i miglioramenti per la vivibilità del centro si trasformino in gravi disagi per gli abitanti delle zone limitrofe all’area ZTL. Ossia, che i vantaggi dell'interdizione del centro al traffico privato vengano pagati dagli abitanti delle zone circostanti, dove si concentra maggiormente il traffico delle auto e l'inquinamento acustico e atmosferico. E’ questo il problema più difficile da affrontare e risolvere. Tutto sarebbe più semplice e di facile soluzione se utilizzassimo maggiormente i mezzi pubblici e meno le automobili. Ma così non è, non siamo stati abituati, non ci viene naturale, istintivamente saliamo in macchina e con essa ci spostiamo anche per un breve tragitto, innescando tutte quelle problematiche conseguenti che sono connesse alla mobilità, all’inquinamento, all’economia e non ultimo alla nostra integrità fisica. Occorrerebbe un cambiamento generalizzato di mentalità, supportato da efficienti alternative alla mobilità privata.
Un’idea, ovviamente tutta da verificare nella fattibilità, nel rapporto costi/benefici, nell’aspetto legislativo e quant’altro, potrebbe essere quella di rendere il servizio di trasporto pubblico urbano gratuito per tutti. Offrire il trasporto pubblico gratuitamente a tutti potrebbe favorire la propensione a una mobilità più sostenibile. Molti potrebbero trovare ”conveniente” salire sull’autobus anche solo per poche fermate e piano piano abituarsi a salire, scendere e risalire ancora. Il bus come servizio, a nostra misura, da prendere anche per uno spostamento di poche centinaia di metri, quindi comodo e di facile fruizione anche per chi giunge dai quartieri periferici lasciando a casa l’auto. A utilizzarlo con maggiore frequenza oltre gli anziani e i lavoratori, sarebbero i giovani, e questo potrebbe essere l’inizio di una buona abitudine soggettiva che potrebbe diventare “un’educazione” contagiosa. Intuibili tutti i benefici in termini di salute, conservazione del patrimonio monumentale e non solo, di manutenzione, di risparmio di denaro e di tempo, di stress, di vivibilità e di vantaggi per il commercio. Il Comune dovrebbe, certo, compensare i mancati introiti della KM, ma non penso siano cifre esorbitanti, forse più grave per le casse comunali, orfane dell’ICI, sarebbe il mancato introito delle multe. La stessa KM potrebbe impegnarsi a sostituireprogressivamente le vecchie vetture con mezzi più ecologici: alimentati a metano o altro. E’ un’idea che necessita di condivisione e di convinzione, ma perché no?
Hasselt è una città belga comparabile con Cremona, un po’ più grande ma con lo stesso numero di abitanti. Per ciò che riguarda il traffico da alcuni anni ha adottato questo sistema: là il trasporto pubblico è completamente gratuito. Al sindaco e alla giunta di Piazza del Comune verificare le possibilità, la compatibilità con la legge 422/97 e la conseguente fattibilità. Qualcuno incaricato potrebbe prendere contatto con la municipalità di Hasselt, andare a vedere come funziona e studiarne l’esempio. A mio parere può essere una scelta che guarda al futuro nell’interesse, questa volta sì, di tutti i cremonesi.

d.e.

martedì, dicembre 30, 2008

Un anno utile

Siamo giunti alla fine di questo anno bisestile. Anno bisesto anno funesto, se non altro perché portatore di una crisi economica della quale ancora non conosciamo le proporzioni e le conseguenze. Ed è il momento degli auguri. Gli auguri di fine anno per un felice, o almeno sereno, anno nuovo. Difficile credere che sia sufficiente una semplice anche se sentita e partecipata frase augurale per scongiurare eventuali difficoltà; tuttavia la ritualità s’impone e anche se non dovessero essere realmente propiziatori, meglio scambiarci gli auguri, non sia mai. Nell’antica Roma il Collegio degli Auguri era una istituzione, un consiglio di saggi istruiti all’arte della divinazione; una pratica ereditata dagli Etruschi, popolo misterioso e affascinante, ma che non riuscì a fuggire la mala ventura di aver incrociato i Romani, così rivela la Storia.
Proviamo a ripartire ancora una volta con il massimo dell’ottimismo e auguriamoci che il 2009 sia un anno prezioso, come lo è la vita, e favorevole. Favorevole nel senso di utile per riscoprire una dimensione più umana, meno virtuale. Una riscoperta delle radici e della saggezza delle nostre terre, dove tutto era basato sulla concretezza del fare e non dell’essere. Intanto auguriamoci un ritorno all’economia reale, dopo che quella della speculazione finanziaria ci ha portato sull’orlo del precipizio. Auguriamoci che il Governo, dopo aver tranquillizzato le banche, imponga loro la rinegoziazione dei mutui per una rata più sopportabile per chi non ce la fa, fino alla momentanea sospensione del pagamento per chi disgraziatamente, nonostante gli auguri ricevuti, dovesse perdere il lavoro. Esigere, sempre dalle banche, il sostegno alle imprese. E auguriamoci anche concreti interventi per il rilancio dei consumi, quindi della domanda interna, attraverso la defiscalizzazione di salari e stipendi. All’inizio di un nuovo anno è anche usanza farsi carico di promesse o impegni. Promettiamo a noi stessi che cominceremo a pretendere, perché niente diventa reale se non con il nostro consenso. Come dire: “Tutto quello che è accaduto e che accade, dipende anche da noi”.
Buon anno utile.

d.t.

lunedì, dicembre 22, 2008

I ragazzi della Col di Lana

Giorni fa, ho visitato la caserma Col di Lana di via Brescia. Una breve visita. La caserma è sede del X Reggimento Genio Guastatori, comandato dal colonnello Giuseppe Poccia. L’ho conosciuto, mi ha ricevuto nel suo ufficio, un breve colloquio ma tanto mi è bastato: un uomo pieno di energia,
dinamismo e motivazione, le fisique du rol del comandante. Nel suo ufficio c’è la teca che custodisce e preserva “La Bandiera”, il prezioso e storico drappo che il Reggimento ha ereditato dal 3° battaglione Genio Pionieri Lario. Bandiera pluridecorata sia al valor militare sia al merito civile. Confesso il fascino che ho subito e una grande mal celata emozione. La storia mi affascina e in quel luogo se ne respira. Un’emotività, la mia, forse dovuta anche al fatto che non ho prestato il servizio militare come avrei voluto. Nell’anno in cui decisi di non presentare domanda di rinvio del servizio di leva per motivi di studio, come avevo fatto negli anni precedenti, ecco che mi arriva il congedo: Articolo 100, ossia eccedenza rispetto al fabbisogno di personale. Immaginate il commento colorito degli amici. Il colonnello, tramite Il capitano Marco Mannino, mi ha chiesto se potevo fornire settimanalmente copie de Il Piccolo Giornale per i trecento militari che dimorano nella caserma. “Può consentire loro di conoscere meglio la città di Cremona e favorire una frequentazione e un migliore inserimento”. Questo l’obiettivo. Ho accolto la richiesta con piacere, riceveranno regolarmente tutte le copie che occorrono. Oggi non c’è più la leva obbligatoria e vestire l’uniforme è una libera scelta. Per questo, a mio parere, è un atto responsabile degno di considerazione e sostegno. Anche Cremona deve essere vicina a questi ragazzi che giungono da ogni parte d’Italia, considerando che Gian Carlo Corada ha conferito loro la cittadinanza onoraria. Era il dicembre del 2004: “Per l’impegno umanitario e sociale profuso nel servizio, contribuendo a mantenere alto il prestigio di Cremona…”,questa la motivazione. “Da oggi voi siete cittadini cremonesi a tutti gli effetti, qualunque sia la vostra provenienza”, disse il Sindaco.
Buon Natale ragazzi.

d.e.
Venerdi 19 dicembre 2008

giovedì, dicembre 11, 2008

Così non si salva, ma si uccide l'economia

Non ci voleva. Cittadini e aziende del settore masticano amaro: il giro di vite imposto dal governo alle detrazioni del 55% sugli interventi del risparmio energetico (serramenti, solare termico, caldaie) nel 2009 e 2010 è un danno al portafogli di molti italiani e di questo settore produttivo. Inizialmente, l’obiettivo era anche quello di contenere gli interventi per il 2008 con effetti retroattivi. Poi la retromarcia del ministro Giulio Tremonti ha salvato le tasche dei cittadini (50mila circa solo in Lombardia) che avevano già realizzato gli interventi. Non ci voleva. Perché il prossimo anno, come ci dice Enrico Ferla, imprenditore, profondo conoscitore del settore, se non ci sarà un arresto, sicuramente ci sarà una flessione di questo comparto. Non potendo, infatti, più contare sul bonus del risparmio energetico, molti lasceranno perdere. O cercheranno di spendere il meno possibile posizionandosi su interventi di fascia bassa. O, ancora, saranno nuovamente tentati da comportamenti opachi, per risparmiare. Invece, è proprio in questo momento di crisi che il governo deve incentivare cittadini e aziende a investire. Soprattutto in un settore come quello del risparmio energetico nelle costruzioni. Uno dei pochi comparti che, in una fase economica d’emergenza, sta tenendo. Oggi, invece, il pericolo è che anche questo mercato si impoverisca. Con il rischio di rendere addirittura controproducenti gli investimenti già fatti da molte aziende attive nel settore. E’ l’ennesima dimostrazione che il governo, nei confronti della crisi, non abbia le idee molto chiare sulle armi per fronteggiarla. Spara spesso nel mucchio cercando di raschiare il barile. E la doccia gelata lanciata sul risparmio energetico in edilizia è preoccupante. Già le case non si vendono. Se ora si abbatte la scure anche su chi vuole risanare e riqualificare la propria abitazione, il colpo per il settore edile sarà ancora più duro. Così non si salva, ma si uccide l’economia.

s.c.
venerdì 12 dicembre 2008

venerdì, dicembre 05, 2008

L’età e la visione del futuro

E' piuttosto difficile affrontare il tema del futuro con 1800 battute. Il futuro oggi non esiste, va immaginato. Ognuno di noi deve immaginarselo. Di questi tempi difficoltà e paura del presente rendono difficile prevedere un futuro se non con orizzonti foschi e pieni d’incognite. La mia immagine del futuro è influenzata dalla mia condizione attuale, dalla mia esperienza, dalle mie prospettive ed è anche limitata dalla mia età. Mio figlio Niccolò che ha diciotto anni ed è prossimo alla maturità, intravede altro: è ovvio. In America anche il presidente eletto Barack Obama, 47 anni, immagina il futuro del suo paese. Immagina di affrontare la crisi e la recessione dando inizio alla terza rivoluzione: dopo l’era del carbone, dopo l’era del petrolio, prevede e scommette sull’era delle energie rinnovabili. Non si tratta solo di ecologia e di difesa dell’ambiente, c’è molto di più. C’è la prospettiva concreta di rilancio dell’economia degli Stati Uniti e probabilmente la riconquista della leadership economica mondiale. Così come ieri, quando la locomotiva alimentata a carbone prima e il motore a scoppio alimentato a petrolio poi, favorirono la crescita e lo sviluppo imponendo la realizzazione delle infrastrutture necessarie, lo stesso accadrà, secondo Obama, investendo nell’energia alternativa: sole, vento, maree, biomasse, motori elettrici, pannelli solari e altro. Così la riconversione all’economia verde, in America, creerà 5 milioni di nuovi posti di lavoro,150 miliardi di dollari saranno investiti nei prossimi cinque anni, circoleranno un milione di auto tra ibride e totalmente elettriche, un quarto dell’energia elettrica sarà prodotta da tecnologia pulita, forti gli investimenti previsti nell’edilizia pubblica per edifici ad alta efficienza energetica con sconti e agevolazioni per quella privata. Soldi, tanti soldi alla ricerca. L'obiettivo? Entro il 2018 azzeramento delle importazioni di petrolio dal Medio Oriente. Sembra un bel futuro.
E in Italia? Da noi, per adesso, è tutta un’altra storia.

d.e.
Venerdì 5 dicembre 2008

venerdì, novembre 28, 2008

L’abitudine e l’assuefazione

E' vero, ci si abitua a tutto o quasi. L’abitudine ha in sè un enorme potere, la storia ci insegna che non c’è niente cui l’uomo non finisca per abituarsi, fino a considerare inevitabili e ineluttabili le più aberranti crudeltà e ingiustizie. Oggi siamo arrivati alla totale assuefazione, come animali onnivori fagocitiamo e digeriamo tutto e di tutto. Anche questa grave crisi economica e finanziaria rischia di diventare quasi normalità. Per assuefazione alle vacuità niente fa più veramente notizia. Accettiamo, senza meravigliarci più di tanto, lo stesso esperto che dopo averci detto, poche settimane fa, che il prezzo del petrolio sarebbe salito fino a 200 dollari al barile spingendoci verso una profonda crisi energetica mondiale, ci dica oggi che sono del tutto normali i 50 dollari al barile e che non siamo più dipendenti dall’oro nero; ovviamente tutto da lui già previsto. Assuefazione anche verso questo nostro quotidiano teatrino della politica, un teatrino televisivo dove attori da avanspettacolo recitano da politici, insultando continuamente, spesso senza ritegno e senza dignità, affermando oggi con convinzione una cosa salvo domani smentire con sdegno. Difficile, almeno per me, trovare dignità in un Daniele Capezzone faccia da bravo ragazzo, da bamboccione, segretario del Partito Radicale fino a pochi mesi fa: abortista, antiproibizionista, anticlericale, a favore della liberalizzazione delle droghe leggere e per le coppie di fatto, che aveva definito Berlusconi un matto. Oggi è portavoce di Forza Italia avendo intravisto nel Popolo delle Libertà “una grande opportunità”. Per lui certamente. Che dire del signor Riccardo Villari, eletto per scherzo alla presidenza della Commissione di Vigilanza Rai. Nonostante avesse giurato e spergiurato che avrebbe rassegnato le dimissioni di fronte ad un candidato condiviso, Sergio Zavoli, una volta sedutosi sulla sedia presidenziale, non ha inteso più lasciarla, quasi avesse il sedere impiastricciato di un mix di coccoina, vinavil, attack e bostik. E invece dovremmo ritrovare la forza di indignarci. Forse soltanto ritrovando le passioni politiche di una volta, con o senza ideologia non importa, e la capacità di riconoscere le persone perbene (non è poi così difficile, la coerenza spesso è un buon indizio) potremmo scuotere l’arroganza di certi politici. Mio nonno mi diceva: “A volte facciamo come le pecore, ci accodiamo per istinto”. Non rassegniamoci.

a.b.
venerdi 28 novembre 2008

lunedì, novembre 17, 2008

Windows, nozze d’argento

Venticinque anni fa nasceva il sistema operativo per computer Windows. Era l’undici novembre del 1983 quando il giovane Bill Gates annunciava, non senza compiacimento e con un atteggiamento che a molti sembrò fin troppo spavaldo, la nascita di una nuova interfaccia grafica per PC: Windows 1.0. “Questo nuovo sistema operativo, fornito di un’interfaccia grafica nuova e unica, diventerà il sistema operativo del 90% dei personal computer” dichiarò Bill in quell’occasione. A molti sembrò una “spacconata”. Oggi la quota di mercato detenuta da Windows è esattamente quella ed è leader assoluto e indiscusso nel settore. Chi non conosce Windows? Nelle case, negli uffici, in ogni angolo della Terra, dove c’è un PC, che sia usato per diletto o per professione, c’è anche Windows con le sue “finestre”. Dopo un quarto di secolo non solo è il sistema di gran lunga più utilizzato, ma non se ne intravede la fine e forte è l’aspettativa per l’imminente uscita del nuovo Windows 7. La prima versione di Microsoft Windows non disponeva di un gran numero di funzionalità e a dire il vero non ebbe nemmeno un grande successo. Era un’estensione del mitico MS-DOS, il primo S.O. di grande diffusione che determinò lo sviluppo e l’espansione vertiginosa dei personal computers. Con grande acume e intuito i fondatori della Microsoft offrivano, allora, il DOS a un prezzo molto contenuto rispetto alla concorrenza e soprattutto, volutamente e astutamente, permisero che il programma potesse essere copiato e istallato senza problemi o limitazioni, consentendo così una facile e velocissima propagazione, a discapito degli altri sistemi difficilmente clonabili. Anni fa un amico di origine iraniana, che adesso lavora per un’importante azienda milanese, mi passava, sui quasi leggendari floppy disk, gli aggiornamenti del DOS che erano ovviamente e inevitabilmente taroccati. Oggi laMicrosoft Corporation fondata nel 1975 è una delle più importanti aziende produttrici di software del mondo con un capitale di oltre 270 miliardi di dollari. Bill Gates, fondatore con Paul Allen, è uno degli uomini più ricchi del pianeta. Quattro mesi fa Gates ha lasciato la presidenza della società dichiarando di volersi dedicare alla filantropia, invocando una nuova era all’insegna di quello che lui chiama: “Il capitalismo creativo”, un sistema in cui i progressi tecnologici compiuti dalle aziende contribuiscono allo sviluppo delle aree più povere del mondo indipendentemente dalla possibilità di profitto. Questo il commento alle sue parole di alcuni industriali perplessi: “E’ andato, l’è sciupà”.

venerdi 14 novembre 2008

lunedì, novembre 10, 2008

Un mondo a colori

E' Barack Obama il 44° presidente degli Stati Uniti d’America. Dopo una lunga campagna elettorale, dura, senza esclusione di colpi, Obama ha trionfalmente vinto, per lui quasi un plebiscito. Anch’io, come tanti, ho ricevuto la sua mail, alle 6 e 53 di mercoledì mattina: “How this happened” (com’è potuto accadere) è il titolo del messaggio, che continua: “Friend… we just made history…” (abbiamo appena fatto la storia), “… Thank you, Barack”. 47 anni, una vita che è un romanzo, Obama è l’interprete perfetto del sogno americano; uomo colto, intelligente, grande oratore ha saputo risvegliare la coscienza politica degli americani. E’ stato votato dal 66% dei giovani, molti dei quali si sono avvicinati alla politica per la prima volta, affascinati da un uomo capace di infondere speranza, coraggio e voglia di cambiamento: “Yes we can”, (possiamo farcela), è stato il suo leit motiv. Nella notte di martedì scorso feste spontanee sono esplose in ogni dove d’America, decine di migliaia di persone di ogni età, razza e religione sono scese in strada per festeggiare una vittoria che è da considerarsi a mio parere epocale. La convinzione è quella di aver assistito a un momento che passerà alla storia, non solo perché forse è finita un’era, ma perché Obama è nero! Un altro muro è caduto, dopo 230 anni un afroamericano prende possesso della Casa Bianca e diventa il presidente della nazione più potente al mondo. Impensabile fino a qualche decennio fa. La grande maggioranza del popolo statunitense è tornata partecipe e ha anche scritto la parola fine alla discriminazione razziale, almeno in America. Circa dieci anni fa ero a New York, percorrevo il largo marciapiede della Broadway diretto verso Time Square. Time Square è la piazza dove i newyorkesi festeggiano il capodanno, spesso la vediamo in televisione con i palazzi ricoperti di pubblicità luminosa e le scritte scorrevoli delle quotazioni della borsa americana; nei paraggi c’è la sede del New York Times. Ricordo una fiumana di gente che mi viene incontro, il mondo intero davanti a me: ispanici, andini, scandinavi, caucasici, africani, asiatici, mediorientali, un miscuglio di razze, di colori; figure frenetiche, indaffarate, incontenibili.
Ero affascinato. Ho immaginato che, indipendentemente dal colore della pelle, ognuna di quelle persone avesse più o meno gli stessi problemi, più o meno le stesse aspirazioni, più o meno gli stessi pensieri. L’umanità: bianchi, gialli, rossi, neri, olivastri … è evidente che è così che piace a Dio.

a.b.

Venerdì 7 novembre 2008


lunedì, novembre 03, 2008

Si sta alzando una leggera brezza

Non si era mai visto prima d’ora Il mondo della scuola così unito nella protesta: studenti, insegnanti, bidelli, personale amministrativo, universitari e persino alcuni rettori aggregati e coesi nel manifestare il proprio dissenso contro il decreto del ministro Gelmini; una legge che a loro dire apporta tagli di spesa pesantissimi all’istruzione. Al dissenso si sono aggiunti i ricercatori, i precari, i genitori degli alunni delle scuole elementari, le associazioni di genitori cattolici anche loro molto preoccupati per la riduzione delle risorse destinate alle scuole paritarie. Persino Famiglia Cristiana e il quotidiano Avvenire si schierano a fianco della protesta: “Colpire la scuola e l’università significa colpire il cuore pulsante di una nazione” scrive il settimanale cattolico. Nonostante le rimostranze e le numerose richieste giunte al governo per un ripensamento, il decreto è diventato legge. Questo decisionismo risoluto, questo: “Noi tiriamo dritto”, sembra piacere alla maggioranza degli italiani, così almeno rilevano i sondaggi. Tuttavia stiamo assistendo a un fatto nuovo, a mio parere non trascurabile, forse poco prevedibile: migliaia e migliaia di ragazzi che manifestano, che chiedono di essere ascoltati e che intendono farsi sentire. Ragazzi che vogliono difendere non tanto la scuola così com’è ma l’istruzione, intesa come investimento nella formazione e quindi nel futuro loro e del Paese. Non si tratta d’imbecillotti facinorosi, fannulloni strumentalizzati, si tratta di studenti che si mobilitano senza etichette e senza partiti. Non è un movimento partiticizzato, ma un movimento politico, perché l’oggetto della protesta è il loro futuro. La mia professoressa di matematica al liceo mi diceva: “Anche il lattante quando piange, perché ha fame, fa politica”. Gli studenti hanno dalla loro la facilità e la velocità nel comunicare, sono padroni delle nuove tecnologie e della rete, hanno saputo conquistare con disinvoltura un grande spazio con creatività e senza violenza. Sono stati capaci di evitare le provocazioni che purtroppo fatalmente e in maniera ineluttabile continueranno ad arrivare se la protesta dovesse continuare. Molti immaginavano i ragazzi di oggi, appagati e compiaciuti, davanti alla playstation o sintonizzati su Amici di Maria De Filippi. Io no, almeno non tutti.

a.b.
venerdi 31 ottobre 2008

lunedì, ottobre 27, 2008

Sarti, Burnich, Facchetti...

Ascoltavo alcuni tifosi di ritorno dallo stadio Voltini di Crema che commentavano il cosiddetto derby tra Pergo e Cremonese. Ho immaginato che avessero assistito a una partita brutta, monotona, povera di emozioni. Non sono sorpreso, salvo alcune eccezioni, le partite di calcio sono, a mio parere, noiosissime. Quante volte abbiamo visto incontri dove, nell’arco di un’ora e mezza, al massimo sono tre o quattro le azioni degne di nota. Ma accade che per il tifo e per l’attaccamento alla squadra, spesso, vediamo un’altra partita. Se fossimo scevri dalla passione e dalla conseguente tensione prenderemmo atto invece, di uno spettacolo molto spesso monotono e noioso; uno spettacolo che non regge il confronto, ad esempio, con il basket o il volley, dove le azioni si susseguono una dopo l’altra, velocissime e senza soluzione di continuità. Ho giocato a calcio e sono stato appassionato e tifoso, ancora mi piace guardare gli incontri tra squadre blasonate oltre alle partite della Nazionale, ma sono rare le occasioni in cui si possono ammirare giocate spettacolari. Molti tifosi dissentiranno ed è giusto, siamo nella sfera del soggettivo, ma c’era un tale che sosteneva che la partita di calcio perfetta è quella che finisce zero a zero, il ché è tutto dire. Pensandoci bene, forse, è il calcio visto allo stadio o peggio ancora in televisione che, rappresentando se stesso, mi annoia. Da ragazzo ascoltavo le partite alla radio. Le radiocronache del commentatore lasciavano spazio alla mia immaginazione e all’emozione: un’azione o un goal, arricchiti dalla mia fantasia, diventavano gesta eroiche. Ricordo, avevo nove anni: “Amici sportivi in ascolto, qui è Nicolò Carosio che vi parla e vi saluta... Internazionale: Sarti, Burnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso”. E i brividi correvano lungo la schiena.

Daniele Tamburini.
venerdì 24 ottobre 2008

lunedì, ottobre 20, 2008

Si salvi chi può

Salviamo le banche, ma salviamo anche i cittadini che hanno sottoscritto un mutuo. Tutti d’accordo: è necessario salvare le banche per impedire il crollo del sistema. Al punto in cui siamo è inevitabile, anche se forse è un rimediare all’effetto, ma non alla causa. Dopo anni di mancanza di regole e decenni di scarsi controlli, la crisi del credito è scoppiata, implacabile. Tutto è iniziato negli Stati Uniti e l’origine è chiara: gli istituti americani hanno concesso credito, principalmente per l’acquisto di una casa, a tutti, anche a chi non poteva permetterselo. Il denaro costava poco, il rischio era considerato basso e poi c’era l’immobile sui cui eventualmente rivalersi. Ma è successo che l’aumento del costo del denaro e la crisi economica - che ha espulso le classi economicamente e professionalmente più deboli - hanno fatto scoppiare la bomba: chi si è trovato senza lavoro e con un mutuo salito alle stelle non è più riuscito a pagare le rate del prestito. Le banche si sono, allora, rivalse confiscando le case e mettendole all’asta; ma l’eccesso di offerta ha fatto crollare il mercato immobiliare impedendo agli istituiti di credito di rientrare dei soldi erogati. Ci sono stati istituti di credito che si erano esposti anche per trenta volte il valore del loro capitale. Inoltre, questi mutui divenuti ad alto rischio erano stati impacchettati in titoli cosiddetti strutturati e venduti ad altri istituti di tutto il mondo, i quali candidamente li hanno propinati ai propri clienti. Il virus ha infettato il mercato e la crisi è diventata planetaria. E’ cominciata a mancare la liquidità nel sistema bancario, conseguentemente il costo del denaro è salito ancora e le insolvenze sono iniziate anche da noi. Rate dei mutui sempre più alte, famiglie in difficoltà, paura e sfiducia (ma anche
speculazione) sui mercati, crollo delle Borse. Mio nonno diceva che periodicamente le Borse presentano una crisi profonda, endemica: “La tosatura delle pecore” la chiamava, le pecore erano i piccoli risparmiatori, e aggiungeva, che visto l’interesse offerto dalle banche: “Sotto il materasso, i soldi sono al sicuro”. Oggi in Gran Bretagna c’è il boom delle vendite di casseforti. Per ridare fiducia bisognerebbe avere il coraggio di andare alla radice del problema e affrontare il problema dei mutui. Aiutare le persone a far fronte alle rate, abbassare i tassi d’interesse, prevedere agevolazioni immobiliari per le famiglie, rinegoziazioni dei mutui che effettivamente producano una rata più sostenibile. Questo consentirebbe forse di eliminare una prima causa della crisi, darebbe un po’ di ossigeno ai budget familiari e infonderebbe speranza e maggiore fiducia nella gente. In caso contrario sempre mio nonno che, come molti, non amava le banche avrebbe detto: ” Muoia Sansone con tutti i Filistei”.
a.b.

lunedì, ottobre 13, 2008

Pro Domo Nostra

In questi giorni una buona parte della stampa italiana è in subbuglio per effetto del decreto del Governo che prevede una riduzione del contributo pubblico destinato ai giornali editi dalle cooperative di giornalisti e ai giornali politici. Preciso subito che Il Piccolo Giornale è un settimanale a diffusione gratuita che non gode, non avendone titolo, di alcun contributo statale o di altra sovvenzione di qualsiasi natura, eccezion fatta della riduzione sulla tariffa postale per la spedizione delle copie agli abbonati. Riduzione che si traduce in un risparmio annuo di poche centinaia di euro. Pertanto la questione non ci riguarda direttamente.
Il Piccolo vive soltanto di pubblicità. Sono i nostri inserzionisti, ai quali va la nostra infinita gratitudine, che permettono la pubblicazione settimanale e consentono a migliaia e migliaia di persone la lettura gratuita del giornale. A seguito dei tagli decisi dal Ministro dell’economia diverse aziende editoriali hanno già annunciato la richiesta dello stato di crisi, dichiarando che la riduzione, ma soprattutto l’incertezza dell’eventuale contributo e del suo ammontare, comporterà la loro chiusura. Da qualche tempo, da più parti, si chiedeva al Parlamento una riforma dell'editoria che prevedesse un riordino dei criteri di erogazione dei contributi per evitare discriminazioni e abusi se non vere e proprie truffe. Fino a ieri erano tanti quei giornali che attingevano ai fondi pubblici sulla base di tirature gonfiate o aggirando la legge; pertanto siamo favorevoli a una razionalizzazione del sistema dei contributi evitando però di mortificare o peggio ancora “soggiogare” la libertà e il pluralismo dell’informazione. Il pluralismo dell’informazione è condizione indispensabile per una vera democrazia; una democrazia non è tale se viene meno la possibilità di scelta. Il poter scegliere ha come presupposto la conoscenza delle alternative e quindi delle diverse opinioni. Questo è anche uno dei compiti dell’informazione: dare voce alle diverse opinioni. La diversità delle idee e il poterle diffondere sono la base di una convivenza democratica e lo Stato dovrebbe esserne garante.

Daniele Tamburini
Venerdi 10 Ottobre 2008

giovedì, ottobre 02, 2008

Beluzzi, l’agone e il malvezzo

Beluzzi ha rinunciato: “… ritengo sia venuto il momento di togliere il disturbo”.
E’ certo che di disturbo ne ha arrecato tanto e a tanti viste le reazioni, spesso scomposte, scatenatesi dopo la presentazione della sua candidatura a sindaco della Città.
Certezze non ne ho, ne potrò averne ma la sensazione è che Cremona abbia perso un’occasione. Leggendo la lettera con la quale annuncia il suo ritiro e che contiene una prima stesura di quello che sarebbe stato il suo programma politico, aumenta in me la persuasione che dietro la scelta della sua candidatura ci fosse veramente un progetto di rinnovamento della politica e una concreta prospettiva di rilancio per Cremona affidata a persona competente. Non soltanto un’abile mossa politica per erodere consensi al centrodestra. Forse si, forse no; manca la riprova.
Più “certezze” di me devono averne avute gli avversari politici che ambiscono a sconfiggere il centrosinistra e a conquistare il governo della Città, se è vero che (confidenze di amici) tra i militanti della coalizione di centrodestra si ipotizzava di andare a votare in massa alle primarie l’attuale sindaco, spacciandosi per sostenitori del PD, ritenendo il candidato Beluzzi più pericoloso. L’unico freno, per alcuni, poteva essere il dover donare un euro agli odiati avversari.
Ammesso e non concesso che Cremona abbia perso un’occasione, di sicuro l’ha persa il PD. Un’accoppiata Beluzzi-Corada: rinnovamento e innovazione associati a carisma ed esperienza amministrativa forse avrebbe sbaragliato il campo. Rilevante il fatto che i contestatori di Beluzzi, tutti, abbiano fatto la seguente premessa: ” Io Beluzzi non lo conosco, però…” E giù botte da orbi.
Pietro Aretino poeta, scrittore e drammaturgo nato nel 1492, anno della scoperta dell’America, aveva fama di spregiudicato e arrogante dissacratore ma: “ … l'Aretin, poeta tosco; di tutti parlò mal, fuor che di Cristo, scusandosi col dir: non lo conosco.”

a.b.
venerdì 3 ottobre 2008